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François Nomé e Didier Barra partono dalla Francia per Roma verso il 1600

La pittura di Monsu Desiderio

Giancarlo Calciolari

Un libro non esiste mai in quanto tale. E’ sempre la lettura a restituirne qualcosa, e è sempre qualcosa di attuale. In tal senso la Metafisica delle rovine di Michel Onfray offre l’occasione sia di interessarsi all’opera di Monsu Desiderio, sia di elaborare le tracce di una metafisica delle rovine in pittura, filosofia, in architettura, in politica.

(1.10.2001)

Michel Onfray è filosofo francese che interessandosi alla cucina, terreno impervio per raggiungere la gloria degli immortali dell’Académie française, ha toccato subito il cosiddetto grande pubblico. Il suo primo libro, Il ventre dei filosofi del 1989, era stato tradotto poco dopo e con successo da Rizzoli. Ora con Métaphysique des Ruines. La peinture de Monsu Desiderio, edito da Mollat di Bordeaux (32 illustrazioni, pp. 112, 195 F.), Onfray coglie l’occasione di riscrivere un ricordo d’infanzia.

Leggendo un libro di storia dell’arte s’imbatte nell’opera di Monsu Desiderio e la curiosità nasce ritrovando nelle scene dipinte l’imperio dell’educazione cattolica della fanciullezza, «il cammino temuto dalla mia infanzia interamente sottomessa all’autorità di preti e suore». Dice il filosofo: «partendo dalla tragicità cattolica, ho camminato - e cammino - in direzione di un edonismo che sia pagano». Perché allora il fascino delle rovine, se apparentemente l’edonista insegue il piacere? Strano piacere il suo: «l’evitamento di un dolore talvolta vale come un piacere attivo e positivo». La città in rovina e lo sfacelo delle sculture non la dice lunga sulle pretese di un edonismo che trova il suo compimento nella scultura di sé? Non è questo un altro nome della tortura per chi paradossalmente fa l’apologia del corpo?

Lasciamo questi quesiti per un eventuale scritto sull’edonismo e l’ascetismo. Michel Onfray ritraccia la storia dei giovani François Nomé e Didier Barra che partono dalla Francia verso il 1600 per arrivare a Roma, la città eterna, e per approdare poi a Napoli nel 1610, sotto le pendici del vulcano, dove la terra trema.

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Monsu Desiderio, "Esplosione dentro una chiesa"

Quando aprono la loro bottega d’arte si fanno chiamare Monsu Desiderio: nome d’arte in parte francese e in parte napoletano. C’è monsieur acclimatato nel napoletano e c’è Desiderio, ovvero Didier, variazione di Dizier: C’è una sorta di congiunzione e chiasmo tra i due pittori che verosimilmente si ripartiscono i compiti: a chi i fondali, le architetture, la scena; e a chi i corpi, gli oggetti, l’azione in primo piano.

Il secolo manda al rogo Giordano Bruno, spinge all’abiura Galileo Galilei, imprigiona e tortura Tommaso Campanella. Ovvero non vuole saperne niente dell’immenso e degli innumerevoli di Bruno, niente degli astri e del sole di Galilei, niente della città del sole di Campanella. Insomma, l’epoca sotto il prestesto della città di Dio realizza la città terrestre come città del terrore. In questo caso a cosa dovrebbe rivolgersi l’interesse del pittore, del poeta, dello scienziato? A proseguire con le acquisizioni di Dante, di Leonardo, di Machiavelli, Bruno...

Invece i malati di morte si interessano alle rovine del vecchio mondo piuttosto che rischiare un passo in direzione dell’infinito di Galilei. Monsu Desiderio dipinge catastrofi, paesaggi vuoti, le rovine dell’architettura classica, decapitazioni, crimini. Pittura del crepuscolo: non c’è mai il sole, mai la traccia di una città che non si fondi sulla morte, che non parta dal cenotafio illuminato da una luce infernale. Credere al mondo chiuso in rovina è il modo di partire dalla copertura celebre, la morte, invece che partire dall’apertura delle cose e poggiando sull’infinito giungere alla qualità della parola.

Così rinunciare all’apertura per partire dalla morte del mondo e dalle sue rovine per trarne le condizioni per la nascita di un nuovo mondo vale a nutrirsi della stessa morte. Il nuovo avrà la faccia del vecchio, come insegna anche l’odierna politica italiana. Michel Onfray sposa la metafisica delle rovine, per questo si sente così consono al messaggio pittorico di Monsu Desiderio. Vi trova addirittura il principio della modernità: «Cartesio fa tabula rasa e medita sul possibile riciclaggio dei calcinacci prima di rendere possibile la modernità». Eh, no.

Per quanto le storie della filosofia riportino sempre la stessa argomentazione, scavalcando Leonardo, Machiavelli, Galilei, perché è difficilissimo filosofeggiare con costoro, con Cartesio nasce il postmoderno. Distruzione attraverso il dubbio metodico e ricostruzione secondo l’io penso, dunque sono. Riciclaggio: in questo termine il postmoderno ci sguazza. Anche il decostruzionismo in filosofia non è altro che il riciclaggio di briciole di filosofia greca: si tratta per l’appunto di postmodernismo filosofico. La città di Cartesio è la città facile, allegorica. Sì, teme l’inquisizione religiosa che ha colpito Galilei, e cerca di aggirare la difficoltà dividendola in tante piccole difficoltà.

E così in Monsu Desiderio la difficoltà insormontabile diventa Babele: la città terrestre che al suo apice dovrebbe toccare il cielo. Anche l’etimo di Babele lo indica: porta del cielo. Città del lavoro parcellizzato, robotizzato, come propone Taylor, che nel suo La direzione scientifica dell’impresa ha applicato alla lettera il metodo cartesiano. Dice Onfray che «Monsu Desiderio è allegorico, non fantastico».

Giustamente l’allegoria offre il mondo chiuso, gia visto, già spiegato, già inteso. Solo in tal modo il cielo è vuoto, per ammissione dello stesso filosofo, e non resta all’edonista che trarre il massimo piacere terrestre. Contro la cucina del sacrificio, e l’assenza di cucina dell’ascetismo, propone il cannibalismo bianco, il tribalismo postmoderno in materia di piacere e di amore.

Nel passaggio tra barocco e manierismo, Monsu Desiderio, credendo che il rinascimento faccia «uno», cerca di diversificarlo, di moltiplicarlo, di mostrificarlo, di far sì che crolli: gusto della stranezza, di ciò che è raro e stravagante, stupefacente e orribile, ricerca dell’allegoria, del mostruoso, dell’abominevole e del bizzarro. Nel sincretismo manierista Michel Onfray trova la chiave di lettura dell’opera, soprattutto rispetto al libro di uno psichiatra che ha creduto di vedere nel teatro del mondo che crolla la traccia di una schizofrenia.

Salvando il sincretismo di Monsu Desiderio, Michel Onfray salva il suo: l’angelo del bizzarro, l’angelo barocco è anche il suo. Ricicla infatti Descartes, Nietzsche e Freud all’insegna del suo edonismo filosofico, ovvero del suo marchio di fabbrica. E nello stesso tempo offre qualche breccia interessante, comme quella citata d’aver sottratto Monsu Desiderio alla critica psicopatologica dell’arte, e pure alla lettura di André Breton che assimilandolo all’arte magica voleva smarcarsi dall’arte tradizionale. Ha ragione Michel Onfray: Monsu Desiderio combatte con le armi della controriforma cattolica e in nulla può equipararsi a un precursore del surrealismo.

Un libro non esiste mai in quanto tale. È sempre la lettura a restituirne qualcosa, e è sempre qualcosa di attuale. In tal senso la Metafisica delle rovine di Michel Onfray offre l’occasione sia di interessarsi all’opera di Monsu Desiderio, sia di elaborare le tracce di una metafisica delle rovine in pittura, filosofia, in architettura, in politica. Non è poco, nemmeno per l’editore italiano che volesse tradurlo.

Testo del 1996.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017