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L’epoca giustifica sempre i massacri

Ritmo politico

Giancarlo Calciolari

Occorre situare la carne e il sangue non nella metafisica ma nella metapsicologia di Freud, letta nell’attuale della cifrematica. La questione è quella dello statuto della carne e del sangue nella scienza della parola cifrale: l’instaurazione della carne (cifrema dell’oggetto) e l’instaurazione del sangue (cifrema del tempo).

(1.10.2001)

L’epoca giustifica sempre i massacri e ammette per purificarsi gli apologisti di una buona macelleria umana da contrapporre a quella ignominiosa degli altri. Ammette gli artisti e gli intellettuali dell’anatomia umana del male come necessari alla conoscenza della morte.

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Hiko Yoshitaka, "Prolessi del piacere", 1999, pastelli a olio su tela, cm 23 x 30

Dall’anatomia della distruttività umana di Eric Fromm all’anatomia del male di Francis Bacon. Due recenti dispacci della mediotanasia elogiano la macelleria umana e l’animale fantastisco. Bacon grida "pietà per la carne" perché si tratta di quella dell’animale sacrificale, dell’animale totemico, quello che secondo Freud dà il nome alla genealogia umana, la stessa genealogia lungo la quale Bacon si situa come Cristo mancato, secondo la lettura di Armando Verdiglione. Mentre la frase di Deleuze "ogni uomo che soffre è della carne" situa la lamentazione per la macelleria umana come cerimoniale che segue alla messa a morte del padre, ovvero all’instaurazione del nome del nome, del nome del padre come nome totemico, anche nome dell’androgino.

Quindi è in quanto animale di fantasia che l’uomo soffre. Altra cosa è il dolore. Il divenire animale dell’uomo, come propone Deleuze per sfuggire all’incubo della condizione umana, corrisponde alla forma di travestitismo sociale, di realizzazione dell’androgino, che si rappresenta il limite dell’uomo nella psicotizzazione. Deleuze si chiede perché è solamente nella macelleria che Bacon è un pittore religioso.

Perché la macelleria è l’ordalia attraverso la quale s’inscena il sacrificio del figlio per sedersi alla destra del padre e occuparne poi il posto. Lo scacco della prova di legittimità implica la sua iterazione. La macelleria è l’artigianato del matricidio e dell’infanticidio, quasi dei corollari al parricidio teologico. Dice Bacon: "Noi siamo della carne, noi siamo delle carcasse in potenza. Se io vado dal macellaio, trovo sempre sorprendente di non essere là, al posto dell’animale". In effetti, anche il dasein di Heidegger ha il posto dell’animale.

Rimedio o veleno dell’umanità a seconda dell’interpretazione degli aruspici, la nomenclatura esperta in macelleria dell’anima. Secondo un noto teorema topologico, l’intersezione di un qualunque numero di insiemi chiusi è chiuso. Il numero qualunque è il povero Cristo, che è sempre un Cristo mancato. Allora l’impossibile macelleria di sé che offre Bacon (e che dovrebbe illuminare i poveri tipi fatti così fugacemente da non saper nemmeno d’essere delle vittime destinate al massacro) è chiusa. Questo implica che la sezione, la divisione chirurgica, il taglio (rivoluzionario o epistemologico) di un corpo chiuso è chiuso, misterico.

Bacon crede che lo squartamento umano sia un’arte trasmissibile, una tecnica d’insegnamento, una matematica della vita e della morte. I suoi matemi sono i suoi quadri. Tale è la scienza fondamentale di Bacon, che pare aver raggiunto lo stadio positivo della conoscenza della morte e invece è sempre una patafisica. Il suo mistero è quello di mamma: il filo dell’orizzonte nei suoi quadri viene dal ricordo del balcone della nonna, che in questo caso pare la grande Madre dello junghismo. Filo dell’orizzonte che disegna una gabbia, quella dell’animale fantastico. Il crocefisso è il perno dell’umanità: una nuova razza di uomini Bacon può nascere dal sacrificio della carne, dalla divisione in due del corpo, come se il sembiante potesse indossare la divisione. Ma l’oggetto è individuo, in tal senso indivisibile.

L’amore della carne e la paura della carne, e tutta l’algebra dell’amore e dell’odio, procedono dal razzismo fondamentale, dall’uomo inteso come naturale, senza arte e senza poesia. L’uomo naturale? L’uomo senza la forma, di cui parla Pirandello, l’uomo senza il dispositivo nella sembianza. L’animale. Lacan celebra il buon macellaio nella sua capacità di isolare la struttura, si interessa alle ossa, ovvero alla carcassa, cosicché la carne può raggiungere i banconi della macelleria umana.

Cercare la struttura nell’uomo si risolve in una operazione di anatomia dell’anatomia, una divisione dell’immagine per trovare la vera immagine sanguinante della verità. La struttura non è nell’uomo né negli uomini, come crede l’antropologia, ma è nella parola. La struttura come industria poetica, artificiale, senza post-tribalismi rappresentati dalle carcasse. Del resto, il pasto cannibale divora tutto, dice Freud, carne, sangue e ossa, sino alla santificazione del sangue comune, diventato oggi il nutrimento trasparente del conformismo. E la società conformista promette la salvezza: promette di evitare la macelleria umana in cambio della calma e dell’indifferenza sessuale. L’assenza dell’Altro è ottenuta tramite la sua distribuzione nella coppia amico-nemico, tra macellai e macellati, ovvero i capri espiatori.

Nella società come un immenso macello bianco (senza più una goccia di sangue versato, dove le guerre sanguinarie sono un arcaismo se confrontate all’estensione di quelle postmoderne), il fare passa attraverso le categorie del possibile e dell’impossibile, e a quelle del dovere, del sapere e del potere fare. Il fare secondo la contingenza, l’occorrenza, è visto come impossibile per quasi tutti, a meno che non sopportino la pena di passare dall’amministrazione del mattatoio allo statuto di suo prodotto finito. E il fare sarebbe possibile per pochi, obbligati a arricchirsi come macellai dal volto umano.

Qual è lo statuto della macelleria umana come fantasma materno? Consiste nello smembramento dell’animale totemico per rinsaldare il legame tra i figli del totem, tra conformisti e anticonformisti (l’anticonformismo è un omeomorfismo del conformismo). Deriva da qui l’unanimità dell’ideologia francese sul caso Bacon. La macelleria antropologica dovrebbe essere assolutamente conosciuta come tappa dal crudo al cotto, dalla natura alla cultura purificando sempre più la natura, dal freddo al caldo. Perché ci sia la cucina del diavolo occorre la macelleria umana, e a sua volta occorre l’animale uomo. A questo ha provvisto Aristotele nella mattinale espressione dell’essere con il suo zôon politikon, l’animale politico. E che poi l’animale si sia dotato di strumenti, del pensiero o della parola, sempre animale resta.

Ci vorrà Leonardo, parlando del cervello artificiale, per introdurre un altro statuto dell’uomo, che richiede un ritmo di vita artistica, culturale e scientifica. Prima e dopo Leonardo, la filosofia non ha fatto altro che proporre un bestiario fantastico. Allora l’elogio dell’animale fantastico, fatto anche da tanti film e libri, non è altro che un aspetto dei cerimoniali totemici di una mediozoologia unica e senza pensiero. Il sospetto d’inumanità partecipa all’umanesimo, al discorso dell’Uomo.

Anche la denuncia dell’inumanità dell’Altro, accusato di superomismo nicciano, partecipa allo stesso mattatoio che denuncia, alla stessa macelleria umana e alla stessa cucina del diavolo, ai forni crematori. La cifrematica propone l’uomo come figlio, come significante funzionale, e non come soggetto del dispositivo sociale. Il dispositivo è politico: dispositivo di vita artificiale, sempre da inventare - ovvero dispositivo del fare -, altrimenti l’uomo si situa nei ranghi dell’ordine naturale, l’ordine animale.

Insomma, Aristotele crede che l’uomo sia un dispositivo naturale. Per quanto "politico", dire "animale politico" corrisponde a situare l’uomo come animale di fantasia, che in quanto politico è anfibologico. Ma l’uomo non trova il suo statuto nell’anfibologia, ossia nella relazione, ma nella logica delle funzioni, una delle fondazioni della scienza della parola e dell’aritmetica del tempo.

L’uomo richiede il rythmòs politikon e non lo zôon politikon. Per intendere questo enunciato occorre l’apporto della cifrematica. Non bastano Freud e Lacan, ovvero la logica psicanalitica: occorre la logica e la struttura cifrematica. Occorre l’invenzione di Armando Verdiglione. Essenziale risulta il confronto con il suo testo. Come nome, come autore, come testo, come cifra: Armando Verdiglione pone la questione del pianeta, altro non è la combinazione tra l’intersettoriale e l’internazionale. Che l’epoca lo sappia o non lo sappia, non ha nessun rilievo.

E l’uistitismo filosofico, per dirlo con Artaud, la scimmiotteria d’oggi come quella di ieri, evitando l’introduzione del non-A funzionale - cercando sempre di funzionalizzare il negativo - con la sua algebra che va dal terzo escluso al terzo incluso, alfabetizzato o meno, istruito o meno, non può che condannarsi a orecchiare Aristotele, supposto aver parlato nella Ursprache degli animali politici.

Allora il numero nel logos, preso tra numerabile e innumerabile è l’ossimoro quantità-qualità. E anche l’innumerus è il numero potenziale. L’innumerazione, un aspetto della cifrematica, specifica l’innumero come attuale, come quel che s’innumera dicendo, facendo, scrivendo. Ora, di questa innumerazione non c’è traccia nel discorso occidentale. Nel testo occidentale ci sono alcuni elementi, alcune schegge, qualche perla, ma per lo più dei paradossi.

Solo nel testo di Armando Verdiglione e in quello di Alessandro Atti c’è l’innumerazione come idioma, che richiede l’aritmetica della vita. Quanto al libro di Ernesto Battistella, Logica matematica e industria della parola, edito da Spirali, c’è la prima testimonianza di un logico matematico nel confronto con la logica della nominazione. Si tratta di un libro di base per l’università internazionale del secondo rinascimento. Libro indispensabile per l’insegnamento della matematica nei licei, nell’università, in particolare a ingegneria, a fisica, a matematica. Per introdurre i paradossi della logica matematica verso la logica delle operazioni nell’atto di parola. Per un dibattito che non conceda nulla alla macelleria dell’epoca, al suo pensiero fievole e esangue in quanto ateo, senza operazione che non sia chirurgica, chimica o di elettrochoc.

Il massacro termina perché non c’è nessun sapere del matema, perché non c’è modo di sapere quel che si insegna. Il matema è del sapere catastrofico, del sapere effettuale. Il sapere cifrematico nell’itinerario dal due alla cifra del palinsesto. Che cosa insegna il matema? Quello che si apprende secondo l’esperienza, secondo la sua scrittura. Senza l’esperienza non c’è matema, ma la credenza nell’algebra della vita, nella morte come stadio supremo della condizione umana. Se noi sapessimo cos’è il matema ci sarebbe la mathesis universalis, la matematica di base o metamatematica. La credenza nel padroneggaimento del ritmo, l’aritmia come caricatura dell’aritmetica.

La questione della carne e del sangue non può restare una prerogativa del misticismo e dell’ascetismo, e nemmeno dell’ateismo con il suo seguito di edonismo filosofico o volgare. Occorre situare la carne e il sangue non nella metafisica ma nella metapsicologia di Freud, letta nell’attuale della cifrematica.

La questione è quella dello statuto della carne e del sangue nella scienza della parola cifrale: l’instaurazione della carne (cifrema dell’oggetto) e l’instaurazione del sangue (cifrema del tempo) esigono il corpo immortale e la scena indistruttibile.

(1996-1997)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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