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La corruzione e la doppiezza proprie della nostra vita politica nascono e crescono nella società civile

Prima delle grandi riforme

Lamberto Tassinari

E’ una commedia. Eppure è anche una cosa seria anzi, tragica. Quelle che si definiscono "le forze democratiche e progressiste" devono iniziare una riforma del linguaggio a partire dai media.

(1.10.2001)

Quelle che da trentacinque anni in Italia si chiamano ancora "le improcrastinabili riforme istituzionali e di struttura" richiedono un prologo in terra: la riforma della burocrazia, della legislazione sulla casa, del traffico, del linguaggio dei media. Riforme tecniche e culturali, della mentalità e del comportamento, che sono la condizione per realizzare le grandi.

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Hiko Yoshitaka, "Exemplum", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Queste note si fondano su un’ammissione della quale tutti gli italiani devono convenire: da noi "il pesce non puzza a partire dalla testa". Altrimenti detto: la corruzione e la doppiezza proprie della nostra vita politica nascono e crescono nella società civile. La riforma morale che in altri paesi ha fissato, attraverso grandi eventi, i comportamenti civili e democratici della popolazione impiegando secoli, da noi non ha avuto luogo.

Per riformare dunque, si deve agire mentre la "macchina va" sapendo però, come dice Machiavelli, che a gettare le fondamenta di un edificio già costruito se ne rischia il crollo. Perché per riformare bisogna forzare la "natura" degli italiani. Per farlo i nostri tardivi Padri fondatori i quali durante la prima Repubblica non hanno saputo ultimare l’opera annunciata nel 1861 da Massimo D’Azeglio, avrebbero dovuto scendere dal mondo dei concetti e della retorica, calare nella quotidianità, tra la gente. Ma questi uomini e donne che ci hanno rappresentato, politici a volte preparati e colti, non hanno saputo riformare perchè incapaci, tra l’altro, di scendere ai "bassi" livelli pratici. È l’ antico complesso aristocratico della nostra cultura: meglio aver l’aria di pensatori, di grandi strateghi, in una parola, di geni.

Il Rinascimento ha segnato per sempre le nostre classi dirigenti. Ma ora, forse, le cose stanno cambiando. Perchè gli italiani possiedono anche grandi virtù: senso pratico, inventiva e notevoli capacità di adattamento, come dimostra la storia dell’emigrazione. Diciotto anni in Canada, mi hanno confermato che gli italiani, desiderosi di chiarezza, di disciplina, di efficienza, di onestà e di democrazia, si integrano generalmente bene alla vita civile e politica del paese ospite, provando così che delle nostre tare culturali e politiche potremmo "guarire" anche a casa nostra, nello spazio di una generazione.

Dall’autodenigrazione all’autocritica

Degli infiniti scritti sul carattere degli italiani ricorrerò a due. Il primo è di Franco Ferrucci. Il suo notevole saggio, trascuratissimo dalla nostra critica, si apre così: "Scrivere sull’Italia è un’abitudine italiana, un gioco nazionale che dura da secoli e che obbedisce a regole che uno straniero afferra a stento. (...) Ma certo esistono le radici psicologiche e retoriche di un genere espressivo che definirò come la critica di una condizione umana del tutto particolare: l’essere italiano.(...) È possibile che la tendenza all’autocondanna sia potentemente radicata nella nostra psiche (...) Si vada alle poste e si viaggi nei treni: ad ogni disguido di servizio, scatta l’inevitabile commento: così vanno le cose in Italia. (...) Se le cose vanno male, esse vanno male in Italia - lo afferma quotidianamente ogni commentatore di eventi.

Una sorta di rassicurazione è insita in tale litania; e ne è testimonianza il curioso sollievo che spesso l’accompagna. Come si sente meglio l’italiano dopo aver parlato male dell’Italia; quasi come sta bene il francese dopo aver parlato bene della Francia o l’americano dopo aver elogiato gli Stati Uniti. (...) Le conclusioni raggiunte da tali discorsi sono di solito negative; ma è una delle forme in cui un desiderio di superiorità si esprime nella recita del suo contrario- e vedremo che l’abitudine alla recita è il tratto più caratteristico della nostra specie."(1) Condivido queste affermazioni e quasi tutte le conseguenze che Ferrucci ne trae in seguito. Va detto però che questo testo, in cui permane un profondo senso di sfiducia nelle nostre capacità a vincere il "carattere" italiano, è stato scritto a ridosso di Mani Pulite e prima dell’Ulivo: due fenomeni che sono stati la dimostrazione, pur episodica, del contrario. Uno squarcio nella squallida tela di fondo della vita politica e civile dell’Italia, l’ irruzione della logica democratica di un "altro" paese.

Con le parole di Paolo Flores D’Arcais: " Mani Pulite (...) ha promosso davvero - almeno per un momento magico - la vocazione e l’interesse all’onestà che nei cuori e nei portafogli di molti convive con la spinta ad ’arrangiarsi’ (...) Il consenso popolare che inizialmente accoglie Mani Pulite esprime anche, confusamente, la speranza di tanti di poter far prevalere nel proprio comportamento futuro il proprio interesse alla legalità, senza essere penalizzati. Rinunciando alle pratiche diffuse di illegalità, nella certezza che tale rinuncia lo Stato imporrà a tutti, e con più severità a partire dall’alto ".(2)

Parafrasando Rousseau: bisogna costringere gli italiani a essere onesti. Se ne sono andati in tanti a cercare lavoro e fortuna, ma anche in cerca di quella serietà e rigore che sono propri di ogni autentica democrazia. Il primo passo da fare, nelle mentalità e nelle coscienze, dopo aver vissuto l’esperienza di Mani Pulite e dato vita a un governo finalmente efficiente anche se breve (seguito dall’attuale, sorprendente per combinazione, ma in continuità con l’altro), è il passo che separa l’autodenigrazione dall’autocritica. La prima è uno sport nazionale, un alibi - noi siamo disonesti perché i nostri governanti non governano e sono corrotti - o la consolazione del mal comune, se non addirittura, come sostiene Ferrucci, un’affermazione paradossale, per negazione, della propria superiorità individuale e di popolo.

L’autocritica invece è la premessa e la condizione del cambiamento: la conoscenza di sè senza compiacimenti insieme alla conoscenza della natura necessariamente sociale dell’interesse del singolo. Un principio di democrazia elementare che raramente durante la nostra storia è stato messo in pratica. L’autocritica però ha senso solo se è immediatamente seguita da azioni concrete tese alla correzione degli errori, in mancanza delle quali si ricade nel terreno sterile dell’autodenigrazione.

Prologo in terra

Scendiamo ora nel quotidiano, svestendo gli abiti curiali e abbandonando i termini e i toni saggistici per indossare gli abiti più dimessi del pedone, dell’affittuario, dell’utente di servizi pubblici, di chi usa i mezzi di informazione. Occupiamoci di alcune delle tante piccole, sottili riforme di cultura antropologica, così scontate e ovvie per tutti ma che in cinquant’anni di vita repubblicana non siamo riusciti a realizzare.

Il traffico, le vie e le piazze di città e paesi, teatro degli scontri e delle sfide motorizzate. L’arroganza e la prevaricazione che si incontrano nei luoghi dove si dovrebbe svolgere la vita civile e politica - Parlamento, tribunali, Comuni, scuole - si ritrovano prima nelle strade. Cosa può succedere nel Paese in cui, dopo dieci anni dall’entrata in vigore dell’obbligo delle cinture di sicurezza, l’80% degli automobilisti non le indossa e la polizia se ne frega? Quello che succede, di tutto. Per vietare l’accesso a una via o a uno spazio pubblico ci vogliono capitelli di pietra oppure grosse catene. Il casco si porta solo dai 50cc in su e per categorie d’età! Il parcheggio è spesso una pratica di arrembaggio selvaggio ad ogni centimetro di asfalto o di marciapiede. I motorini, a nuvole, penetrano dovunque a velocità demenziali. L’estate scorsa ho assistito a questo: una ragazza ha posteggiato la sua fuori strada in mezzo a una viuzza di una grande città e se ne è andata per mezz’ora chiudendo bene a chiave la portiera. Caso estremo a prova del fatto che lo spazio pubblico non esiste nella mente degli italiani. Chi può opporsi, correggere e punire?

Vigili, poliziotti e carabinieri - certo capaci di intervenire negli scontri di piazza, nei disastri e nelle emergenze - non sono capaci, non possono esserlo, di vedere le violazioni, gli abusi, le follie dei loro fratelli e sorelle. Ora, a proteggere il privato, in quest’Italia incredibile, c’è il garante della "privacy". A quando un garante della cosa pubblica? Nell’attesa, invece di "rottamare" l’intero parco macchine per la Fiat, si dovrebbero davvero sviluppare i trasporti pubblici e insieme applicare il codice della strada. Questa "banale" riforma servirebbe a contenere la furia del privato nella manifestazione più selvaggia, quella motorizzata. Far prendere l’autobus, far rispettare i sensi unici, le aree dei posteggi, la cintura, il casco, la velocità è la prima piccola lezione di democrazia, condizione delle successive.

Per la casa ci vuole una legge, non una raffica di decreti, non il Nulla. Non è la volontà politica che manca, ma semplicemente la volontà. Quello degli affitti in Italia è un assurdo totale che si spiega con la dinamica del conflitto di tanti interessi privati e con l’ assenza dello Stato. La casa, con la roba e la famiglia dentro, è un concentrato troppo potente di interessi e di simboli perché il problema si risolva da solo, per forza del mercato. Una delle cause è stata la legge sull’equo canone, demagogica quanto caotica.

Non si è saputo o voluto utilizzare il grande patrimonio di immobili e spazio pubblico per dare casa ai cittadini più indigenti, introducendo una legislazione chiara che tutelasse in modo giusto anche gli interessi dei proprietari, tassando con giustezza. Le ragioni però sono anche culturali, antropologiche, in un Paese in cui la casa era e resta in cima alla gerarchia dei valori: chi ce l’ha non la molla, che sia proprietario o inquilino. E così, chi non ha i soldi per comprare, non si muove perché non trova casa. Ci si sposa meno anche perché affitta solo chi conosce e è conosciuto. Il mercato degli affitti è fermo o quasi con prezzi altissimi, quello delle vendite è alterato. Più di vent’anni di questa storia che, malgrado sofferenze individuali è il risultato, come al solito, di una complicità universale: dello Stato, dei proprietari e degli inquilini. Di sfrattati e sfrattatori: categorie mobili (come tante altre) che si intrecciano e si confondono sulla caotica scena italiana. Basterebbe che la legge garantisse il rispetto assoluto delle scadenze degli affitti, proteggendo i più deboli nei casi veri e seri, per sbloccare la situazione; e che si costruisse di più a prezzi abbordabili. Ma a chi conviene davvero la chiarezza in un paese in cui nessuno può garantire il rispetto "assoluto" di nessun diritto?

Nella burocrazia, dove proprio in questi mesi sono stati finalmente annunciati interventi importanti, vanno cambiate le forme. Intendo proprio i moduli, per cominciare. Senza aspettare decenni ancora. L’universo della pubblica amministrazioine rigurgita di dizioni astruse e anacronistiche, di autorità, di articoli, regolamenti e norme, di obblighi e ordini, di modelli a ricalco, di io sottoscritto, di marche e di bolli. Una burocrazia deprimente oltre che aggressiva. Ancora una volta il linguaggio che tradisce un rapporto difficile se non inesistente tra cittadino e istituzioni. Certo non vogliamo che il cittadino diventi un consumatore ma tantomeno che rimanga un suddito passivo e un nemico. Non è nemmeno l’ elogio dell’informatizzazione indiscriminata ma il rifiuto di una manualità che è complicazione e lentezza, di una oculatezza ottusa che non hanno proprio niente di umanistico!

La via ai servizi deve essere chiara, accessibile, rapida, in una parola democratica. Questo è un lavoro indissociabile certamente dalla realizzazione delle riforme di struttura (3) ma si può già partire a ri-formare, a dare nuova forma ai procedimenti, alle carte: cambiando lo stile cambiano i ritmi e i tempi, i rapporti.

Infine il linguaggio dei media, rivelatore di tutte le patologie e le aberrazioni del nostro essere civile e politico. Le analisi e le rivelazioni di chi ha riflettuto su questo aspetto dell’anomalia italiana non sono mai state applicate alla pratica. Perché è onestamente difficile tradurle in politica, ma anche perché i nostri aristocratici intellettuali raramente si provano a collegare il cielo alla terra. Il linguaggio dei media che riproduce e amplifica la volgarità di quello popolare è stato analizzato e criticato probabilmente da molti, ma non mi risulta che queste critiche abbiano prodotto alcun effetto.

Penso che il nostro linguaggio sia alterato, eccitato, volgare. Siamo portati all’iperbole, all’eccitazione. In Italia un’azione fiscale diventa una stangata, un decretone. La partenza per le vacanze, l’esodo; il ritorno, il controesodo. Un imbroglio, l’inciucio. Ogni ambiguo, opportunistico comportamento politico, cerchiobottismo. Un voltafaccia politico, il ribaltone. The United Colors of Benetton con le sue ineffabili, "geniali" campagne pubblicitarie è un prodotto tipicamente italiano.

Anche la recente stagione della lotta alla corruzione politica ha dovuto essere battezzata, per incontenibile passione pubblicitaria, Mani Pulite e l’universo da combattere, Tangentopoli. Questo significa essere incapaci di chiamare le cose con il loro nome, sentire il bisogno di sminuirne la verità con interventi teatrali, di esorcizzarle. Di fingere. Anche bersagli politici della sinistra tanto seri e concreti come Silvio Berlusconi diventano nel corso dell’attacco: il Cavaliere, il Berlusca. Di Pietro diventa Tonino; a ministri e governatori ci si rivolge chiamandoli per nome, Carlo Azeglio e Lamberto. Qualcuno addirittura si autodefinisce il picconatore. È una commedia. Eppure è anche una cosa seria anzi, tragica. Quelle che si definiscono "le forze democratiche e progressiste" devono iniziare una riforma del linguaggio a partire dai media. Devono dire e informare senza "di-vertire", impiegare le parole giuste, controllare il tono, contenere le metafore, rinunciare al linguaggio aulico e accademico con il quale spesso è insopportabilmente impastata tanta frivolezza. Ci guadagnerebbe la nostra capacità di capire, di conoscere e di agire politicamente. Ci guadagnerebbe, oltre alla dignità di tutti, forse anche chi usa il linguaggio non per fare spettacolo ma chi cerca dentro il linguaggio, chi fa della "finzione" non come politica ma come arte : romanzieri, poeti e cineasti.

Firenze, 30 novembre 1998


Note
(1) Franco Ferrucci, Nuovo discorso sugli italiani, Mondadori, 1993

(2) "MicroMega", 4/98,ottobre-novembre, pag. 11
(3) Da leggere l’impressionante bilancio delle condizioni della nostra amministrazione pubblica nell’articolo "Da Bisanzio all’Europa" di Franco Bassanini sempre su MicroMega, 4\98


Lamberto Tassinari vive dal 1981 in Canada dove insegna italiano all’università di Montreal. In questa città ha cofondato e diretto la rivista transculturale ViceVersa (1983-1996).


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