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"I miei sono versi. Li vivo, li scrivo, e li respiro. Mi sono necessari"

Intervista a Aleksandr Kusner. La sublime poesia

Fabiola Giancotti

"Sono seduto a tavolino. Non so cosa scriverò, ma ho voglia di scrivere. Mi metto a pensare e poi un po’ alla volta arriva il pensiero, non un semplice pensiero ma un pensiero poetico. A volte, il rumore di un albero mi porta dei versi. A volte, la voce di mia moglie oltre la parete. A volte, qualche impressione. Qualcosa è accaduto nei giorni precedenti."

(1.10.2001)

Si notano, nelle poesie di Aleksandr Kusner, la storia, la filosofia, la teologia. Questa ricerca fa parte dei suoi studi o è un pretesto?

No, naturalmente, i miei sono versi. Li vivo, li scrivo, e li respiro. Mi sono necessari.

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Neysa Grassi, "13dsugar", 1999

Perché la teologia?

La poesia risolve i più importanti misteri dell’esistenza umana ed è legata alla teologia, alla fede, ma anche alla mancanza di fede.

La poesia russa dell’ultimo secolo, fino all’inizio del Novecento, è stata molto intensa, ma anche quasi disperata e senza sbocco. La sua opera procede dalla disperazione, ma non rifugge dalla speranza e dall’avvenire...

Ho amato molto i poeti nati negli anni novanta dell’Ottocento, l’Achmatova, Mandel’stam, Pasternak, la Cvetaeva naturalmente, e Kuzmin ancora, Chodasevic... penso continuamente a essi, con essi avvio ciascuna volta una conversazione... il poeta parla con i predecessori. Sono suoi amici. È legato da un’amicizia in verticale e non in orizzontale - intendo verticale in senso cronologico

Dell’incontro con Anna Achmatova, lei ha già raccontato qualcosa. Vorrei che ci dicesse di qualche aneddoto.

Sono stato a trovarla qualche volta. Ero molto giovane, e la temevo terribilmente. Se fossi stato più vecchio, sarei stato più audace.

A quel tempo, c’erano varie associazioni di poeti, ci sono ancora in Russia, a San Pietroburgo in particolare?

Adesso, più che altro, si può parlare di gruppi di amici, non di tendenze, di scuole. Io ho fatto amicizia con alcuni giovani, che però, certo, scrivono in modo diverso.

Lei ritiene che oggi possano formarsi poeti che saranno importanti domani? E se ci sono, cosa potrebbe dire loro?

Ci sono persone di talento, ma per costoro oggi è più difficile di quanto non lo sia stato per noi.

Perché?

Perché noi, allora, avevamo un grande interesse per la poesia, anche se non ci pubblicavano - Brodskij non veniva pubblicato e, tuttavia, i lettori lo conoscevano. Adesso invece escono i libri, ma nessuno li legge.

Quindi, come procede con i giovani?

Ci riuniamo, leggiamo i loro versi. Io stesso scrivo articoli citando per esempio alcuni - Aleksej Mashevskij, Aleksej Purin, David Raskin, Aleksandr Tankov e Lev Ushakov - molto bravi.

Dopo l’acmeismo e il futurismo che cosa è accaduto nella poesia in Russia?

Dopo c’è stato il potere sovietico.

E all’interno del potere sovietico?

Naturalmente, esistevano le scuole. Ci sono stati i futuristi, i costruttivisti, e poi niente. C’era un solo partito e una sola letteratura sovietica.

Durante il potere sovietico, poesie e libri venivano diffusi clandestinamente. Qualche intellettuale ha raccolto e conservato qualcosa?

Sì, in maniera diversa. Per esempio Nadezda Jakovlevna Mandel’stam ha conservato le memorie di Mandel’stam e i suoi versi. Avevo diciotto anni quando ho letto per la prima volta Mandel’stam le cui poesie venivano diffuse semplicemente battute a macchina. I miei vecchi professori si ricordavano di lui e di Majakovskij, conoscevano Achmatova: erano loro a mostrarmi questi versi. (Oggi però è stato pubblicato tutto.) E anche se in Unione Sovietica non si pubblicava, tuttavia si conosceva tutto anche allora, nella nostra generazione. Conoscevamo la filosofia occidentale, leggevamo i libri occidentali: Camus, Sartre, Hemingway, Graham Greene, Folkner, Nabokov, tutto. Noi leggevamo tutto.

Lei cita nei suoi scritti anche autori classici latini e italiani. Quando ha incominciato a leggerli?

Ho letto sia Platone sia Aristotele, che non erano proibiti, a differenza degli autori russi. A scuola, all’istituto, e durante le lezioni universitarie, ci parlavano di Dante, Petrarca, Boccaccio. E, poi, io stavo vicino all’Ermitage, guardavo la pittura italiana. L’unica cosa che sognavo di vedere erano le città italiane, Venezia, Roma, Firenze. E Venezia l’ho vista, Roma l’ho vista e adesso vado a vedere Firenze. Avevo paura, a Venezia, di restare deluso. Invece, è meravigliosa.

Che cos’è il poeta, e che cosa è la poesia?

È una domanda difficile. Mi spiego. Ci sono persone che scrivono versi, ma non sono poeti. E viceversa. Io dico che la poesia non è inventata dal poeta ma esiste per conto suo. E il poeta è colui che è in grado, nei versi, di mostrare come la poesia esista.

Il messaggio di un poeta russo ai poeti italiani.

Forse mi sbaglio, ma penso che la lingua italiana e la lingua russa siano simili nella costruzione poetica dei versi. Quando sento parlare in italiano, capisco che se mi avessero insegnato l’italiano da piccolo io avrei scritto in italiano. Mandel’stam e l’Achmatova avevano studiato l’italiano da soli, e in Russia c’è sempre stato un interesse per l’arte italiana.
Ai giovani dico: non rinunciate alla vita.

Che cos’è la vita, Aleksandr Kusner?

La vita è "orrenda, orrenda, orrenda, stupenda, orrenda".


E, dunque, che cos’è la morte?

La morte. È il privilegio di tutti gli esseri viventi. Ma la pietra non muore.

Come si trova in Italia?

Sono molto contento di essere in Italia per la quarta volta nella vita. Per me questo è un grande avvenimento. Amo molto questo paese. Il paese di Botticelli, il paese di Leonardo da Vinci, il paese di Raffaello, ecc. Sognavo di venire in Italia, ma fino ai cinquant’anni non sono andato da nessuna parte. Sognavo di poterlo fare prima di morire e soprattutto sognavo di vedere due Paesi, la Francia e l’Italia, e li ho visti.

Sono i due Paesi preferiti dagli artisti russi.

In Russia, amano molto l’Europa.

Dove andrà la Russia nel terzo millennio?

Oh, io spero che la Russia, e in genere l’Europa, vadano verso la pace e che non ci saranno più né rivoluzione né comunismo.

Secondo lei, potrebbero ancora esserci?

La minaccia c’è. Ma vincerà, spero, il buon senso.
Forse il guaio della Russia è che è un Paese troppo grande Enorme. Viene la neve e a Mosca non si sa quel che succede a Vladivostok. È troppo grande. Se la Russia fosse come l’Italia sarebbe normale.

Qual è il programma di Aleksandr Kusner per i prossimi anni?

Penso che l’uomo non debba alzare il sipario per vedere cosa c’è dietro. Vorrei che ci rimanesse la capacità di sorprenderci della vita.

Questo può dare un contributo alla Russia nuova?

Sì, naturalmente. Io lo dico: la vita è tragica, la vita è terribile, tuttavia dipende da noi, noi siamo in grado di gioire per le cose più semplici.

Una curiosità, quando lei si mette a scrivere, come si dispone?

Sono seduto a tavolino. Non so cosa scriverò, ma ho voglia di scrivere. Mi metto a pensare e poi un po’ alla volta arriva il pensiero, non un semplice pensiero ma un pensiero poetico. A volte, il rumore di un albero mi porta dei versi. A volte, la voce di mia moglie oltre la parete. A volte, qualche impressione. Qualcosa è accaduto nei giorni precedenti.

Lei è sempre vissuto a San Pietroburgo?

Sì. Sono nato a Leningrado e vivo a San Pietroburgo.

San Pietroburgo sarà importante...

Non so. Penso che San Pietroburgo sarà più bella. Ma per me anche adesso è bellissima.

Maggio 1998.

Fabiola Giancotti è ricercatrice dell’Università del Secondo Rinascimento di Milano. È redattrice e responsabile dei libri e dei cataloghi d’arte della casa editrice Spirali.


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30.03.2017