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Senza più il canone occidentale

La linguistica della vita

Mario Boetti

Mario Boetti s’interessa a una teoria che riguardi direttamente o indirettamente il linguaggio e nei cui enunciati non si trovi più nessun riferimento alla significazione. Impresa ardua, ma non impossibile.

(25.08.2009)

Die Traumsprache, kann man sagen, ist die Ausdrucksweise der unbewußten Seelentätigkeit. Aber das Unbewußte spricht mehr als nur einen Dialekt.
(S. Freud, Das Interesse an der Psychoanalyse, 1913)

Sono ormai quasi trascorsi novant’anni dalla prima pubblicazione del celeberrimo Corso di linguistica generale (1916) del ginevrino Ferdinand de Saussure. Quasi un secolo in cui il fiorire di Circoli e Scuole russe, cecoslovacche, francesi, danesi, americane hanno contribuito con nuove acquisizioni e ricerche scientifiche a costituire l’ambito di una scienza linguistica. Ciò nonostante occorre ancora chiedersi se resta valida l’obiezione saussuriana che sospende la disputa millenaria intorno al linguaggio tra convenzionalisti e naturalisti?

Si fanno ancora, in altre parole - come facevano Platone e Aristotele -, considerazioni di natura ontologica tratte dai presupposti del linguaggio? Qualcuno pensa ancora che il linguaggio sia uno strumento per comunicare o addirittura veicolare i pensieri o le idee? Oppure, c’è ancora chi crede che i criteri di verificazione del neoempirismo logico possano essere applicati, a condizione di dimenticarsi che gli stessi criteri vengono formulati sempre con il linguaggio?

Formalismo e materialismo, basi della suppositio medievale, sono stati superati dalle nuove ricerche in campo linguistico, o ancora l’interpretazione mantiene una caratteristica personale dove vige il contesto d’uso? Problema: dato il presupposto che "L’uomo parla", come sostiene Heidegger, trovare una teoria che riguardi direttamente o indirettamente il linguaggio nei cui enunciati non si trovi più nessun riferimento alla significazione. Impresa ardua, ma non impossibile.

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Hiko Yoshitaka, Senza titolo, 2000-2004, olio, zucchero e cenere su pannello

Un conto è parlare, un conto è la lingua. Un conto è il dire, un conto è l’espressione. Un conto è la comunicazione e un conto è il messaggio. Le parole non sono le cose in quanto le cose si dicono. Ma a questo dire possiamo togliere la finalizzazione dell’atto? Sarebbe come fare un insulto alla competenza linguistica innata di Chomsky.

A questo dire possiamo sottrarre una sua rappresentazione descrittiva o il significato come uso? Sarebbe come confutare le tesi di Wittgenstein 1 e 2. A questo dire possiamo escludere una semantica pur mantenendo l’essenziale del linguaggio? Sarebbe come "buttare a mare" quasi duecento anni della cosiddetta conoscenza scientifica del significato: dall’inventore del termine (semantica), cioè il filologo francese dell’ottocento Michel Bréal, alle attuali teorie intorno agli engrammi della memoria.

Il "buttare a mare" come metafora non va senza implicazioni, in quanto se l’oggetto della linguistica è la lingua Saussure sottolinea che "La langue est alors le vaisseau à la mer, non plus en chantier... Il n’y a que le vaisseau sur mer qui soit un objet à étudier dans l’espèce vaisseau". Ma ancora, se a questo dire togliessimo qualsiasi riferimento storicistico per trovare con Vico come l’etimologia risulti un lapsus del diritto, ci troveremmo allora probabilmente a cogliere, per via di catacresi, qualcosa dell’artificio poetico, ab-usum. Peraltro che dire dell’approdo a un ipotetico "porto" di significazione se la lingua-vascello non può essere studiata se non lungo la sua navigazione?

In altri termini non c’è nessun dire sul dire, nessun metalinguaggio se non come fantasmatica padronanza di competenza, subito inficiata da un qualsiasi banalissimo, ma importantissimo, lapsus. Ma a scorrere le opere di filosofia della scienza, di logica, di psico-linguistica, ecc., sembra che il termine "inconscio" non entri in considerazione neppure come aggettivo.

Lo dobbiamo a Benveniste se la linguistica a un certo punto prende in considerazione il discorso. La parole, che Saussure precisava come l’individuale, in contrapposizione alla langue, cioè il sociale, porta Benveniste a teorizzare le discours, cioè la partecipazione del parlante al linguaggio attraverso la parola individuale.

Ecco una formulazione cartesiana di Benveniste che nella traduzione italiana suona così: "Il linguaggio è organizzato in modo da permettere a ogni parlante di appropriarsi dell’intera lingua designandosi come io". Ma già quarant’anni prima Freud rispondeva affermando che "das Ich nicht Herr sei in seinem eigenen Haus".

Il discorso, con l’avvento di Lacan, diverrà il campo privilegiato della psicanalisi. Ma nonostante il nesso imprescindibile tra linguaggio e psicanalisi, resta la questione che il passaggio da una linguistica dell’esecuzione a una psicanalisi dell’espressione ancora non giustifica alcuna finalizzazione dell’atto di parola, anche ipotizzando un soggetto dell’inconscio. È noto come per Lacan "L’inconscient est structuré comme un langage" e "Le langage n’est pas réductible à la communication".

Già la bedeutung freudiana escludeva che il sintomo avesse una significazione in quanto articolato nel discorso, dunque non senza una bildung originaria in ciascun atto. Questo sbaraglia qualsiasi pretenziosa equivalenza tra segno e sintomo, negando per giunta qualsiasi presunto "rapporto ancillare" della linguistica alla semiotica. La stessa assenza di significazione del soggetto dell’enunciazione porterà Lacan, sulla scorta di Jakobson, a definire il je come uno shifter, come un indicatore da cui parte il discorso: "Le je comme signifiant n’est rien que le shifter ou indicatif qui, dans le sujet de l’énoncé, désigne le sujet en tant qu’il parle actuellement".

Nonostante lo sforzo di teorizzazione dell’inconscio, c’è un momento in cui l’impellenza significante esige per Lacan una significazione. È qui che fa il suo ingresso la nozione di interpunzione, il taglio significante procedente da quel famoso point de capiton, momento topico di compimento del foglio saussuriano, annodamento di significante-significato per dare vita a una significazione. In altre parole sarebbe un venire a capo della vicenda inerente la domanda, per via di caparbietà - il compiersi del destino e del rivolgimento della pulsione.

Ma nel momento in cui viene introdotta una significazione, anche solo come semplice effetto, si riporta a grammaticalità quell’arbitrarietà del segno (formalizzata) cara a Saussure e sancita da Benveniste, avallando per giunta un passaggio fantasmatico in cui il simbolo diviene traducibile e codificabile, la lettera diviene trasmissibile e ripetibile, la cifra diviene il ricettacolo per ogni escatologia dottrinaria che debba rendere conto della struttura o del sistema di significazioni. Ecco bell’è pronto o a richiesta ogni significato della vita per la collettività secondo i dettami di ciascuna epistemologia religiosa.

Va peraltro aggiunto che il fallimento della linguistica strutturale e della grammatica generativa poggia sull’idea di soggiacenza, cioè poggia sulla vera sostanza della linguistica - il voler dire che determina il dire e la sua significazione. Con la soggiacenza, la memoria, tolta l’adiacenza all’Altro, diviene magazzino di ricordi, peraltro scaduti ma sempre riciclabili, in giacenza; la vicenda della pulsione originaria diviene il vissuto; l’intervento del tempo nella parola viene inteso come ritorno del trauma rimosso; il sogno e la dimenticanza sarebbero solo un incidente di percorso nel ripescaggio della reminescenza metempsicotica; la ricerca dell’origine, del fatto accaduto toglie, a quello che Freud chiamava i due principi dell’accadere psichico, l’originario: gli stessi due tipi di afasia di Jakobson, considerati come disturbi per similarità e per contiguità, richiedono un isomorfismo di base perché possano distinguersi come patologia - in assenza di lettura del testo di Freud intorno alle afasie, testo stranamente avulso dall’opera omnia. (Risulta interessante notare, di passaggio, che nello stesso articolo di Freud citato in esergo, Das Interesse an der Psychoanalyse, l’autore sottolinei l’esigenza di una Sprachwissenschaft, tre anni prima del Cours di Saussure).

Curiosamente, è proprio con l’afasia, termine introdotto da Trousseau nel 1864, che può intendersi qualcosa della struttura del linguaggio e quindi della linguistica. Considerando l’afasia come strutturale alla parola, viene sospeso qualunque tentativo di padronanza sul linguaggio. Per intenderci, quella padronanza che dal Cratilo platonico, attraverso la scuola fonologica russa e il comportamentismo linguistico americano, giunge alla scuola glossematica del danese Louis Hjelmslev. Se per la linguistica l’afasia risulta il limite della facoltà del linguaggio, per la psicanalisi, ma specialmente per la cifrematica, essa testimonia della costituzione della parola.

Jacques Lacan nei primi anni settanta del secolo scorso coniò il termine lalangue per precisare che qualcosa del sapere (pas-tout) intorno al desiderio, nell’articolazione con la lingua, sfugge alla matematizzazione. Un resto non trasmissibile, quindi non insegnabile che pone le basi di una linguisterie lacaniana, come ha testimoniato Jean-Claude Milner nell’Amour de la langue. Scrive Lacan: "La linguistique se donne pour champ lalangue pour en supporter l’inconscient". La questione è che secondo Lacan conosciamo l’inconscio solo attraverso le sue formazioni: dai sogni, dai Witz, dai lapsus.

Ma tutto ciò non basta per reinventare una linguistica della vita, una linguistica scientifica che tenga conto dell’anomalia, dell’afasia, dell’anoressia intellettuale, non come incidenti di percorso patologico o deficitario, ma come aspetti di una struttura in cui gli abusi linguistici - metafora, metonimia, catacresi - risultano le sole utilità degli umani.

Armando Verdiglione, introducendo una variante scritturale all’enunciato di Benveniste (La lingua è il sociale) scrive che "l’alingua è il sociale", cioè l’a-fasia strutturale della parola, che sottende al mito di Babele, si costituisce nell’idioma - la logica particolare, l’inconscio. Scrive Verdiglione nel libro La Mia industria: "L’alingua (il sociale, l’afasia strutturale della parola) impedisce la socializzazione dell’atto, la trasformazione della parola in un campo di rapporti di forza, l’adesione alla comune misura, il sequestro del fare da parte di un minimo comune come di una visione partecipata del mondo". E ancora, nel libro Dio: "La linguistica si scontra con l’impossibilità di risolvere ontologicamente la questione dell’origine e di assegnare nella lingua il proprio oggetto".

In cifrematica la cifra è la qualità della parola, nell’intersezione del simbolo e della lettera. Non segno di qualcosa e neppure punto di arrivo o di finalizzazione, la cifra è l’approdo alla qualità della parola, alla qualità della vita, ecco l’unico approdo cui può giungere l’itinerario dove non si tratta di imparare la lingua, ma c’è l’alingua per imparare. Qualità e approdo restano in ciascun caso insignificabili e insemiotizzabili, tantomeno condivisibili. Scrive Verdiglione nella rivista "Il secondo rinascimento", n°55:

"L’approdo è l’altro nome del piacere nella dimensione di linguaggio e è l’altro nome della felicità nella dimensione della sembianza. L’approdo all’incredibile, l’approdo all’inimmaginabile, l’approdo alla qualità, nella sembianza: questa è la felicità. L’approdo alla qualità, nel linguaggio: questo è il piacere".

Qual è il problema iniziale?: dato il presupposto che "L’uomo parla", come sostiene Heidegger, trovare una teoria che riguardi direttamente o indirettamente il linguaggio nei cui enunciati non si trovi più nessun riferimento alla significazione. Conclusione: la cifrematica.

Mario Boetti è cifrematico, ricercatore, presidente dell’Associazione culturale
"L’Arca della parola" di Bologna.

Prima pubblicazione: maggio 2004.


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