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Accame non approda più alla metafisica

La pittura dell’esperienza. Vincenzo Accame

Giancarlo Calciolari

Si chiede quale questione intellettuale e non patologica ponga il cancro. Apparentemente Accame conduceva una battaglia contro la morte, per lo "scatto di vita", ma si trattava per lui, come per ciascuno di noi, di battaglia di vita, e quindi dell’atto senza più scatti. La sua opera testimonia, sino al martirio, l’autenticità della sua esperienza.

(1.05.2003)

C’è qualcosa nella scrittura di Vincenzo Accame che non accetta la versione convenzionale delle cose. Non accetta le teorie dell’arte (e per questo si confronta con ciascuna) e non accetta la teoria dell’arte. Dice che non esiste un’unica teoria universale dell’arte.

A ciascuno la sua arte e la sua teoria, che trovano la condizione nell’assoluto e non nel relativo. La singolarità e la particolarità non introducono al relativo, ma procedono dalla relazione, che non ha nulla di relativo, di affine al lato: è il lato stesso delle cose. Il lato è relato: è due, non uno. Il lato delle cose è legame e slegame, nodo e snodo, giuntura e separazione. Nessuna genealogia, né dell’anima né del corpo; e quindi nessuna ereditarietà.

In Anestetica (Spirali, Milano, 1998), la sua estetica anarchica, il suo itinerario teorico, che procede dall’anarchia come ingovernabilità delle cose, Accame riflette sugli aspetti metaforici della teoria del Dna. E lascia la questione aperta. Accame rileva come il discorso medico non si occupa degli aspetti spirituali della malattia. In effetti il sogno della medicina è quello di una cura senza cervello artificiale, di estrazione dell’astrazione. Tolto il sembiante, la carne della parola, l’incarnazione sacra, non resta che l’incarnazione profana, la carne della carne, la carne creativa, la cellula degenerata, la generazione senza ingegno. La generazione animale nell’animale. L’animale nell’animale.

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Vincenzo Accame, "Cellule degenerate"

E la carne della carne conserva l’intoglibilità del sembiante. Non c’è nessuna predestinazione via Dna. Non c’è nessuna clonazione dell’artista. A ciascuno la sua arte perché non c’è il pappagallo riuscito. Chi dipinge come l’autore, non è mai autore della sua opera.

Vincenzo Accame esplora nel suo itinerario la connessione tra arte e verità, in tal senso pone in esergo al suo libro Anestetica la frase di Martin Heidegger: l’arte è il porsi in opera della verità. A parte questa connessione, su cui poggia l’interesse di Accame, la frase di Heidegger resta da leggere, in particolare la "porrezione": l’opera senza il fare e la sua politica.

Accame attraversa varie mitologie della sua epoca, come l’arte totale di cui parla Joseph Beuys: quasi la ricomposizione della parcellizzazione delle arti; e giunge all’arte come articolazione, come "artificio" della parola: la parola senza naturalismo. "Il nostro pensiero creativo", o anche "inventivo" come sinonimo di creativo, è il pensiero che come contraccolpo della sua impossible realizzazione trova il cancro come colmo della creatività. In altri termini, chi ritiene la sua missione altissima, come si addice l’Altissimo, non potendo creare come Dio, scopre nel proprio corpo la cellula più creativa del creato, quella che più crea e più si distrugge.

Accame non si ferma al bello dell’artigiano, che è senza articolazione. L’arte non è la ricerca del bello e neppure la ricerca della verità. L’arte è articolazione, è variazione infinita. Accame si confronta con la poesia e con l’arte apparentemente senza più variazione, e ritrova, per dir così, le "ultime" variazioni nell’arte concettuale e nella poesia Un coup de dès ne abolira jamais le hazard di Mallarmé. Ritrova la poesia e la pittura come modi dell’arte. E s’accorge di altri modi: la musica, la letteratura.

Allora "la poesia muta della pittura" e "l’orba pittura della poesia" diventano la scrittura visuale per Accame. Per altri, la poesia visiva. Ma la visio di cui parla Sant’Agostino richiede un’altra scrittura, quella che Armando Verdiglione chiama la scrittura dell’esperienza. Le ragioni dell’opera vanno cercate nell’opera (63), non nel discorso sull’opera.

L’opera, come il libro, è ciò che resta dell’esperienza, della sua scrittura. Vincenzo Accame si chiede "quale poesia?", "quale scrittura?" e risponde con le sue opere, dove parrebbe quasi la scrittura come pittura, più che la pittura come la forma più alta di scrittura, secondo Leonardo. Sul foglio, sulla tela, Vincenzo Accame scrive. Cosa scrive? Se non si leggono i suoi libri, le sue opere paiono sconfinare nell’agrafia. La frase convenzionale si dissolve e la sintassi è delle forme. Eppure dove s’instaura l’anatomia delle immagini cessa l’anatomia del corpo. Non c’è più la lezione di anatomia come dissezione del cadavere. Dove s’instaura l’anatomia delle immagini il corpo è in gloria.

Potremmo cedere alla tentazione della lettura ipnotica e prendere in mano una lente d’ingrandimento e leggere i caratteri grafici? Ma proprio nel solco del progetto di Accame il segno poetico non significa. Non si tratta di decifrare il significato del segno, che svelerebbe il celebre artificio, quello d’essere un segno di morte, ma di integrare il segno nella sua trifunzionalità. Il segno tripartito in nome, significante e Altro.

Il cerchio, lo zero, l’interno/esterno, la spirale? La cellula come mitologia dell’origine o come cellula originaria? Con questi interrogativi affronta la questione della linea. La linearità andava alterata dal cerchio? Andava frammentata? Distrutta? Sulle sue macerie andava ricostruita un’altra linea non più lineare, non più intesa come retta?

Come la montagna va sollevata e scagliata nella profondità del mare. Ma non era una montagna! Appunto. La linea, il cerchio, il triangolo, le parallele, il punto, la superficie? Accame non approda più alla metafisica. Suo potrebbe essere il teorema: non c’è più metafisica, ma solo la patafisica. Ecco l’interesse per Alfred Jarry. Se la logica è solo una paralogica o una analogica allora l’illogica o l’alogica sono più scienze del reale della scienza della logica.

Quindi Accame è seguace della scienza della parola, va nella sua direzione. Ubu è il principe dei contemporanei. Il principe non come dovrebbe essere ma com’è, secondo la lezione di Machiavelli, di Leopardi, di Dostoevskij, di Verdiglione. Il segno non significa. Il segno poetico è il segno facendo: il segno nella sua tripartizione. E il pittogramma, da quello cinese a quello di Accame, lungo l’esperienza approda alla tipografia artistica e intellettuale. Accame insiste sull’anarchia, sull’ingovernabilità delle cose. La padronanza sulle cose cerca di ammassarle in un luogo alla portata di tutti. E far piazza pulita di ogni luogo comune, è il modo di fondare la spazializzazione stessa delle cose. La piazza, infatti, rimane a disposizione del discorso della morte, che esclude l’arte e l’approdo alla verità come effetto.

Per questo, Accame si chiede come spiegano i filosofi che un dipinto finché rimane anonimo non valga nulla, mentre quando viene attribuito a Leonardo il suo valore diventa inestimabile. E non è questione di avere questa risposta, che rimarrebbe presa nei valori convenzionali. Accame si chiede qual è il valore assoluto. E non c’è comunità filosofica o professionisti dell’arte che possano dirlo: sarebbe ancora convenzionale.

Il valore assoluto è la qualità della vita, che sta nell’approdo dell’esperienza. Il capitale dell’acquisizione perenne. Allora, la bellezza non convenzionale sta nel cominciamento. Accame nota che porla come scopo trasforma l’artista in artigiano. E il Grande fratello (37), come i paladini dei piccoli fratelli, ha bisogno solo di un mondo di artigiani, in cui i cervelli vengono disattivati e attivati, ciclicamente. Quindi l’attivazione, su cui pare insistere Accame, come la disattivazione del cervello partecipa al discorso della morte. Infatti la schiera dei fratelli - la stessa casta di potere, come la chiama Accame - sorge sulla messa a morte del padre, come narra Freud nel mito scientifico del padre.

Accame è artista, non crede nel cervello naturale; non di meno l’attivazione del cervello resta problematica, nel senso che procede dalla fine del cervello, dalla sua disattivazione, poi dallo spegnimento. Accame accetta frammenti del discorso medico che in altri aforismi di Anestetica elabora in modo non conforme all’epoca. Si tratta per ciascuno del caso di vita e non del caso psicopatologico (57). Al punto che alcuni "individui vengono considerarti dalla medicina ufficiale come inguaribili se non morenti e poi sopravivvono senza che la scienza riesca a dare una spiegazione" (58).

Accame comincia a intendere il tumore come contrappasso, non lo prende come segno di morte, si accorge che per la medicina dell’epoca: "Ci sono sempre un tumore o un arresto cardiaco pronti per ogni uso, che mettono a tacere il non adepto e qualsiasi autorità che si azzardasse a indagare" (59). E nelle opere la cellula è la sembianza stessa nella sua anatomia delle immagini e non del corpo. Non c’è algebra della sembianza, non c’è algebra della vita: "Proviamo a supporre, per esempio [...] che due per due non faccia quattro..." (59).

Non a caso, Accame è giunto a intitolare una sua mostra "2x2=22". Il discorso della morte non ammette l’immortalità nell’atto, se non come idealità che seguirà la morte della parola: "Un artista può aspirare all’immortalità soltanto dopo la sua morte, come a un santo è concesso fare miracoli soltanto dall’aldilà" (71). "Il problema forse più antico della storia dell’uomo: quello del rapporto tra anima e corpo". Più che la filosofia, è la teologia dell’incarnazione a dare qualche elemento di risposta.

La parola si fa carne, si fa sembiante, oggetto, provocazione. Se non provoca al fare, provoca ai contraccolpi. Se la carne si facesse parola, direbbe il bene o il male del corpo. E il cancro sarebbe un segno ineluttabile del male. L’interesse di Vincenzo Accame per la patafisica di Alfred Jarry è anche quello per il luogo dove ogni logica appare impossibile. La logica non è convenzionale. La logica è la particolarità della parola. E quando l’anatomia della cellula è la dimensione stessa di sembianza, il sembiante, l’ostacolo, è carne inincarnabile, e dissolve l’incarnazione profana, in particolare quella che l’epoca chiama cancro.

Dice Accame: "le immagini intendono, se non annullare, almeno ostacolare la proliferazione delle cellule devianti attraverso processi puramente mentali" (191). Qual’è l’imperversione delle cellule tumorali nel suo cervello? Il tentativo di visualizzare le cellule tumorali cede alla "testimonianza del tentativo di riportare il male nella sfera dello spirito, ovvero in quell’ambito che la medicina ufficiale solitamente trascura" (191). Si chiede quale questione intellettuale e non patologica ponga il cancro. Apparentemente Accame conduceva una battaglia contro la morte, per lo "scatto di vita", ma si trattava per lui, come per ciascuno di noi, di battaglia di vita, e quindi dell’atto senza più scatti. La sua opera testimonia, sino al martirio, l’autenticità della sua esperienza.

Vincenzo Accame, Loano (Savona) 1932 - Milano 1999, è vissuto a Milano, occupandosi di arte e di letteratura. Ha presentato la sua “scrittura visuale” in qualche dozzina di mostre personali, a partire dalla fine degli anni sessanta e in varie centinaia di collettive in Italia e all’estero. Tra le opere teoriche o storiche sulla scrittura: Il segno poetico (2a ed. ill., Spirali 1981) e Quale segno (Archivio Nuova Scrittura 1994), cui vanno aggiunti numerosissimi interventi, articoli, presentazioni. Intensa la sua attività di traduttore di poesia francese, in particolare di Alfred Jarry, a cui ha dedicato anche due monografie (1974 e 1993). Oltre ai molti volumi di scrittura visuale, tra cui Ricercari (1968), Prove di linearità (1970) e Luoghi linguistici (1989), ha pubblicato anche un’antologia della Poesia francese del Novecento (Bompiani 1986), e Tendenze dell’arte oggi (Fabbri 1981).

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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