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La sua insistenza sul nodo in un’epoca che spiana tutto

La pittura di Hiko Yoshitaka

Aldo Bertelli

La rivoluzione della pittura di Hiko Yoshitaka pare, come sempre, un piccolo affare di carta e calamaio, come se l’autore - dato come artigiano o non autore, insomma come personaggio - richiedesse un meta-autore per esistere. Un meta-autore sociale che ne certifichi la sua esistenza.

(1.06.2003)

Chi farà storcere più bocche del meraviglioso Hiko Yoshitaka? La sua ricerca non formale e nemmeno antiformale, la sua insistenza sul nodo in un’epoca che spiana tutto verso una globalizzazione non intellettuale e non artistica, oppure, che ha come sua altra faccia le questioni aggrovigliatissime, ovvero inanalizzabili.

Come Norman Mailer che si chiede sotto un cielo candido perché mai si sia fatta la guerra in qualche angolo della spianata terrestre.

Mentre nella pittura di Hiko Yoshitaka ci sono gli elementi per intendere perché gli umani si distruggono con le guerre.

I suoi nodi infatti rendono impossibile il gesto di Alessandro, il magnifico uccisore del suo migliore amico. Alessandro, l’alcoolista, il capo acefalo. Nessun taglio del nodo di Gordio. Nessun taglio dell’uomo nodo, dell’uomo labirinto. Più nessun taglio della vita.

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Hiko Yoshitaka, "La cosa stessa", 1999, pastelli a olio su carta, cm. 23 x 30

Hiko Yoshitaka legge la mentalità giapponese e non trova traccia di suicidio nel testo del Giappone. Questo è il teorema della pittura di Hiko Yoshitaka: non c’è più suicidio.

Già nella titolazione delle opere c’è la beffa, che non è mai sociale. C’è l’interrogazione aperta. L’ironia estrema. Il titolo rimane l’ultimo baluardo dell’impossibile significazione dell’opera d’arte. La pittura non significa. Nessuna conoscenza della pittura. Nessuna pittologia.

Nessuna pittura come metalinguaggio e nessun metalinguaggio della pittura. E il messaggio e la cifra spettano all’opera senza più significazione. Mentre le opere che si presume significhino richiedono la decifrazione. E anche l’anamorfosi rilascia lo stesso celebre artificio della significazione umana: la morte.

Hiko Yoshitaka apre a un singolarissimo itinerario di vita, che non è già scritto. Non compie nessuna piroetta formale, che varrebbe a imprigionare la materia pittorica in un calcolatissimo repertorio di idiomi e di convenzioni standard date come gigantesche foglie di fico dell’anticonformismo.

Gli animali fantastici dell’epoca deporranno ormai le loro uova in altre culle di campiture sgombre da ogni ricerca.
Le pittografie di Hiko Yoshitaka annunciano la rivoluzione artistica, e in tal senso sono il futuro in atto, la speranza estrema. Questo è il futurismo giapponese di Yoshitaka.

La rivoluzione della pittura di Hiko Yoshitaka pare, come sempre, un piccolo affare di carta e calamaio, come se l’autore - dato come artigiano o non autore, insomma come personaggio - richiedesse un meta-autore per esistere. Un meta-autore sociale che ne certifichi la sua esistenza.

E è così che tanti personaggi in cerca di autore vengono autorizzati dai doganieri della cultura e dell’arte a fungere da veri artisti nell’epoca dello splendore integrale del falso. La vita vera ha bisogno di pittori come Hiko Yoshitaka, malgrado l’autore offra anche l’idea di celarsi dietro una "brutta" pittura.

Aldo Bertelli, pittore, lettore d’arte. Berlino.


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30.07.2017