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Riflessioni e proposte a seguito dell’incontro di Toronto

Fuori, per vedere il bosco

Lamberto Tassinari

Per essere concisi qui siamo sulla linea Leopardi-Gadda-Pasolini-Ferrucci-Pontiggia-Moretti. Che è la linea, pur tanto diseguale, ma critica, spietatamente critica, tracciata da quegli italiani in esilio interno (o esterno) che hanno visto l’Italia dal loro isolamento, dalla loro differenza e che vorrebbero cambiarla.

(1.05.2002)

"Outside to see the Forest" era il titolo del mio intervento ma non ho certo sviluppato questo tema come avrei voluto. La sostanza però l’ho espressa: si tratta di invertire il flusso, la direzione di energia nel rapporto tra Italia e emigrazione. Per parafrasare ironicamente un presidente americano: non dobbiamo chiederci quello che l’Italia può fare per gli emigrati ma quello che gli emigrati possono fare per l’Italia.

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Hiko Yoshitaka, "Leggere Alexandre Grothendieck", 2007

E io credo che le ’piccole Italie" possano e debbano intervenire per aiutare l’Italia a ’vedersi" e a cambiare. La proposta nasce dalla constatazione fatta pochi mesi dopo il mio arrivo in Canada vent’anni fa e che tutti voi, credo, condividerete: gli italiani che lasciano l’Italia diventano civili. Perché non lo sono quando partono, sono cittadini astratti di un paese incompiuto, frammentato e diviso. Un paese umano sì, politicizzato ma non politico, colto a sprazzi e raffinato, ignorante e feroce, ma non civile.

Per essere concisi qui siamo sulla linea Leopardi-Gadda-Pasolini-Ferrucci-Pontiggia-Moretti. Che è la linea, pur tanto diseguale, ma critica, spietatamente critica, tracciata da quegli italiani in esilio interno (o esterno) che hanno visto l’Italia dal loro isolamento, dalla loro differenza e che vorrebbero cambiarla.

L’Italia come oggetto di ispirazione, attraverso memoria e nostalgia, non ha bisogno di essere teorizzata. Artisti o no, tutti gli italiani intraprendono quella via. E come non farlo? Anche a non voler credere nelle ’radici’ e nella ’Patria’, partire e vivere separati dalla gente che ci ha visto nascere, non è facile. E per chi non è partito ma è nato qui la nostalgia può divenire ancora più viva perché accesa dal mito e dalla letteratura. Tutto ciò produce lirica e canto.

Invertendo il senso, è proprio il debole mondo degli emigrati, di quelli che partono e che in principio soffrono e che vivono separati ma, conoscendo la realtà che hanno lasciato, vedono il Paese da fuori, lo osservano con calma e cura, lo comparano, lo immaginano. L’emigrazione deve assumere questo ruolo critico e attivo di sguardo sull’Italia e dell’Italia.

Una proposta neo-antica
Gli italiani fuori d’Italia che trovano valida questa linea di riflessione, che la giornalista del Corriere italiano nella sua cronaca su Writing Italy ha definito "d’altri tempi" (ma di quali ?) invece di incontrarsi per discutere in conferenze internazionali sull’emigrazione, dibattendo in toni spesso vittimistici e rivendicativi, su quello che l’Italia non ha fatto per loro etc. etc., dovrebbero organizzarsi per intervenire in Italia e aiutare criticamente la costruzione di alternative politiche e civili.

Come? Inizialmente creando un sito WEB che raccolga i contributi e le discussioni in questo senso. Interventi di carattere generale, interpretativo: analisi sociologiche, antropologiche, linguistiche, e altro. Ma anche e soprattutto di carattere politico-pragmatico; proposte di soccorso-civile su casi precisi, terapie ad hoc. Trasformare la nostra praticità, un volta tanto, in pragmatismo (mediterraneo però) ...

Contemporaneamente all’esperienza costruttiva del sito e di incontri periodici tra coloro che vi partecipano, si dovrebbe lavorare a costruire e sviluppare rapporti di collaborazione con gruppi e istituzioni in Italia che condividano lo spirito della nostra iniziativa e si impegnino a trovare le forme per veicolarla, mediandola così da permettere questo inedito intervento terapeutico.

Queste forme potrebbero essere quelle del documento video (qualcosa come il documentario sull’Italia di cui parlava Moretti in Aprile...) una specie di civile e politico Come eravamo e cosa siamo diventati. Non però un film documentario concluso, ma un’opera aperta e in progress. Un teatro civile a puntate, un feuilletton televisivo politico.

Infatti per l’Italia televisiva e calcistica del dopoguerra la cura deve essere omeopatica: dunque, in qualche modo, spettacolare ma disinnescando lo spettacolo della sua carica alienante, mercantile. Non solo TV e cinema ma teatro civico nelle sale e nelle piazze, meno istrionico di quello di Dario Fo, più ’serio’ e direttamente politico, nello spirito del film sulla Comune di Parigi del 1870 di Peter Watkins che ha avuto il genio di credere nell’elasticità del tempo e di ottenere dalla gente della strada lo stesso impegno e la stessa passione dei cittadini in rivolta di centotrenta anni fa!

Lamberto Tassinari, filosofo, scrittore, direttore della rivista "Viceversa" (1983-1997).


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30.07.2017