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"Non ho fatto una scelta a tavolino"

Intervista a Roberto Panichi

Fabiola Giancotti

"Molte esperienze mi sono servite, ma la via, per la pittura e dunque per la mia formazione in questa direzione, la trovai più tardi, intorno ai trent’anni. Il pretesto fu l’incontro con mia moglie, Nada."

(1.01.2003)

Quali sono gli elementi storici e culturali che ha ereditato dalla sua famiglia?

Più che la famiglia di mio padre ho sempre considerato la famiglia di mia madre. La famiglia Marchi, in Versilia, ha sempre avuto una sua notorietà. I Marchi venivano da una nobile casata pisana. Giunti in Versilia nel diciassettesimo secolo, avevano costruito a pochi chilometri dalla spiaggia - in quello spiazzo che adesso è conosciuto come Strettoia (Ripa) - una casa di caccia e di pesca, e lì si recavano in alcuni mesi dell’anno. La residenza, che era una villa grande, ha resistito fino alla seconda guerra mondiale, quando vi si insediarono i tedeschi. Ricordo di esserci stato da bambino, proprio nel periodo di occupazione tedesca. Quando ci fu la ritirata dell’esercito tedesco, la casa fu distrutta per non lasciare nessun riparo al nemico che avanzava. La distrussero interamente, tagliando persino gli alberi, abbattendo le vigne, bruciando ogni coltura tutt’intorno. Ricordo la casa e ricordo anche il vecchio pittore Egisto Bertozzi, un amico di famiglia. Lo ricordo mentre dipingeva su una tavoletta, a una certa distanza, la grande casa.

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Roberto Panichi, "Entelechie seconde", olio su tela, cm 70 x 100

Esiste ancora la tavoletta?

Sì, la tiene mia madre. È una tavoletta d’ispirazione macchiaiola. Negli anni trenta, quaranta, in Versilia, il ricordo dei macchiaioli era ancora vivo.

La casa esisteva da quando?

Dal seicento. E buona parte di quei terreni appartenevano alla casa Marchi. Addirittura si raccontava che a villa Marchi avesse alloggiato di passaggio anche un Napoleone. Non il grande Napoleone Bonaparte, ma Luigi Bonaparte. Dopo la caduta dell’impero, e la sconfitta definitiva di Napoleone, Luigi Bonaparte andò in esilio con molti membri della corte. A un certo punto, vennero in Toscana, si stabilirono in Versilia e scelsero in particolare Seravezza. Luigi Napoleone Bonaparte si fece convincere, allora, a investire una parte del suo danaro per costruire una cartiera proprio lì, vicino a Seravezza. Fra l’altro, tra Seravezza, Pietrasanta e Strettoia c’era anche una vita intellettuale abbastanza interessante, testimoniata da vari scrittori del luogo. Anche le Memorie di Vincenzo Santini - un discreto scrittore della fine del settecento, inizio ottocento - descrivono la cronaca della Versilia, e di Pietrasanta in particolare; e anche qui, naturalmente, si parla di queste vicende. Tornando alla famiglia di mia madre, a parte il residuo di nobiltà che ancora c’era in questa casa, a metà ottocento cadde quasi in decadenza.

Questo nella famiglia...

Nella famiglia Marchi. La sia pur lontana eredità nobiliare raccolta dalla famiglia di mia madre ha contribuito a una certa educazione. Il padre di mio nonno Leonardo, il mio avo, aveva ancora un titolo nobiliare. C’era anche uno scultore, detto il barone di ferro, che si chiamava Antonio Marchi. Mia zia in particolare ha tenuto viva la tradizione di famiglia, circondandosi di artisti, poeti, intellettuali della zona.

Poi Lei ha studiato, si è diplomato e ha frequentato l’università laureandosi in lettere classiche. Quale è stato il pretesto per la pittura?

Molte esperienze mi sono servite, ma la via, per la pittura e dunque per la mia formazione in questa direzione, la trovai più tardi, intorno ai trent’anni. Il pretesto fu l’incontro con mia moglie, Nada.

Vederla mi fece capire cos’è la bellezza, la bellezza nella sua espressione più alta. E per la prima volta volli mettermi a disegnare e a dipingere. Il disegno, l’avevo già sfiorato in passato, ma dopo quell’incontro decisi di utilizzare il pennello, oltre che la penna, che fino allora mi era servita per scrivere. Da bambino, avevo disegnato, avevo riempito quaderni di schizzi e probabilmente se qualcuno mi avesse guidato, sarei arrivato alla pittura molto prima. Ma, per una serie di circostanze, le mie prime esperienze d’arte furono con la musica e con la scrittura. Quando conobbi Nada, non potei fare a meno di farle un ritratto e così incominciai a dipingere: dipinsi in un anno molte tele, paesaggi, ritratti, marine, nature morte.

E la famiglia del papà?

La famiglia di mio padre è anch’essa originaria della Versilia, di Pietrasanta. A Pietrasanta c’è un bel palazzo, recuperato una ventina d’anni fa. Si chiama Palazzo Panichi, è un palazzo cinquecentesco che dà sulla piazza del Duomo. A Pietrasanta, i miei "avi" furono presenti sopra tutto nell’ambito amministrativo, ma nulla di singolare.

Lei ha fratelli e sorelle?

Avevo una sorella che purtroppo, per una grave malattia, è morta prematuramente nel 1969, non ancora quarantenne. Era più grande di me di sette anni e mezzo. La sua scomparsa è stata una delle ragioni che ha provocato l’allontanamento dai miei genitori, che sono ancora vivi e sono vecchissimi, avendo oggi 94 e 95 anni.

Era già sposato?

Sì. Mi sono sposato nel 1968, e mia sorella è morta nel 1969.

Dunque già dipingeva?

Sì, dipingevo... Ma dipingevo ogni cosa. Trovare la via... è una parola grossa... non mi ponevo ancora la questione. Trovare la via è una cosa piuttosto lunga, forse ci si arriva dopo trenta, trentacinque anni di ricerca, e mai in maniera definitiva. Ci si arriva solo in due modi: attraverso una autenticità estrema e attraverso il sacrificio. Non ho fatto una scelta a tavolino.

Molti artisti stabiliscono in quale casella collocarsi, che tipo di conoscenze o di ambiente coltivare. Io le dirò che questo non l’ho mai fatto. E probabilmente è quello che mi ha salvato dalla mediocrità, perché è chiaro che tali scelte vanno a scapito della autenticità.

È una questione di onestà intellettuale.

Chiamiamola onestà intellettuale, chiarezza. Cioè, non ritengo di dovermi camuffare. La dissimulazione è un’altra cosa: se si tratta di questioni di grande rilevanza, per esempio la vita, allora un uomo può anche, come dicevano i nostri secentisti, dissimulare, non fingere, ma dissimulare. Ma in linea di massima un uomo vive bene se ha un minimo di ragionevolezza, se si attiene semplicemente ai criteri di discrezionalità, quella che Guicciardini chiama discrezione...

Ha parlato di bellezza della donna.

Il primo approccio alla pittura è stata la bellezza della donna. Bellezza che ho accolto come l’aveva accolta la pittura rinascimentale, nei ritratti delle sue gentildonne di palazzo. Mia moglie, nel suo periodo di maggiore floridezza muliebre, avrebbe potuto essere una donna di Leonardo, di Correggio... La donna che io dipingo è la donna rinascimentale, di cui Firenze era la culla, e proprio a Firenze io ho trovato la passione, l’amore per questo mondo. Immagini anche la vallata dell’Arno: rivede Leonardo, il Leonardo degli schizzi, dei disegni di paesaggi rupestri...

Lei, però, le donne, le chiama matrone.

"Matrona" indica una gentildonna. La madre dei Gracchi, Cornelia, è la matrona per eccellenza. È Penelope ma anche Elettra, Antigone. Sono anche le donne dell’antica Roma. Io ho una formazione umanistica e le mie matrone sono anche un omaggio all’arte antica, non tanto all’arte greca quanto all’arte romana, tardoromana per la precisione.

Come storico, teorico dell’arte e pittore, cosa ha tratto dalle sue ricerche, dalle sue letture, dai suoi itinerari artistici?

Ciascuna forma d’arte mi ha interessato. Potrei parlare dell’India, o anche di documenti dell’arte preistorica. Quando ci si trova di fronte un documento autentico d’arte, le emozioni sono tante. Nella pittura, gli etruschi sono molto più interessanti. L’Etruria è un mondo affascinante, cui esteticamente sono molto vicino. La pittura etrusca è fatta su intonaco grezzo che è molto simile a quel tipo di lavorazione su carta che faccio io, la loro lavorazione è, come la mia, estremamente larga, non eccessivamente definita... La pittura greca è sparita totalmente, ma rivive in alcune tarde riproduzioni romane. La pittura greca è ormai nel racconto. Questa disciplina si chiama anche archeologia. Occuparsi dell’arte antica fa parte di questa disciplina di studi, e io me ne sono occupato (pubblicando vari scritti) proprio dall’età ellenica in poi.

Così la letteratura artistica viene simultaneamente al suo interesse per la pittura.

Esattamente, prima infatti mi occupavo di studi filologici in generale, perché pensavo di percorrere quella via dopo la tesi di laurea che sostenni con Alessandro Ronconi, uno dei maggiori latinisti italiani. Tuttavia, questi studi mi hanno giovato. Se non avessi fatto questi studi, probabilmente non mi sarei interessato di letteratura artistica antica.

La traccia dell’antichità c’è nelle sue opere, ma forse non sono riscontrabili citazioni particolari.

Anche se faccio la Tindaride, Icaro, Circe i riferimenti sono talmente ampi... un po’ come nelle Pomone di Marino Marini. Insomma, il preciso riferimento classico è impossibile.

E la traccia della modernità?

Quando ho incominciato, qualcuno parlò di postimpressionismo. Molte opere di quel tempo, però, le ho distrutte, non le ho più. Ho accolto il termine postimpressionismo, con cui intendevo un modo di dipingere vicino a quello degli impressionisti, sopra tutto per i paesaggi o le nature morte. Fu con questo termine che in Olanda ebbi un certo successo.

Avviando l’esperienza di pittore, avrà avuto modo anche d’incontrare altri artisti, a Firenze, o nelle città dove organizzava mostre.

Importante è stata per me l’esperienza nella Compagnia del Paiolo, dove c’erano arti
sti il cui nome aveva già una certa risonanza. Per esempio, lo scultore Antonio Berti, di Firenze. Berti è stato uno degli scultori del regime nel ventennio fascista. Fece ritratti di reali e di Mussolini. Ma, del resto, anche Primo Conti fece un ritratto di Mussolini a cavallo. Senonché il povero Berti rimase incapsulato, nel senso che, con la fine della guerra, non fu altrettanto abile a costruirsi un pedigree accettabile, mentre molti artisti, compreso Primo Conti, ci riuscirono benissimo. [...]

L’estratto di questa intervista si trova nel libro d’arte
"Roberto Panichi. Ciò che resta dell’avvenire. Cinquemila anni di scrittura", a cura di Fabiola Giancotti, Spirali/Vel 2002.


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30.07.2017