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Un’esplorazione del paradosso, della contraddizione, dell’ossimoro, delle figure del «due»

"L’isola volante" di Giuseppe Pontiggia

Giancarlo Calciolari

La poetica di Pontiggia, nei saggi come nei romanzi, è quella della vita inordinaria: una falla, un’ombra, la morte, la sparizione introducono la variante nella vita che dissolve la credenza nell’ordinario e nell’ordinale. Non c’è nessuna vita ordinaria che possa santificare l’ordine delle cose: c’è l’avventura che va dall’inordinario di ciascun cominciamento allo straordinario di ogni approdo alla qualità.

(1.10.2001)

Sin dal titolo, L’isola volante (1), il libro di Giuseppe Pontiggia si annuncia come un’esplorazione del paradosso, della contraddizione, dell’ossimoro, delle figure del «due»: inconciliabile nell’uno più uno, irresolubile nella dizione dei più, nell’ortodossia e nel suo colmo, l’eterodossia. C’è paradosso perché non c’è più dossia, doxa, opinione comune.

Per intelligenza e stile il testo di Pontiggia fornisce un contributo essenziale alla città del tempo, e non a quella della spartizione in lotti, di cui ne ha offerto una lettura ilare e leggera, e per questo ancora più tagliente, nel suo precedente Le sabbie immobili (2). Per Pontiggia infatti non c’è nessuna città esente dal tempo, nessuna fabbrica di sudditi ipnotizzati, c’è l’irrinunciabile eternità dell’istante: «il tempo è l’estasi del presente».

Il due, o in altri termini, l’apertura delle cose, non si riassume nemmeno nel tema del doppio, caro agli spiriti gnostici, che sono poi i meno spiritosi, se non in assenza completa di spirito e dei suoi motti.

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Hiko Yoshitaka, "Lo sforzo di Emilio", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Tra racconti, elzeviri, favole e aforismi zibaldoniani, lo scritto sul Manzoni domina la montagna centrale dell’Isola volante : è la questione dell’Anonimo autore del manoscritto da cui Manzoni trae la storia dei Promessi sposi. Quello che conta per Pontiggia non è la convenzionalità dell’artificio letterario, per altro comune all’epoca, o la sua storicità documentata: insomma non è questione né di una misura dell’invenzione letteraria né di una teoria della creazione letteraria.

Pontiggia indaga attorno a come Manzoni metta in gioco la figura del narratore e quella dell’anonimo scrittore del primo canovaccio; e per quanto i rapporti varino nelle differenti stesure del romanzo, la relazione rimane asimmetrica. I due "autori" non fanno uno né fanno coppia: la questione rimane aperta, è l’ironia della storia da cui procede il romanzo. Autore infatti non è il narratore né l’anonimo: autore è il nome, Manzoni come nome. Come invece spesso dimenticano i critici inquisitoriali che prendono il narratore per l’autore e attribuiscono ogni elemento dell’invenzione letteraria alla vita di chi lo scrive per poi sancire quel che è bene e quel che è male.

Ciascuno leggendo restituisce il testo in un’altra scrittura: «I libri non vanno letti per essere giudicati.» È per questo che qualcosa resta : «il libro vive perché ci modifica». E nonostante un certo primato della memoria, che viene dalla consuetudine col pensiero greco, come testimonia nell’Isola volante la lettura dell’opera del filosofo Emanuele Severino, è il presente a contare per Pontiggia che ci invita a «Leggere nel presente per leggere il presente». La lettura si effettua nell’attuale e non ha nulla a condividere con le passioni passatiste dell’archeologismo letterario, né con quelle futuriste per sapere cosa fare, né con quelle presentiste dello spettacolo assoluto che abbacina lo spettatore lasciando l’immagine prosciugata e senza eco.

Leggete lo «squilibrio fatale» che marca il sogno impossibile di simmetria amorosa di Majakovskij. Certo, già il "cucciolo" e la "gattina" dell’intreccio amoroso del poeta con Lili Brik indicano che nemmeno nella zoologia fantastica si dà compatibilità tra due. Inoltre c’era il terzo, il gatto! Eppure, anche con una materia così difficile, e oggi apparentemente facile e banalizzata come la psicanalisi, e che risveglia sempre l’amore del paradosso in Pontiggia, la direzione sfugge alla polemica per tracciare un cammino differente, e molto più interessante. Anche quando il cerchio sembra compiuto, come nel pasto d’amore in cui «Sempre l’insaziabilità dell’amante genera la sazietà della persona amata», rimane l’apertura del gioco.

Pontiggia non prende il totemismo animale come una "regressione infantile", secondo il codice degli scalzacani della psicoterapia che si spaccia per psicanalisi, ma come un’occasione del gioco, come un’esca dell’amore, come indice dell’infinito della condizione di ciascuno, quella di bambino.

Importa come si scrive il romanzo storico, il romanzo della ricerca; e come si scrive il romanzo diplomatico, il romanzo dell’approdo alla qualità. Le cose si scrivono senza entrare nella linea teorica o di partito preso, senza sottostare a una selezione che poi porti al testo eletto, sacro e omaggiato dai più. In tal senso il successo è solo un orpello rispetto al lusso del superfluo che già marca la riuscita nella scrittura.

Ogni ricordo, sogno, aforisma, riflessione, gesto, conversazione... può entrare nell’abuso linguistico, la catacresi, ovvero la trasposizione poetica. Ogni elemento può diventare fiaba, favola, saga. I saggi di Giuseppe Pontiggia, a partire dal suo bel Giardino delle Esperidi(3) all’odierno L’isola volante, sono il suo laboratorio letterario, l’officina di sogni notturni e diurni da cui talora la parola si fa carne, si fa corpo e scena del romanzo. Come non sentire la vocazione di romanzo nel saggio che è già un racconto come in "Inferno e paradiso della libreria antiquaria" ?

Persino nel saggio filologico di cui abbiamo detto, "La lotta di Manzoni e l’Anonimo" c’è in nuce un romanzo. Senza per questo stabilire delle priorità tra i generi: si tratta di dispositivi di scrittura differenti; di esigenze ritmiche che risaltano dal caos originario. La poetica di Pontiggia, nei saggi come nei romanzi, è quella della vita inordinaria: una falla, un’ombra, la morte, la sparizione introducono la variante nella vita che dissolve la credenza nell’ordinario e nell’ordinale.

Non c’è nessuna vita ordinaria che possa santificare l’ordine delle cose: c’è l’avventura che va dall’inordinario di ciascun cominciamento allo straordinario di ogni approdo alla qualità. Questa è anche la bella lezione che ci offre Pontiggia nella raccolta di racconti Vite di uomini non illustri(4): ciascuna vita, anche senza i lustrini e la polvere di stelle dell’epoca, è vita poetica.

Giuseppe Pontiggia: (1) L’isola volante, Mondadori, 1996 (2) Le sabbie immobili, Il Mulino, 1991 (3) Il Giardino delle Esperidi, Adelphi, 1984 (4) Vite di uomini non illustri, Mondadori 1993.

Pubblicato su "L’Altra Reggio", n. 64, 1996.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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