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"Se gli archivi fossero aperti, cambierebbe tutto il clima politico internazionale"

Il Secondo muro di Berlino. Intervista a Vladimir Bukovskij

Giancarlo Calciolari

I documenti raccolti da Vladimir Konstantinovitch Bukovskij mirano a fornire un contributo essenziale al dibattito sulla trasformazione politica e culturale della nostra società. Facile predire che riusciranno almeno a sfuggire alla morsa dello storicismo sovietologico.

(1.10.2001)

Gli archivi sovietici erano lontani dall’averci consegnato i loro segreti. Il libro di Nicolas Werth e Gaël Moullec, "Rapports secrets soviétiques (1921-1991)", pubblicato in Francia nel 1995 da Gallimard, è costituito da documenti autorizzati dallo stesso governo russo. Se i ricercatori hanno tratto profitto di un raro momento di apertura prima del controllo generalizzato, non pertanto hanno avuto libero accesso alla totalità degli Archivi centrali del Partito.

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Hiko Yoshitaka, "Leggere Alexandre Grothendieck", 2007

I documenti presentati nel libro offrono lo stato dell’opinione, la temperatura ideologica delle relazioni tra il Partito-Stato e la società russa. Si tratta quindi di documenti di una ricchezza tale da oltrepassare il quadro della ricerca storica universitaria in cui sono confinati da Werth e Moullec.

La lettura di questi testi non deve occupare solo le pagine storiche dei supplementi letterari, bensì alimentare il dibattito internazionale. Questi rapporti seguono alla caduta del Muro di Berlino, ma non toccano per niente il "secondo" Muro di Berlino, quello che circonda il cuore degli archivi del Partito comunista sovietico. Questo cuore è costituito dalle relazioni tra il Partito e gli altri partiti comunisti nel mondo.

Ora nelle 699 pagine dei Rapports secrets soviétiques non c’è una sola pagina che riguardi questo aspetto. Vladimir Bukovskij è noto in Occidente dal 1971, anno in cui ha cominciato a inviare dalle carceri sovietiche dei documenti e delle testimonianze sulle persecuzioni dei dissidenti politici. Sommariamente processato, è stato condannato a sette anni di prigione e di lavori forzati e a cinque anni di confino, con l’accusa d’aver pubblicato all’estero un libro dal titolo Una nuova malattia in Urss: la dissidenza. Espulso dall’Unione sovietica come criminale e agente sovversivo, Bukovskij è stato nel dicembre del 1976 la moneta di scambio con Corvalan, dirigente comunista cileno. E tutto questo nel mentre a Parigi c’era chi si burlava della storia proponendo lo scambio tra Breznev e Pinochet.

Bukovskij, nato nel 1942, vive oggi a Cambridge dove insegna scienze politiche, ha fatto vari viaggi in Russia su invito ufficiale di Boris Eltsin. In particolare nel 1992 ha avuto l’occasione di accedere agli archivi del Pcus. Ufficialmente gli archivi erano chiusi; subito dopo il colpo di stato dell’agosto del ’91 l’edificio del Comitato centrale era stato sigillato, e nonostante gli sforzi dei dissidenti e dei ricercatori il governo russo non ha vouto riaprirli.

Bukovskij e altri hanno proposto di costituire, se non un tribunale, almeno una commissione internazionale per dimostrare sino a che punto i crimini del comunismo non fossero di dominio pubblico, e di come questo capitolo della storia sia tutt’altro che chiuso. Il progetto ha mosso i primi passi, ma alla fine Eltsin ha negato il suo accordo, in primo luogo, come nota Bukovskij, "perché lui stesso proviene dall’apparato di partito". Ma sei mesi dopo, alcuni membri del partito comunista hanno dovuto motivare davanti a un tribunale costituzionale l’aver messo in dubbio la decisione di Eltsin di dissolvere il Partito comunista.

Questo evento ha fornito un nuovo slancio alla questione dell’accessibilità degli archivi, perché Eltsin temeva di perdere il processo. Dopo aver saputo che i dodici giudici erano tutti favorevoli al Partito comunista, un assistente di Eltsin ha telefonato a Bukovskij per invitarlo al processo in qualità di esperto. è così che Bukovskij ha subordinato la sua accettazione alla possibilità di consultare gli archivi. Diritto, questo, che per ammissione stessa di Bukovskij è stato parziale, sopra tutto limitato al tempo del processo. E, per inciso: nessuna fotocopia. Con un computer portatile e uno scanner a mano, all’epoca pressochà sconosciuto, Bukovskij è riuscito a copiare qualche migliaio di pagine.

Solamente all’ultimo giorno, quando mancava poco al termine del lavoro, un assistente di Eltsin di ritorno da un viaggio all’estero intuisce cosa sta facendo. Grida: "Sta copiando tutto!" Bukovskij fa finta di niente e continua a lavorare. Nell’aula del tribunale scende un silenzio di tomba, e l’uomo urla ancora: "Pubblicherà tutto!". Ma a questo punto il lavoro con lo scanner è giunto a termine. Bukovskij ripone il computer ed esce nel più completo silenzio. Adesso tutti quei documenti sono di nuovo segreti: Bukovskij è quindi in possesso dell’unica raccolta uscita dai confini della Russia. È su questa base di documenti che Bukovskij ha pubblicato una prima versione in francese da Laffont.

Gli archivi segreti di Mosca escono in versione integrale italiana, unica per ora, da Spirali (Milano 1999, pp. 849, L. 59.000). Tutti i documenti originali, circa settemila, sono reperibili in Internet (http://psi.tct.jhu.edu/~kaplan/IRUSS/BUC/GBARC/buk.htlm). Il titolo originale dell’opera, Judgement in Moscow, ricalca quello del celebre film Judgement in Nuremberg, che aveva fortemente impressionato Bukovskij adolescente. A proposito della difficoltà che incontra il suo libro a essere pubblicato in altri paesi Bukovskij aggiunge che "In generale, mi sembra che il mondo non abbia nessuna voglia di sentir parlare di questo passato recente, così come in Germania, dopo la seconda guerra mondiale, nessuno voleva sentire parlare di lager e di forni. Eppoi, a tutt’oggi, ci sono molte persone di grande rilievo che vi sono implicate".

Bukovskij sa di lavorare con un filo sottilissimo della storia, senza la certezza che un giorno gli archivi siano pienamente disponibili al pubblico. "Gli archivi possono essere distrutti da un giorno all’altro, o giorno dopo giorno durante svariati anni. Quando accadrà noi non lo sapremo, e sarà un’altra pagina della storia a mancare. Può accadere qualsiasi cosa, una guerra, un terremoto. La minaccia di distruzione grava sempre sugli archivi". Alla domanda di quale incidenza possa avere l’eventuale apertura definitiva degli archivi del Pcus, Bukovskij risponde: "Se gli archivi fossero aperti, cambierebbe tutto il clima politico internazionale. Cambierebbe sicuramente la posizione politica dei partiti comunisti, in Italia e negli altri paesi. In questi archivi ho trovato anche molte cose che non riguardano solo i comunisti, per esempio molte notizie relative a infiltrazioni del potere sovietico in altre organizzazioni, comprese quelle ecclesiastiche. Per quanto ho potuto vedere, molto materiale si riferisce alla infiltrazione nei partiti socialisti e socialdemocratici.".

Inarrestabile Vladimir Bukovskij nella sua guerra intelletttuale. Non l’ha fermato né il primo arresto per aver fotocopiato il libro di Djilas, La nuova classe (1963), dopo l’esclusione dal liceo per aver pubblicato un giornale non autorizzato (1960) e l’esclusione dall’università di Mosca per aver partecipato alla redazione del giornale clandestino "Phenix-1961", né l’ultimo arresto del 1971 per il suo già citato libro bianco sulla psichiatria penale, per l’aver fatto circolare in Occidente dei testi e delle perizie di esperti sovietici sui casi di Grigorenko, Gorbanevskaïa, Novodvorskaïa e altri dissidenti dichiarati "malati mentali".

Bukovskij non ha paura del fatto che nessuno voglia rivangare questo passato, perché tutto l’establisement occidentale, in una forma o nell’altra era legato a Mosca. Nessun timore di disturbare la santa alleanza del luogo comune attorno all’operazione Mani pulite quando afferma: "Un esempio che avete tutti sotto gli occhi è la lotta alla corruzione che ha avuto luogo negli ultimi anni in Italia. I maggiori promotori di questa campagna sono i comunisti. Eppure, esistono documenti che dimostrano che anche loro hanno ricevuto danaro da Mosca, ma non si vuole che vengano resi pubblici.".

I documenti raccolti da Vladimir Konstantinovitch Bukovskij mirano a fornire un contributo essenziale al dibattito sulla trasformazione politica e culturale della nostra società. Facile predire che riusciranno almeno a sfuggire alla morsa dello storicismo sovietologico. Pertanto rimane interamente da giocare la partita contro gli arcaismi che vorranno restringere il dibattito alla lotta tra il bene e il male, tra i buoni e i cattivi, tra i guelfi e i ghibellini...

Articolo-intervista commissionato da Manuel Lucbert, direttore di "Le Monde des Débats", 1994; aggiornato nel 1998.
Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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19.05.2017