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Nel luogo innatale di Dino Campana

Viaggio

Moira Bruni

Ci siamo lasciati con una promessa, io e il signor Scalini: un pacco di brigidini e la fotocopia dell’articolo da parte mia; un aiuto "campaniano" per un regalo ad una persona cara da parte sua.

(1.05.2004)

Ogni tanto lascio che accada.
Prendo la macchina e mi faccio condurre dove il momento vuole.
Già da qualche giorno ci pensavo e oggi, dopo una mattinata piacevolmente spesa a rovistare fra i volumi polverosi di un archivio, mi sono lasciata tentare dalla voglia di vagabondaggio. Verso un luogo affascinante, ai miei occhi, per aver visto crescere ed impazzire un poeta.
Quel luogo, in realtà, ha sempre esercitato una sorta di attrazione - repulsione per me, come tutti i luoghi "di confine" che sono lo "spauracchio" per noi insegnanti di "primo pelo", al primo incarico.
Alla fine, non ci sono mai "dovuta" andare e mi son ritrovata, a 36 anni, a desiderare di andarci solo perché un personaggio affascinante ci è vissuto, ci ha amato, ci ha sofferto.

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Alessandro Taglioni, "Senza titolo", 2003-2004, Artwork on paper, 50 x 70

Il fascino del vagabondaggio sta soprattutto nell’attesa di quello che ti aspetta.
Se guidi specialmente, e se sai lasciarti sorprendere e meravigliare da quello che passo passo ti trovi davanti, il viaggio diventa un’esperienza molto ricca di per sé, a prescindere se quello che poi trovi, alla fine, corrisponde all’aspettativa che ne avevi.

Lasciando Firenze e poi Borgo San Lorenzo, ho incontrato luoghi già conosciuti: Barbiana, solo intravista a dire il vero. E subito, impellente, la voglia di contattare un’amica, assieme alla quale ci ero andata. San Martino a Scopeti, un’escursione seminotturna con quello che era il mio compagno, alla ricerca dei lavori un pittore minore.
E poi il nuovo.
E’ incredibile come, a volte, basti lasciare una strada, per vedere il paesaggio cambiare all’improvviso, in modo quasi inconcepibile.
Se poi la strada diventa sempre più stretta e le colline cominciano a circondarti, lasciandosi diventare balze, monti imponenti ricoperti di alberi fitti, è per me un vero e proprio spettacolo, un godimento del cuore!

Le curve e i tornanti si son fatti via via sempre più numerosi e ripidi e il tempo che trascorreva mi ingannava sui chilometri percorsi.
I borghi, ogni volta sempre più pittoreschi e comunque perfettamente integrati nel paesaggio davanti a me, mi illudevano di essere arrivata e invece dovevo piacevolmente continuare ancora. Questo faceva della mia meta qualcosa di inafferrabile e l’ora e la distanza non mi preoccupavano affatto, trovavo, anzi,questo perdermi, molto inebriante e allo stesso tempo rappacificante.

Non sono estranea a questi vagabondaggi. In passato ne ho fatti di più moderatamente rischiosi e lontani, sempre da sola. Non mi piace farne con gli altri, a meno che non siano essi stessi amanti dell’inaspettato ed aperti a quello che può accadere. Ma difficilmente ho incontrato persone così tranquille dentro da lasciarsi condurre dagli eventi, senza doverne per forza stabilire a priori, i limiti.

Così ho continuato e quasi mi dispiaceva sapere che da un momento all’altro sarei arrivata al paese che volevo: magari sarebbe stato ordinario, come tanti centri di confine, sviluppati e insqualliditi dalla loro posizione storicamente strategica.
Beh, non è stato così.
Quando sono arrivata a Marradi, la prima piacevole sorpresa è stata entrare in un paesello tutto sommato ancora semplice e raccolto. Niente di quei megacentri con casermoni a sei piani di schiere.
Colpita dal miraggio, solo più tardi confermato, di una via dedicata a Sibilla Aleramo, ho proseguito, cercando di intravedere tra le indicazioni dove si trovasse il Centro di Studi Campaniano. Non ricordavo il nome della piazza che mi avevano indicato al telefono e non avevo alcun punto di riferimento ma perdio non era un problema: era ancora presto ed avrei anche avuto modo di guardarmi un po’ in giro a piedi.
A metà di una discesa, poco prima di una curva che non ho mai oltrepassato, sulla sinistra, c’era la piazzetta: uno spazio fra i portici e i palazzi d’epoca sovrastanti, tutti attaccati l’un l’altro. Molto carina.
Ho parcheggiato ad un divieto di sosta incerto e comunque all’apparenza "innocuo" e subito la lunga e piacevole telefonata di un fidanzato passato, ha accompagnato l’attesa dell’orario di apertura del centro.

Il Centro Campaniano, pur nella sobrietà dell’edificio e dei locali che occupa, è molto accogliente.
Gentile, accomodante, garbato, premuroso uno dei responsabili che solo dopo ho capito essere Franco Scalini.
Mi ha accolto con curiosità e, dopo aver capito che ero la "signora dei brigidini", sentita al telefono qualche giorno prima, mi ha presentato ad una signora che stava arrivando sul momento. Un’altra responsabile del Centro.
Mi sono sentita come con un amico, con il mio primo ospite.
Guardandomi, mentre parlavamo, aveva nella voce ma anche nei modi, incredulità: gli avevo spiegato che VOLEVO vedere il manoscritto de IL PIU’ LUNGO GIORNO di Campana. Beninteso, non ero arrivata lì per quello, e lui lo sapeva, dal momento che al telefono mi aveva già detto dove avrei potuto trovare quel pezzo unico. Era colpito dal fatto che avessi nel cuore di vedere con i miei occhi il manoscritto.
Sono andata al Centro, in realtà, solo per tentare di recuperare la copia di un articolo su Campana che ero riuscita a trovare ed avere dopo lunghe peripezie e che avevo stupidamente smarrito: l’avvenimento nella Livorno del 1916, in cui Dino fu scambiato per una spia tedesca.

Vano il viaggio, anche se piacevole, perché il Centro non ha mai avuto quell’articolo.
Ci siamo scambiati esperienze e aneddoti sul nostro poeta, che io amo più come persona che come poeta, per la scarsa conoscenza che ho delle sue opere.
Parlare con il signor Scalini mi ha fatto dimenticare la mia già incosciente ignoranza.
È bello conversare con persone così appassionate. Azzardo "fanciullescamente rapite" da quello che amano ma ho paura di essere fraintesa, come molto spesso accade con le parole.
Una persona alla Dino, per intenderci. Un po’ come sono io, nelle mie passioni.
Trovo sempre più raro che le persone sappiano ancora entusiasmarsi delle piccole cose, in modo autentico. Le più si innamorano superficialmente e temporaneamente di qualcosa, di cui si dimenticano dopo qualche mese, sinceramente già annoiati e catturati da altre novità, magari ordinarie ma pur sempre novità.

Ci siamo lasciati con una promessa, io e il signor Scalini: un pacco di brigidini e la fotocopia dell’articolo da parte mia; un aiuto "campaniano" per un regalo ad una persona cara da parte sua.
Per il momento ho lasciato in sospeso il regalo per il mio amico: un giro a Marradi, con un bel pacco di brigidini prima o poi, conto di rifarlo.

Moira Bruni, poeta, scrittrice, lettrice d’arte e di cinema. Lamporecchio (Pistoia).


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