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Una poesia dolente ma non tragica

"Non farà rumore". Intervista a Aldo Gerbino

Giancarlo Calciolari

È poesia dell’esperienza quella di Aldo Gerbino. La sua lingua è di cose e non lingua di parole. Esplora il corpo e la scena, ne indaga la combinazione, con una tranquillità che non nega il dolore.

(1.10.2001)

Di Aldo Gerbino, poeta siciliano nato a Milano nel 1947, docente di embriologia all’Università di Palermo, che inoltre si occupa di critica d’arte e letteraria, è uscito il libro "Non farà rumore. Poesie 1975-1998" (Spirali, Milano 1998, pp. 180, L. 20.000).
È poesia dell’esperienza quella di Aldo Gerbino. La sua lingua è di cose e non lingua di parole. Esplora il corpo e la scena, ne indaga la combinazione, con una tranquillità che non nega il dolore.

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Hiko Yoshitaka, "La via, la porta", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23x30

E il conformismo poetico può trarre qualche indicazione dalle poesie di Gerbino per dissolversi. Per esempio la poesia impelagata nell’erotismo: i poeti "ronzano, oggi, per labirinti;/non cercano la scintillante temerarietà di Arianna,/ piuttosto le sue cosce ben tornite".

Come si situa per il rapporto tra medicina, insegnamento e poesia, che sono aspetti costitutivi della sua esperienza di vita?

Non c’è un rapporto di contiguità o di collateralità. È una struttura mentale. Io parlo spesso delle scienze umane e della cultura scientifica come elementi di uno stesso corredo culturale. Quindi s’incontrano, e si scontrano a volte. Fa parte del grande bagaglio della cultura. D’altronde il medico era, almeno sino a qualche anno fa, un umanista, in tutti i sensi. E lo dimostra la lunga storia della medicina. È una confluenza quasi biologica, quasi naturale. Non c’è nessuna forzatura nell’incontrare più linguaggi.

Nella sua poesia c’è un’accentuazione del tempo e del silenzio, come un aspetto del tempo...

La parola è il riflesso - userei un termine scientifico - l’epifenomeno, ossia il fenomeno che emerge dal simulacro del tempo. Il tempo scandisce la parola, nello stesso tempo ne sostanzia la forma e il contenuto. Guai se non ci fosse. Il tempo dà la dimensione e la sostanza delle cose. E anche la caducità è la sua grande forza ironica, che tutto sommato ne contraddistingue gli elementi dell’effetto.
Si può notare che in me c’è una certa ironia, dettata proprio dal tempo, il quale consente di allontanarsi dalla banalità dell’esistenza stessa per dare valore e spessore alla vita, anche quando sappiamo che il tempo è veramente contato. Abbiamo poco tempo e proprio per questo dobbiamo dare uno spessore morale alla nostra esistenza. E la poesia, quindi la parola, sono i mezzi e gli strumenti che consentono di dare uno spessore morale. A questo tengo moltissimo, la poesia è un mezzo etico, un mezzo morale. La cultura in genere. Dico la poesia perché io mi esprimo attraverso la poesia.

Non c’è tragedia, non c’è dramma nella sua poesia. Ci possono essere il dolore, la difficoltà, ma non sono drammatizzate. E la morte è incerta. C’è una sorta di dissolvimento della morte...

Primo, la morte vista come una consunzione naturale dell’esistenza biologica. Secondo, non c’è situazione della tragedia. È una poesia dolente, per quanto possa coglierla io che la produco. È fortemente dolente, ma non è tragica. Anzi, si allontana dal tragico, perché spesso il tragico diventa grottesco; e personalmente aborrisco il grottesco.
È una poesia sofferta in quanto è sofferta la nostra esistenza. La caducità della nostra vita, ecco. Dà questa questa dimensione di precarietà.

Una domanda forse rituale per gli scrittori siciliani: qual è per lei la connessione tra la poesia e la Sicilia? Intanto, esiste?

C’è. Questo senz’altro. Direi che la poesia si nutre di questo. Certo, posso fare degli esempi di autori non siciliani che amo, per esempio tra gli italiani amo molto Montale, non italiani amo molto Ezra Pound e Eliot. Ma poi, chi sono i siciliani che io amo? Sono Bartolo Cattafi, Lucio Piccolo, un po’ meno Quasimodo. E poi sono alcuni meno conosciuti ma molto importanti per me, come Vannantò, Nino Pino, cioè autori che hanno scritto sia in lingua che in dialetto. Oppure sono autori come Bonaviri, con cui condivido molta amicizia. O autori come Bartolo Cattafi, che rappresenta un po’ l’emblema dell’esistenza tradita.

Eppoi, se consideriamo anche la cultura poetica siciliana, è un cultura che vanta più di un millenio di produzione, ancora prima della scuola poetica siciliana, con gli arabo-siculi, e così via. Tutta una produzione che ne fa uno strato molto denso, e quindi è chiaro che chi vive in questo tipo di cultura si nutre giustamente di questa cultura.

Cravatte

È il nodo della mano, il precipitare

lento degli occhi, quel loro indagare

di padre a sorprendermi, oggi,

a tanti anni di assenza.

Sì, le bande marrone,

il grigio incedere del tessuto

il giallo travaso dei ricami, degli ornamenti.

Certo, il nodo fragile, come l’esistenza, d’altronde.

Il disperdersi di vite e incoerenze.

Il bottono che non lega: padre e figlio.

Ancor oggi l’àsola è dura. Impervia.

Dolente. Pur si ammanta di una luce nuova,

inaspettata, trafitta da luminosi cheloidi.

Bari-Palermo 1996-98


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30.07.2017