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L’impero segue troppo stesso alla repubblica che crolla

La repubblica o l’impero

Fulvio Caccia

L’opportunità è talmente bella, oggi, da riattualizzare i multipli sensi che la repubblica racchiude, per vedere quali indicazioni offrono al nostro futuro.

(27.08.2005)

Un anno dopo l’11 settembre, nell’ora dell’imminenza di una guerra annunciata in Irak, la questione dell’impero ritorna in scena, e in effetti non l’ha mai abbandonata. Il suo corollario obbligato : la repubblica. Questa coppia di gemelli accompagna la storia dell’occidente sino dalla notte dei tempi.

Purtroppo, l’impero segue troppo stesso alla repubblica che crolla per non avere saputo conservare i suoi valori. E sia nella sua forma totalitaria o nella sua forma più dolce del benevolo-gendarme-del-mondo-che-veglia-al-rispetto-delle-democrazie, la sottomissione all’impero corrisponde sempre a dare le dimissioni.

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Hiko Yoshitaka, "Leggere Alexandre Grothendieck", 2007

Ma, giustamente, cos’è la democrazia? Termine svilito se mai ce ne fosse uno, la res publica designa il "bene pubblico", la proprietà dello stato e più estesamente la politica per opposizione alla privatae res, dove trova il suo posto il singolare, l’individuo in una determinazione feconda.
Inizialmente nei greci si ritrova la divisione che oppone all’oikòs, la sfera della casa, il koinòn, lo spazio comune, senza per tanto che questo suddivida il politico e i suoi attributi: la cittadinanza, la libertà. Si potrebbe dedurre che per i greci il koinòn viene prima della polis e la rende possibile, ma non si confonde con questa.

L’urgenza di pensare l’esercizio del potere cancella questa distinzione originaria. La tirannia onnipresente non lascia - è vero - nessuna scelta. Nella famosa Repubblica dalla quale caccia i poeti (altro dibattito, lo si vedrà) Platone sogna uno stato stabile, dotato di una costituzione e rispettoso della ragione.

E chi incarna meglio il sovrano imbevuto di buon senso che il re filosofo? Questo modello del politico va a influire sul modo di governare lungo tutti i secoli. Aristotele ci aggiunge il governo della moltitudine "che amministra lo stato in vista dell’utilità comune". E come stoico pragmatico, Cicerone proclama la "cosa pubblica, cosa del popolo", ma si guarda bene dal menzionare un regime politico particolare, come se presentisse che un tale regime, anche oligarchico, non durerebbe molto dinanzi alle ambizioni dei tiranni. Tra l’altro ne fu una vittima.

Il suo assassinio chiude la repubblica romana e apre sull’impero, poiché la tentazione del potere avrebbe di lì a poco spazzato via le velleità democratiche della repubblica, ossia della prima manifestazione dello stato.
Nel corso della storia c’è stata la tendenza a sottostimare la seconda in rapporto alla prima arrivando anche a confonderle. Tutto procedeva come se si avesse voluto la democrazia, senza per tanto vederla concretizzarsi nella sua forma tangibile di stato. Ora questa affermazione non può farsi senza una riflessione sullo stato e a monte sul potere.

È da così tanto tempo che il potere dimora una emanazione del diritto divino che le monarchie possono reclamarsene per fondare la loro legittimità, così che l’avvenimento di una repubblica pienamente democratica è rimasta problematica. Le esitazioni dei rivoluzionari francesi nel 1792, che dapprima avrebbero voluto una monarchia costituzionale, lo dimostrano ampiamente.

La repubblica si è imposta come ultima spiaggia per i rivoluzionari francesi, e questo a loro rischio. Tutto si è svolto come se si fosse voluto restare al di qua della tradizione, nella continuità di questo legame al sacro che occorreva comunque tagliare in senso proprio e figurato. Senza la bruciante intransigenza di un Saint-Just e gli stupidi errori di Luigi XVI è probabile che la monarchia francese avrebbe avuto ancora dei bei giorni davanti a sé. La prima repubblica fiera e vittoriosa conobbe il grido d’incitamento alla propria caccia a causa dei suoi propri difetti, e Napoleone si dette da fare per suonare il primo squillo di tromba.

Dopo un secondo tentativo nel 1848, i francesi dovranno attendere la terza parte del XIX secolo per rendere stabile infine il regime repubblicano. Quanto agli europei, essi pazienteranno sino all’indomani della prima guerra mondiale, che suonò le campane delle grandi dinastie monarchiche del vecchio continente. E ancora oggi sette stati europei su undici sono delle monarchie costituzionali.

Certamente, alcune dinastie praticavano già un certo liberalismo democratico; da qui una certa confusione tra il regime di governo che deve ispirare la democrazia e la sua manifestazione esteriore e sovrana: lo stato repubblicano. Per quanto evidente, questa relazione imboccò numerose trasformazioni prima di sostituirsi, non senza dolore, alle monarchie e alle oligarchie. Perché?

Dapprima c’è voluto che la sovranità potesse ritrovare il suo depositario, il popolo, e che questo avesse la coscienza e i mezzi di affermarsi alto e forte.
Le rivoluzioni del XVII e del XVIII secolo contribuirono a questa operazione di autolegittimazione. Ma le modalità di applicazione del regime democratico da instaurare furono più complesse. Effettivamente si pose subito la questione del modo di rappresentare la moltitudine, divenuto il motore della storia.

Occorreva rispettare le diverse separazioni di classe e le categorie professionali con i pericoli di ricadere nella trappola di una rappresentazione organica dei corpi sociali e dei territori che rinviavano al vecchio regime o al contrario bisognava praticare una rottura radicale? Inoltre è per questa dialettica che si è finalmente emancipato lo stato repubblicano del quale la pietra angolare risiede senza dubbio (almeno in Francia) nella legge di separazione della chiesa e dello stato votata all’inizio del XX secolo.

Questa legge completa la separazione dei poteri pensata da Kant. Tale è la novità della repubblica nella storia. Infine abbandonata dal formidabile peso della rappresentazione spirituale, lo stato repubblicano può allora prendere il senso che gli si riconosce oggi: sia una forma di stato nel quale i cittadini esercitano la sovranità, sia designando con i loro voti un presidente e i suoi rappresentanti, sia eleggendo dei rappresentanti ai quali spetta di eleggere il presidente.

Malgrado il suffragio universale, i modi di esercitare questa rappresentazione popolare sono oggi più che mai la posta in gioco maggiore della vita politica in occidente. La transizione tra lo stato nazionale e un insieme sovrannazionale economicamente forte ma politicamente debole va ad aggiungersi alla perdita di senso. Perché? Perché le condizioni di esercizio della vita pubblica sono cambiate. La mediatizzazione della vita privata così come quella della vita politica hanno creato l’illusione di una comunità per un verso planetaria e per un altro locale, che ci lasciano proprio senza voce. Come a dire: senza rappresentazione. Un terreno ideale per tutte le demagogie tentate di introdurre il privato, i valori familiari e morali nel dominio del pubblico. Segnatamente, ciò capita ogni giorno negli Stati Uniti.

Ieri come oggi, la repubblica può servire da contrappeso alla preminenza di questa opinione pubblica sottomessa a tutte le interpretazioni. Come? Mantenendo un certo numero di valori provenienti da orizzonti diversi (conservatorismo, socialismo, nazionalismo, liberalismo) all’interno di un quadro neutro affinché possano interagire, opporsi e fecondarsi senza travalicare il quadro assegnatogli. Questo è il principio della laicità.

Laicità resa questa volta tanto più necessaria che internet gli impone la sua trasparenza. I nuovi agora elettronici ci obbligano a rivisitare i valori della vita democratica. In primis la sovranità. Essa designa il carattere di un organo o di uno stato che non è sottomesso a nessun altro stato o organo. La sovranità è stata forgiata dai giuristi del re per consolidare la sua autorità di fronte a quella dell’imperatore.

La sovranità qualificata come "inalienabile" o invisibile è al cuore del dispositivo della rappresentazione popolare. Ora questa rappresentazione è stata sacra per molto tempo. E non è altro che nell’occasione di trasformazioni tecnologiche che la rappresentazione rivela la sua natura fittizia, ossia il suo dispositivo narrativo e soggettivo. L’opportunità è talmente bella, oggi, da riattualizzare i multipli sensi che la repubblica racchiude, per vedere quali indicazioni offrono al nostro futuro.

Fulvio Caccia, poeta, scrittore, direttore di "Combats", Parigi.
Prima pubblicazione: 1.1.2003


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