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La realtà siciliana, ma in quanto realtà universale

"I moralisti". Intervista a Elio Giunta

Giancarlo Calciolari

La Sicilia se è punto di partenza per il linguaggio di uno scrittore, non è metafora di niente. Sciascia lo considero per la letteratura e la cultura siciliana un’enorme disgrazia. La personalità di Sciascia è quella di un buon intellettuale ma di uno scrittore non poi eccezionale, che deve molta della sua fama a tanti leccapiedi politici.

(1.10.2001)

Elio Giunta è nato e vive a Palermo. Ha insegnato a lungo nei licei. Ha svolto e svolge un’intensa attività di promozione culturale, con conferenze, dibattiti e collaborazioni da critico e opinionista su quotidiani e riviste. Tra i saggi e i pamphlet, Antideologia e linguaggio, Dacci oggi la nostra mafia quotidiana, Penultima lezione, L’Italia sbagliata. Tra i titoli di poesia, Paradigma due, 1977; Recuperi possibili, 1985; Bivacco immaginario, 1989; Dai margini inquieti, 1991; il dramma lirico Filottete, 1978; e la raccolta di racconti La donna impossibile, 1995.

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Hiko Yoshitaka, "Il riscatto", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Il romanzo I moralisti (Spirali, Milano 1998, pp. 122, lire 20.000) è la storia di un ancor giovane docente e scrittore, deluso dall’ipocrisia dell’ambiente in cui lavora, in cerca di solitudine e di anonimato, che lascia il liceo di Palermo, dove insegna, per accettare l’incarico in un paese del Centro-nord. Piccolo paese: al professore basta scendere dal pullman nella piazza per trovarsi al centro dell’attenzione. E anche del pettegolezzo. Prende contatto così con un mondo minimo ma non privo di personaggi significativi, entrando nella loro routine ma anche in vicende che gli sfuggono. Invece della quiete interiore agognata, il professore si troverà in un viluppo inestricabile. Moralista il professore che si accorge del cerchio della propria mentalità o moralisti i paesani invischiati in una routine di cui non si accorgono più? Un cerchio o un circo?

Il suo romanzo I moralisti è anche una favola politica oltre che un’educazione intellettuale.

È una vicenda che riguarda un po’ tutti gli uomini in generale. La provincia di cui parlo, e che illustro, è naturalmente metafora del giro, della giostra della vita. Ho scelto la provincia perché soglio dare più voce alle persone e alle cose che sono ufficialmente più emarginate.
Oggi si cerca l’eclatante, l’effetto televisivo, l’audience e così si va all’artefatto, e la verità umana sfugge. Io la rincorro e cerco di catturarla.

I moralisti fanno parte del provincialismo o c’è anche un’accezione del narratore morale nel senso dei racconti morali alla francese?

No. Assolutamnte. Intanto questo titolo I moralisti è venuto fuori un po’ casualmente. Perché io stesso mi sono innamorato del dialogo di due personaggi, che sono nel mio libro. È venuto fuori un dialogo e sono rimasto stimolarmente attaccato a questo dialogo, a questi due personaggi che dicono quelle determinate cose, e allora ho preso quasi questi due personaggi come soggetti essenziali del romanzo. Siccome loro dicono "in fondo siamo due moralisti", allora è venuto fuori il titolo. Evidentemente in questo c’è l’autoironia.

Quindi "moralisti" detto in senso autoironico, come la gente considera moralisti e fuor di posto le persone che sono legate a un criterio di onestà di vita, così questi due accettano la critica della gente e autoironizzano rendendosi conto che sono diversi dagli altri, ma lo sono in quanto custodi dell’onestà della vita.
Quindi il titolo I moralisti non può che essere autoironico. Perché il moralismo in sé non è che sia una cosa positiva, specialmente visto nel campo della creatività.

Senza trasformare il provincialismo nella "bestia che fa tremar le vene e i polsi" a Dante, può dire qual è la posizione dello scrittore di fronte all’impero dei luoghi comuni della provincia?

Ribadisco questo: il provincialismo di cui tratto è per me la realtà. La più chiara realtà della vita italiana, per cui io faccio in fondo del realismo parlando di questa provincia. Ma evidentemente io non sono un compromesso con questo provincialismo, né lo attacco nel senso che non è un oggetto di polemica o di satira, è anzi di umana comprensione. Perché in questo provincialismo io vedo la banalità degli uomini comuni.

Qual è la sua posizione nella cultura siciliana da cui proviene?

Io in effetti sono un siciliano che vive lo stare in Sicilia come lo stare in qualsiasi posto del mondo. Quindi rifuggo dal sicilianismo.

Anche in questo il mio libro è polemico. Perché noto che tutto ciò che viene dal mio ambiente, cioé la Sicilia, ha una sua caratterizzazione, ormai definita quasi un cliché. Già si parla di un certo realismo, di un certo populismo, della miseria, dell’atavica questione della mafia. Pare che lì non ci sia altro. No, lì, siamo uomini che pensiamo, e pensiamo per tutti gli uomini. Di conseguenza il mio libro non è un libro che nasce da una visione della realtà. Sì, sarà anche la realtà siciliana, ma è la realtà universale.

La Sicilia come metafora?

Io non sono d’accordo. La Sicilia se è punto di partenza per il linguaggio di uno scrittore, non è metafora di niente. Sciascia lo considero per la letteratura e la cultura siciliana un’enorme disgrazia. La personalità di Sciascia è quella di un buon intellettuale ma di uno scrittore non poi eccezionale, che deve molta della sua fama a tanti leccapiedi politici. Ecco, lo considero una disgrazia per quanto riguarda la Sicilia poiché dopo di lui se non si fa come Sciascia - se in un certo senso non si segue questo filone sciasciano - sembra che uno scrittore in Sicilia non esista. E invece noi siciliani siamo scrittori di questo mondo.


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19.05.2017