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I nodi si dipanano o si attorcono su tele a olio, su pastelli minerali o su ceramiche impazzite di luce

Hiko Yoshitaka o come si esce dal labirinto

Paolo Pianigiani

Ha una strada sua, Hiko, giapponese ed europeo per nascita: solo percorrendola e seguendo il suo filo, come un eroe attico di altri tempi, troverà il percorso che qualcuno ha tracciato per lui, nell’immenso labirinto che è la vita.

(1.02.2003)

Da pittore di labirinti a pittore di nodi a pittore di corde e di fili.
Dialogo di percorsi che non hanno mai fine, verso la semplicità: il nodo come progetto di labirinti, tracciato a due dimensioni: poi si alzano le barriere e il labirinto ha vita: minotauri imprigionati o viandanti muniti di mappa, un filo di Arianna che ti porta all’uscita.

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Hiko Yoshitaka, "Disuguale", 2002, maiolica, cm 28,5 x 28,5

La ricerca del filo o corda in Hiko è desiderio di libertà, di uscire, di rinascere.
E paura anche di quello che non è certezza: la tana del piccolo roditore di Kafka, che tanto ci assomiglia, piena di rifugi sicuri, per il suo costruttore. Al di fuori c’è il non ordine, il caos. Ma anche la libertà.
E il nodo è morte, nelle mani del boia. Ed è vita, memoria e calcolo, nella tradizione incaica dei Quipu. È richiamo per noi disattenti contemporanei, che lo facciamo ai fazzoletti, per ricordare.
La contemplazione tutta orientale del nodo, l’accettazione estatica dell’impossibile: il taglio netto della spada, tutto occidentale, il razionalismo crudele che uccide la poesia, o ne crea una nuova.

La pittura giapponese ha tradizioni infinite, maestri dai nomi musicali si svolgono sui testi specializzati, insieme alle visioni delle loro opere: dopo l’incontro con la pittura occidentale, avvenuto fra le due guerre, attraverso viaggi di artisti giapponesi in Europa, pittori come Yasuda Yiukihico rimangono per scelta attaccati al passato, mentre innovatori come Migishi Kotaro raggiungono linguaggi assolutamente astratti. Kuroda Kiyoteru ha insegnato ai giapponesi la tecnica della pittura a olio, appresa durante la sua permanenza in Francia. In precedenza la pittura era principalmente realizzata con l’impiego di inchiostro di china o acquerelli senza linee di confine su seta, oppure su carta di riso. Naturalmente si è trattato di una restituzione - scambio: basti pensare per esempio al debito contratto dai Nabis o da Gauguin verso le stampe giapponesi. O all’onda immensa di Nakajima Tamekazu, più noto come Hokusai, che ancora è ben impressa nelle retine più interiori della cultura pittorica di tutto il mondo.
Più recentemente, con Katsuro Yoshida, si sviluppa un’arte che ha riferimenti con il nostro periodo concettuale, mentre le più affermate correnti pittoriche ricercano un dialogo fra le tradizioni calligrafiche e gli stimoli intellettuali provenienti dal mondo contemporaneo: Ryuzaburo Umehara è considerato uno dei maggiori esponenti della pittura giapponese di oggi.

Come si situa Hiko in questo percorso?
Prima si è scelto il racconto, ne ha approfondito i percorsi, le origini; poi si è dato i mezzi narrativi o narranti: i nodi si dipanano o si attorcono su tele a olio, su pastelli minerali o su ceramiche impazzite di luce, mantenendo sempre la vibrazione emotiva del coinvolgimento intellettuale proprio della cultura giapponese. Il colore è protagonista, diventa materia, non elemento decorativo. Gli azzurri ti portano pezzi di cielo e i rossi conoscono il dramma del dolore.
Ha una strada sua, Hiko, giapponese ed europeo per nascita: solo percorrendola e seguendo il suo filo, come un eroe attico di altri tempi, troverà il percorso che qualcuno ha tracciato per lui, nell’immenso labirinto che è la vita.

Hiko Yoshitaka (Tokio, 1969), pittore, traduttore dal francese.

Paolo Pianigiani, artista, scrittore, redattore di "Transfinito".


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12.01.2017