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Il nodo nelle opere di Yoshitaka concorre a un’altra cifra

L’avventura di Hiko Yoshitaka

Giancarlo Calciolari

Nella sua esperienza Hiko Yoshitaka ha trovato vari strumenti per scrivere. Per cominciare, la vita stessa. L’esperienza di vita si scrive in modo inedito. Per ciascuno e non solo per Yoshitaka. Poi ha trovato la penna, lo stilo, il pennello, il coltello, lo scalpello, la matita elettronica, l’elettrodo per saldare, la creta, lo zucchero, l’aquilone, il fuoco d’artificio, il vento, la pioggia, il sole...

(1.11.2002)

Ho incontrato Hiko Yoshitaka a Tokyo nel 1984, accompagnava il padre, traduttore giapponese di Proust. Mi ero recato in Giappone per collaborare all’organizzazione del congresso "La sessualità", diretto da Armando Verdiglione, psicanalista, editore, scienziato. Il giovane Hiko ascoltava con attenzione la conversazione in francese che avevo con suo padre; e fu appunto suo padre, Keizo, a dirmi che il figlio sedicenne aveva imparato il francese non da lui ma da sua madre, nata francese, Juliette Bedeau. Era stato Keizo Yoshitaka a propormi di intervistare l’antropologo Tadao Umesao, direttore del museo di antropologia di Osaka, a causa della pochissima dimestichezza che avevo con la lingua inglese. Era noto a Keizo che Tadao Umesao parlava anche la lingua francese.
Hiko prima ha interpellato suo padre e poi ha proposto di accompagnarmi a Osaka per intervistare Umesao. Nel veloce treno che collega Tokyo a Osaka ho "intervistato" il giovanissimo Hiko sui suoi interessi, sulla sua vita, sulla sua famiglia (arrivando a questionarlo sui bisnonni giapponesi e sui nonni francesi; e già i francesi non erano solo francesi). Hiko era interessato allora come adesso al funzionamento delle cose. E il Giappone era e resta la questione più importante.

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"La banca del piacere", 2002, ceramica a lustro metallico, cm 28x28

La frase che mi ricordo, e che allora ho trovato buffa era: "perché pio padre è giapponese e mia madre è francese e io sono ’solo’ giapponese?"
Un mese dopo, quando si è tenuto il congresso nella splendida cornice dell’hotel New Otani a Tokyo, Hiko Yoshitaka ha partecipato, sempre a seguito del babbo. La sua sorpresa è stata immensa: mi chiedeva ciascun termine particolare dell’elaborazione teorica di Armando Verdiglione, e io azzardavo i primi termini di una risposta.
Forse la via senza più occidentalismo di Armando Verdiglione ha restituito a Hiko il testo dell’occidente. E il suo oriente ha debuttato senza più orientalismo.
Negli anni ho cominciato a raccogliere come dipinti i brevissimi interventi in caratteri giapponesi delle lettere che Hiko mi inviava sopra tutto sulla teoria di Verdiglione. Poi c’è stata una lunga fase della mia vita a Parigi dove mi sono occupato anche di riviste culturali. Allora ho chiesto gentilmente a Hiko Yoshitaka se mi poteva inviare le note dipinte della sua avventura.
Fino a oggi, quando in modo inatteso, in una conversazione con Michelangelo Marchi, Hiko Yosthitaka si è trovato coinvolto a inventare nel laboratorio di ceramiche dell’amico e maestro "Miche".

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"La banca del piacere", 2002, ceramica a lustro metallico, cm 28x28

L’intuizione di Hiko Yoshitaka che ciascuna lettera dell’alfabeto, in ciascuna lingua, è un nodo, lo porta a esplorare il nodo come prima emergenza del segno.

Il nodo è anche oriente e occidente, nord e sud. E questo è forse il modo in cui la storia di Hiko Yoshitaka, di padre giapponese e di madre francese, si annoda e poi si snoda in un itinerario che dissolve la nozione stessa di linea, quella che vorrebbe stabilire uno spartiacque tra est e ovest, tra nord e sud.
I nodi di Hiko Yoshitaka non implicano un virilismo innaturale (riscontrabile persino nei manga), irto di stilemi retorici indecifrabili. Virilismo che ha portato, tra l’altro, Yuko Mishima a tagliare il nodo con il seppuku. Il nodo nelle opere di Yoshitaka concorre a un’altra cifra, alla qualità assoluta, senza più decifrazione, che è sempre algebra della cifra, dalla sezione anatomica degli aruspici al taglio epistemologico.
Il nodo è intoglibile. E dal nodo procedono il filo e la corda del tempo. Questa è la lezione di Yoshitaka.Hiko Yoshitaka non ha mai esposto. Non ha mai pensato di esporre le sue opere tanto è lontano dall’idea di pittura dell’epoca. Non ha esigenze pittoriche, di storia dell’arte, di accademia e nemmeno di sperimentalismo naif. Nella sua esperienza Hiko Yoshitaka ha trovato vari strumenti per scrivere. Per cominciare, la vita stessa. L’esperienza di vita si scrive in modo inedito. Per ciascuno e non solo per Yoshitaka. Poi ha trovato la penna, lo stilo, il pennello, il coltello, lo scalpello, la matita elettronica, l’elettrodo per saldare, la creta, lo zucchero, l’aquilone, il fuoco d’artificio, il vento, la pioggia, il sole...

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"La banca del piacere", 2002, ceramica a lustro metallico, cm 28x28

Hiko Yoshitaka, artista, traduttore dal francese. Nato a Tokyo nel 1969.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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12.01.2017