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L’itinerario si svolge dalla striscia, dal nastro, al filo e alla corda del tempo

I labirinti e i giardini di Paolo Pianigiani

Giancarlo Calciolari

Nelle opere di Paolo Pianigiani risalta il colore come distinzione delle cose. Non la monocromia o l’acromia, ma il colore come moneta della vita. Colore che procede dallo sfumato, come ironia aperta. Colore che nella sua instaurazione vanifica l’algebra e la geometria del cromatismo. Questa è la lezione in atto: colore quale condizione dell’itinerario, senza più cromatismo. Né monocromatismi né acromatismi né policromatismi.

(31.05.2005)

Pittura originaria quella di Paolo Pianigiani, e non pittura in nome del nome. Nessuna paternità della sua pittura perché il rilievo nelle sue opere è già il modo stesso della rimozione, della funzione di nome, dove interviene l’autorità. Il padre come nome. La funzione dove c’è la crescita.

Nell’attuale del suo itinerario d’artista c’è il modo della restituzione anche di Yves Kein e di Pietro Manzoni. Non si tratta della pittura nella maniera di qualcun altro, ma della restituzione.

Nessuna lettura di Paolo Pianigiani con Yves Klein, o con Pietro Manzoni, ma la lettura di Yves Klein con Paolo Pianigiani, la lettura di Pietro Manzoni con Paolo Pianigiani.

Ovvero non c’è da imboccare nessuno storicismo né da ritrovare nessuna origine dell’opera dell’artista: in ciascun caso è nell’atto che la lettura si effettua senza archeologia, senza decostruzioni e senza ermeneutica. Quindi ci troviamo a leggere Yves Klein e Pietro Manzoni con Paolo Pianigiani.

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Paolo Pianigiani, "Labirinto armonico bianco"

Tra l’altro, rispetto alla ricerca di Yves Klein, il modo di intervento del colore, del rilievo, della superficie in Paolo Pianigiani sfatano la predestinazione al contraccolpo dell’infarto, vicenda che è rimasta inanalizzata nel caso di Klein.

Paolo Pianigiani costruisce con i suoi mezzi e con i suoi materiali; e non costruisce nessun discorso sulla o della pittura con i materiali di altri, poiché si tratta di pittura dell’esperienza che si confronta con altre esperienze.

La pittura risalta come arte senza artefice, dove l’artista è uno statuto senza più soggettività, senza più la spontaneità dell’invasato o la meccanicità dello svasato.

Nell’opera di Paolo Pianigiani c’è Yves Klein senza più monocromatismo e Pietro Manzoni senza più acromatismo, e c’è Lucio Fontana. La sua lezione dove la superficie è squarcio e il taglio è nello stagliamento e nella divisione del tempo.

Certamente, nel caso di Paolo Pianigiani, c’è l’indagine sulla dualità, come nota Giuliano Serafini, indagine sul due, sull’apertura, sulla combinazione del corpo e della scena, sull’impossibile sistema di superfice e di materia, di luce e di ombra, di visualità e di tattilità.

Proprio le striscie, le stringhe, i nastri in fibra di vetro sono anche un nodo. Nodo - come nota il topologo dei nodi Alain Cochet - che come il nodo borromeo all’infinito potrebbe avere le strisce senza saldatura, senza sutura, senza chiusura. Ironia. E noi potremmo sentirci ugualmente strattonati dalle cose, dalle stringhe come lacci. Mentre emerge dalle opere di Paolo Pianigiani il va e vieni delle cose. Da dove vengono e dove vanno le cose. Questo è l’inferno e il paradiso, il labirinto e il giardino di Paolo Pianigiani.

La striscia impercorribile, la banda di Möbius. La striscia inalgebrica e ingeometrica. E là dove Möbius porta a paradosso la planarità della striscia, con una torsione e con un raboutage, una saldatura, una sutura impossibilmente teorizzata dai topologi lacaniani, il nodo di Gordio risalta dal suo principio, dallo stagliamento e da questo nodo della vita insecabile procede il rilievo stesso delle cose. Senza questo rilievo, il quadro, il cerchio, la superficie risultano piani.

Con Paolo Pianigiani siamo oltre le geometrie non euclidee di Riemann. Siamo al teorema: non c’è più geometria, ossia non c’è più modo di giustapporre a mosaico le cose, ma il mosaico stesso è figura del dogma nella sembianza.
La torsione linguistica procede dalla striscia, dal nodo: striscia verticale, orizzontale, croce, albero... L’albero della vita, che non sta di fronte a noi per sbarrarci il passo. Ecco il filo di Arianna e il labirinto. E tra il piede e il passo della pittura, il varco sta lì. Ecco il transfinito e il giardino della pittura.

L’itinerario di Paolo Pianigiani si svolge dalla striscia, dal nastro, al filo e alla corda del tempo. Ecco i suoi labirinti e i suoi giardini. Ecco il palinsesto della sua pittura, che è anche scrittura del palinsesto: scrittura del labirinto e del giardino; anche perché ciascuna lettera dell’alfabeto è fatta di stringhe, di nodi, di nord e di sud, di est e di ovest.

Nel moderno la scrittura è illeggibile, incodificabile, indecidibile e insignificabile. Nell’epoca della guerra infinita in cui tutti capiscono tutto e di tutti, i labirinti e i giardini di Paolo Pianigiani richiedono altra lettura e altra scrittura; per esempio per intendere la tranquillità, che non è scritta a chiare lettere su nessuna sua opera eppure emerge, lontanissima dalla calma che predilige il conflitto.

Nelle opere di Paolo Pianigiani risalta il colore come distinzione delle cose. Non la monocromia o l’acromia, ma il colore come moneta della vita. Colore che procede dallo sfumato, come ironia aperta. Colore che nella sua instaurazione vanifica l’algebra e la geometria del cromatismo. Questa è la lezione in atto: colore quale condizione dell’itinerario, senza più cromatismo. Né monocromatismi né acromatismi né policromatismi.

Prima pubblicazione ottobre 2002.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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