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A proposito del libro "Tout était faux. En guise d’adieu au siècle du mensonge"

Il centrismo rivoluzionario di Jean-François Khan

Giancarlo Calciolari

Per questo, conta la rivoluzione della parola: altro non è il "centrismo rivoluzionario" di cui parla Jean-François Kahn. Un progetto di centrismo rivoluzionario. È il progetto inconscio, che richiede l’oggetto, il sembiante, senza di cui non c’è nessun progetto ma una modello scopiazzato altrove.

(1.10.2001)

L’anticomunismo coopera soltanto alla purificazione del comunismo.

Armando Verdiglione, La dissidenza freudiana, 1978

Tout était faux. Tutto era falso. Jean-François Kahn lo dice di un "secolo della menzogna" da cui prende congedo con questo libro di analisi del comunismo. Comincia prendendo in considerazione la "memoria ipertrofica" rispetto alle analisi fatte sul dopo comunismo in Russia e negli altri paesi dell’ex Unione Sovietica.

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Hiko Yoshitaka, "Oblomov", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23 x30

Per questo nessuno aveva previsto la situazione attuale: l’emergenza delle mafie, l’ultracapitalismo, il ritorno di alcuni partiti comunisti... E nessuno che abbia fatto il semplice bilancio tra i dieci anni dopo lo sfaldamento dell’impero sovietico e i dieci anni dopo la rivoluzione d’ottobre.

Rimane che se la Russia non si è prestata alla previsione attesa da comunisti, liberali, ex e post, indica che non tutto è sotto controllo. L’aria, la libertà, la leggerezza, il sogno non sono confiscabili. Jean-François Kahn annota come la "dialettica incrociata" dell’anticomunismo e dell’antifascismo abbia consacrato sia il comunismo sia il fascismo.

Ovvero "l’ostilità al campo del male non induce necessariamente il bene". E incomincia dicendo che: "Non è la democrazia che ha permesso al socialismo di aprirsi, ma è la tirannia comunista che ha favorito il ritorno trionfante di un ultracapitalismo."

Prosegue a esplorare il bestiario politico, per esempio l’affermazione che il socialismo realizzato non fosse socialismo, mantenendo così la purezza dell’ideale, sempre pronto per l’azione. Kahn rovescia la formula e scrive che "non c’è mai stato altro socialismo che il comunismo!". Sino alla constatazione che "il comunismo è crollato perché ha effettivamente realizzato la sua utopia".

Kahn esplora il comunismo e l’anticomunismo, il comunismo dei comunisti e il comunismo degli anticomunisti, l’anticomunismo dei comunisti e l’anticomunismo degli anticomunisti. E’ per questa attenzione alla gnosi comunista che può annotare la ruota perversa della rivoluzione, non materialista, ma sostanziale e mentale: "La rivoluzione portava necessariamente in sé la controrivoluzione".

E così la mafia e il bordello più che sostituire il partito e la chiesa ne costituiscono l’altra faccia. In particolare pone l’attenzione sulla relazione comunismo stalinismo. E rispetto allo stalinismo arriva alla formulazione apparentemente paradossale: non è Stalin a fondare lo stalinismo ma lo stalinismo a proporre l’avvento di Stalin.

E Kahn indica i testi che paiono di Stalin e invece sono di Trotckij e di altri apparentemente meno stalinisti. Non è Stalin che ha inventato l’ideologia stalinista, ma l’ideologia che ha portato Stalin è stata poi chiamata stalinista. "Tutto era già scritto prima di Stalin". Lo stalinismo viene dall’hegelismo e dalla morale slavo-ortodossa. Per questo "lo stalinismo non può essere considerato come una deriva o una perversione, ma come il modo d’espressione tendenzialmente naturale del socialismo reale del XX secolo".

Non si tratta d’altro che dello "stalinismo come la forma più compiuta del realismo cinico". Ma l’anticomunismo non è da meno in quanto a cinismo: "stupidi comunisti diventavano subito ex-comunisti intelligenti". Come pensare il comunismo, lo stalinismo, il dopo comunismo, il post-comunismo, il luogo comunista sino alla polvere di comunismo del portacipria new age? Il libro di Jean-François Kahn è ricco d’ironia, di satira, d’ilarità. La stessa definizione di "realismo cinico" comporta la zoologia fantastica, il cinismo, il canismo del punto più basso, quello che si trova sulla terra celeste, dopo aver guadagnato l’assalto al cielo, promosso da Lenin.

Qual’è la nobile menzogna del tiranno che i sudditi hanno assunto con il lemma "comunismo"? Qual è l’immenso fratricidio che spinge ancora i nostalgici a brandire l’effige di Stalin e non di Trockij, Zinov’ev, Bukarin? Forse perché è il primo che con più determinazione ha giustiziato l’intellettuale. Stalin ha cercato con più ostinazione e metodo criminale di cancellare la differenza sessuale.

E così, nella società degli uguali, ognuno può diventare primus inter pares , ossia ancora più uguale degli altri. Nello stalinismo c’è il numero uno che uccide i numeri due senza mai poter uccidere il suo successore, come diceva con umorismo Machiavelli. Il comunismo come menzogna fondatrice è a sua volta fondato dalla mitologia della rivolta degli esclusi. E il terzo incluso richiede il principio di esclusione. Non lo sospende, lo consacra. "L’ultima menzogna: nobilitare a posteriori i disastri del comunismo per permettere che si ridispieghi il processo che permise il suo avvento".

Non è retorica la domanda di Jean-François Kahn: "Esiste un’ideologia chiusa, in cemento armato, detto altrimenti esiste un integrismo, anche ultraliberale o ultrasionista, che non sia suscettibile di rivestire una forma staliniana?" Non è Stalin a fondare la circolarità della rivoluzione. È la creazione del cerchio, della classe, a comportare Stalin. "La doppia demonizzazione del comunismo con l’anticomunismo e del fascismo con l’antifascismo, hanno consacrato il fascismo e il comunismo, confluiti oggi nel pensiero unico", nel pensiero new age dove tutto è presente, sincronico, compatibile, e gli uomini sono liberi di mangiare cavoli a merenda.

È ironico il "buon uso di una memoria ipertrofizzata" di Kahn, lontano dell’assenza di memoria della new age. Ora, i discorsi supposti causa, i fantasmi di padronanza che si esplicitano come ideologie per l’azione, si fondano sull’assenza di memoria, di tradizione. Infatti il tradizionalismo e l’antitradizionalismo si danno da fare per cancellare la traccia. "Il comunismo fu una stravagante menzogna che generò un’immensa tragedia". Dire questo come fa Jean-François Kahn in apertura del libro, con il passato remoto, è già annunciarlo come una fantasia di padronanza che si è dissolta.

La memoria non si declina al passato remoto. La memoria non conosce il tempo come durata. Freud annota come l’inconscio sia atemporale. La memoria è traccia in atto. Kahn: qual’è la nave, quale il capitano, quale l’equipaggio, quale l’ideologia della nave? Si tratta di un "naufragio". E imperdonabili sono le responsabilità del capitano. Ma non si tratta di dire la verità della nave. Non c’è conoscenza della nave. A questo proposito il titolo del libro è paradossale. È una variazione del paradosso del mentitore, sorta di quadratura della menzogna con la verità e vice versa.

La cifrematica dissipa la credenza nel mentitore, nel soggetto della menzogna, e ritrova menzognero il significante, per cui il paradosso è della menzogna. Solo negando il paradosso della menzogna, il significante, l’uno, è unico, e si divide in due, si fa in quattro... L’algebra dell’io, ovvero la clonazione dell’uno crea una società di simili, di doppi, e alcuni sono ancora più unici, in particolare l’uno che ordinalmente è il primo. Il dittatore. Stalin, Hitler, Mussolini, Franco...

Come pensare il dopo comunismo? Questa domanda vale già a situare le proposte a partire dall’orizzonte del comunismo. La questione è un’altra, si tratta del progetto e del programma dell’avvenire, in modo che il "post" si dissipa, non esistendo più - perché non è mai esistita - la possibilità di pensare l’avvenire a partire dalla sua fine. "Del comunismo in quanto sistema totale, che cosa resta? Apparentemente pressoché niente".

Se settant’anni di comunismo non hanno lasciato traccia di arte, di cultura e di scienza è perché si è trattato di un movimento di negazione della parola, di un tentativo totalitario di controllo dell’aria e dei sogni di ciascuno. Proprio perché per Kahn non c’è l’impero del male, egli esplora l’impossibilità di situare il bene e il male di fronte, lungo la strada da compiere. L’itinerario di Jean-François Kahn va dal "rifiuto totale" del comunismo alla non accettazione, ovvero non lo sacralizza né lo demonizza, giunge alla semplicità di dissipare il discorso comunista come causa, come uno spaccio della bestia trionfante.

È proprio perché non c’è la droga di questo spaccio che Kahn si pone tranquillamente la questione dell’assuefazione all’ignominia. E non basta accorgersi che chi intende la logica che presiede alla rivoluzione francese e alla rivoluzione d’ottobre è in grado di predire, di annunciare profezie, come quella della scomparsa del PC cinese fatta da Aleksandr Zinov’ev, che non a caso è un logico, ancora prima che scrittore e pittore.

La questione da porre è quella del rinascimento e dell’industria. Qual è il progetto e il programma dell’avvenire. "La vera modernità consiste nel ripensare tutto, nel riformulare tutto, a partire dal momento in cui prese forma l’infernale meccanica intellettuale che scatenò le reazioni a catena dell’insieme delle menzogne, sia antagoniste che complementari". E leggendo il libro di Kahn si può intendere che solo una fantasia di padronanza sulla parola comporta la credenza nella perennità della padronanza comunista.

Sorge l’istanza del centro, che è vuoto, irrappresentabile. Occorre riannodare il filo che il comunismo ha rotto, tessendo, nuovamente, la tela del prossimo millennio. Per questo, conta la rivoluzione della parola: altro non è il "centrismo rivoluzionario" di cui parla Jean-François Kahn. Un progetto di centrismo rivoluzionario. E’ il progetto inconscio, che richiede l’oggetto, il sembiante, senza di cui non c’è nessun progetto ma una modello scopiazzato altrove. Quindi, conta il rivolgersi delle cose alla loro qualità. Proseguire nella battaglia intellettuale, che ciascuna volta è "ricominciare".

Jean-François Kahn, Tout était faux. En guise d’adieu au siècle du mensonge, éditions Fayard, 1998.

("Il Secondo Rinascimento", n. 64, 1999)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017