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A proposito del libro di Pasquale Romeo, "SOLI SOLI SOLI"

La solitudine come proprietà della vita

Giancarlo Calciolari

Certamente, come nota Pasquale Romeo, nella gnosi: "Si può stare soli anche in compagnia e sentirsi in compagnia essendo soli". Proprio perché non è questione di stare né di uscire dalla stanza della parola per ek-sistere, nell’accezione di Lacan. È questo un modo di dire che non c’è nessuna esperienza sull’esperienza, non c’è nessuna esperienza della solitudine, che positivamente o negativamente fornirebbe la sua cifra, la sua verità. Non conta l’esistere, per rispondere alla domanda: come vivere?

(25.05.2005)

Ognuno, come Adamo, fu creato solo?
Sapienza, 10,1

Tutto il mio lavoro verte intorno alla constatazione che l’infermità mentale non esiste, come non esiste la stregoneria. Come non esiste l’unicorno. In altre parole, non si può provare di una persona la salute mentale perché non si può provare l’infermità mentale. Il termine non ha un significato fenomenologico, ma soltanto legale, consequenziale. Significa unicamente: lo rinchiudo o non lo rinchiudo.

Thomas Szasz, in Medicina e umanità, Spirali, 2004, p. 32

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Christiane Apprieux, "Tensione", acrilico su juta, 2003

Pasquale Romeo, come ciascuno, si attiene alla solitudine come proprietà del simulacro, dell’oggetto di vita? O come ognuno scrive per alcune categorie professionali, per una fascia sociale, per la classe media planetaria, che inquieta il filosofo Giorgio Agamben, per un ceto, per venticinque lettori, come fantastica Alessandro Manzoni, o solo per cinque lettori come afferma Philippe Sollers? Non entrando nel merito della solitudine intellettuale di Charles Sanders Peirce, l’inventore della semiologia, che aveva la sensazione di scrivere solo per il correttore di bozze dei suoi articoli...

Ognuno, infatti, scrive strizzando l’occhiolino alle genealogie sociali del potere, che minacciano chiunque sgarri di prigione o di morte. Ognuno trae balsamo dai rapporti sociali contro la paura, per avvelenare il veleno, per morire la morte. Ognuno si unge prendendosi per Dio, per il Figlio, Cristo.
Ognuno scrive contro la solitudine, per venire a patti con la paura di essere isolato come differente o con la paura di sparire nella compagnia degli indifferenti.

Si può leggere il libro di Pasquale Romeo, SOLI SOLI SOLI, nel senso del suo discorso, anche applicando i quattro livelli di lettura cari a Dante Alighieri. Si tratterebbe allora di un testo di socio-psico-antropo-biologia della solitudine. E qualificare questo approccio come psicoterapeutico non porrebbe problemi teorici. In tal senso si leggerebbe il discorso di Pasquale Romeo e si potrebbe cavillare sulla sua lettura di Freud o di Lacan o di Jung, sulla sua rete di citazioni, e valutare il suo contributo in chiave di psicoterapia: ovvero se il libro sia valido per affrontare la solitudine, se non sia un buon rimedio che poi si mostrerebbe con l’altra sua faccia di veleno...

Noi leggiamo il testo di Pasquale Romeo e analizziamo il suo discorso, ovvero gli effetti del suo itinerario di intellettuale e la sua scrittura dell’esperienza. Nessun interesse per le dogane metafrastiche e metasintattiche e per i loro dazi catechistici per contrastare la catacresi. L’abuso linguistico è tale perché sfugge all’uso umano. Per questo è difficilissimo leggere e scrivere.

In tal senso, il libro colto e interessante di Pasquale Romeo è il romanzo breve della solitudine, il tentativo impossibile di definire la solitudine come proprietà del soggetto, fosse anche di quello dell’inconscio spronato da Jacques Lacan. Proprio la ricca trama di riferimenti e di citazioni di psichiatria, di psicologia, di psicanalisi, di letteratura, di teologia, di filosofia, dice che la reiterazione del tentativo di fondare la solitudine come proprietà umana è l’indice stesso del suo fallimento.

Già nel titolo dell’opera di Pasquale Romeo si pone tale questione che sfugge, non tanto all’autore, quanto alle discipline universitarie che cercano di legiferarci sopra: "Soli soli soli". Anzi, il titolo è scritto in lettere maiuscole. Non bastava "Soli"? Che solitudine è quella di "Soli soli soli"? È la solitudine umana umana umana? Qual è quell’umano che già in Nietzsche si qualifica di "troppo umano"?
Dio si è fatto Uomo o umano?

La solitudine dell’uomo (o nell’uomo) delega a Dio la relazione (i rapporti sociali discenderebbero dalla buona o cattiva predestinazione divina), giacché solo Lui potrebbe rendere meno opprimente (o più) la solitudine. Se Dio vuole? Insomma, l’uomo prendendosi per dio si sente solo, abbandonato da Dio. Solo come un cane. L’uomo-dio-diavolo-animale è l’uomo del paganesimo, quello formalizzato da Aristotele.

E la filosofia non è arrivata a leggere il Genesi, se non fondandosi sull’albero della conoscenza del bene e del male. Mentre la questione è quella dell’uomo che procede dall’albero della vita, che nel linguaggio evangelico diviene la croce.
Appunto, l’uomo che si prende per dio, per ritrovarsi solo come un cane, la prima cosa che fa è quella di sbarazzarsi della croce, e quindi farsene soggetto, come Edipo, al primo crocicchio discorsivo.

Conta la solitudine come proprietà dell’oggetto, che per Freud è quanto di più irrelato e mobile rispetto alla pulsione, all’apertura e ai suoi modi: l’albero, il ponte, la barra, la croce, il lato, il nodo...

Allora, solus ipse? Chiusa poesia della chiusa porta? O aperta poesia dell’aperta porta? L’isolamento, analizzato dai sociologi come atomismo sociale, che prendono l’uomo come una monade, per ritrovarselo normalmente come diade o doppio e anormalmente come poliade o personalità multipla, non è la solitudine. E’ un arrangiamento contro la solitudine, e ha la sua altra faccia nella compagnia, nella condivisione dell’isolamento.

Algebra e geometria della scala da dio all’animale. Qual è l’uomo che è sempre più isolato nell’odierna società detta di massa? Chi applica i tre postulati della filosofia greca, come il pagano Adolf Hitler che dai bagni di folla delle piazze si ritrova (dalla soluzione iniziale a quella finale) solo in un bunker a scoprire che l’altra faccia dell’omicidio è il suicidio.
E la psichiatria è un resto diurno del pensiero greco. Non del testo greco, che si ritrova di più tra i poeti e i sofisti.

Pasquale Romeo evidenzia come l’epoca rifiuti di prendere in considerazione la solitudine e la sua analisi mette in discussione il paradigma dell’uomo solitario che sa governarsi da solo, anche quando è in compagnia; poiché la solitudine sfugge all’uomo da tutte le parti, non riuscendo a farla propria o collettiva. La sua collettività sarebbe infatti numerabile, fatta di uno più uno più uno...

Per quanto non regga alla clinica dell’esperienza, il sospetto è quello della solitudine come cartina al tornasole della verità. Pasquale Romeo scrive: "Con la solitudine emerge ciò che c’è di più vero e profondo". Lacan aveva già affermato che "l’angoscia non inganna". E questa solitudine come specifica dell’uomo avrebbe una connessione con l’angoscia, da molti oramai promossa al rango di primordiale. Questo accade perché negare la solitudine comporta di sopravvivere di paura da soli o in compagnia.

Occorre la solitudine come proprietà dell’oggetto che non lascia le cose identiche, non contraddittorie e escludenti il terzo. Proprietà della distinzione e della sua logica. Non la distinzione personale e non la distinzione sociale: ma la distinzione delle cose. Come si distinguono le cose? Né l’isolamento né la compagnia portano una risposta alla questione.
La distinzione è una proprietà della formazione nella sembianza, tra il formatore, l’oggetto e il trasformatore, il tempo.

La solitudine che sia giusta o sbagliata, che ci ammalia o che ci lascia indifferenti, che sia demonizzata o angelificata, è quella che emerge dalla farmacia di Platone, dal mondo come ospedale che ha in Procuste il suo medico-geometra implacabile. "Ognuno sente la solitudine in maniera diversa". Procuste chiede appunto: "dimmi la tua solitudine e ti dirò chi sei", così ti darò la tua etichetta e il codice a barre che ti permetterà di pagare il pharmakon contro la tua vita.

Certamente stare in compagnia è l’extrema ratio dell’isolamento; e a nulla vale portare la compagnia all’interno di se stesso, anche perché il sé è proprietario della solitudine, non più inteso come soggetto bensì oggetto, sembiante, distinzione, punto...

Non c’è la scala della solitudine, che vada per esempio dalla normalità alla patologia. Solo togliendo l’oggetto, duplicandolo così in buono e cattivo, si porrebbe il rapporto tra la scala e la causa. Se esistesse, la scala della solitudine implicherebbe la genealogia degli umani: quelli che nascono quadrati e quelli che nascono rotondi. Figli predestinati dall’algebra familiare o dalla geometria sociale. Quelli che starebbero bene con gli altri, e quelli no.

Occorre l’altra scala, la scala come ironia, apertura, affinché la vita non sia più la stessa, ma l’altra vita di cui parla Pirandello. La vita senza più ontologia, ovvero senza più la fantasmatica scienza dell’essere (che con l’Essere supremo si è chiamata scienza di Dio) che avrebbe i confini mobili, come se l’isolamento trovasse sollievo nell’apertura dei confini dell’essere.

In tal senso, la meccanica dell’essere (la sua fisica che è una metafisica) comporta la vita come "fantasmagoria meccanica", secondo Pirandello citato da Romeo. E la stessa attenzione fluttuante di Freud scivola verso il soprappensiero del soggetto dell’essere, la perfetta marionetta sociale, con i suoi livelli di conoscenza, cioè di psicotizzazione nella credenza della sostanzialità del fantasma: la copia di vita.

Del resto, nella gnosi quale sapere fondamentale presunto degli umani, ogni livello di conoscenza è sempre più elevato, addirittura uno slancio dell’elevazione nel futuro permette, come insegna il logico matematico Kurt Gödel, di tornare dal passato per annullare il livello zero della conoscenza, forse l’unico dislivello.

L’altra vita di Pirandello è tale perché non significa, non ha senso, non ha sapere, non ha verità che esistano prima dell’esperienza stessa.
Infatti, Pasquale Romeo precisa bene qual è la vita comune:
"Le vite di ognuno sono schermate dalla quotidianità, scandite dal ripetersi continuo degli stessi eventi". L’altra vita è la vita originaria, induplicabile, la vita senza più la credenza nella ripetizione dell’identico.

E la solitudine dell’oggetto della pulsione e il transfinito del tempo non lasciano che s’instauri la loro negazione, il soggetto, che nasce doppio, con un alter dentro di sé. Per inciso, Freud dissipa la credenza nella doppia coscienza (specialità dell’ideologia francese, in particolare di Janet) nello scritto di metapsicologia L’inconscio del 1915.

Per intendere, potremmo dire "la solitudine dell’inconscio" e non del conscio, anche nella variante della presunzione di essere soli con il proprio inconscio, ma più precisamente la solitudine è una proprietà dell’oggetto della pulsione. E non c’è inconscio che sia proprio a qualcuno.
Nell’inappartenenza alla coscienza, la solitudine è indispensabile per non passare il tempo a pensare a sé o all’altro.

Nessuna scorciatoia e nessuna paura che possa prendersi per la coda rispetto alla battaglia di vita, che non è una battaglia contro la solitudine. Occorre l’esercito! Tale è l’indicazione di Pasquale Romeo. E quando il dubbio su di sé o sull’altro diviene un dubbio sulle armi proprie più che sulle proprie armi, allora "bisogna affidarsi all’esercito di qualcun altro". Tale è la necessità del maestro, senza più teoria della conoscenza dei cattivi maestri e dei buoni maestri. E senza credenza che maestro/allievo sia un dispositivo sociale. La necessità è del dispositivo intellettuale, che è anche dispositivo di direzione.

Negata la solitudine, l’albero della vita fa ombra al soggetto, che vede solo il pallido sembiante dell’albero della conoscenza del bene e del male. Non che si tratti di vederlo l’albero della vita nel paradiso, ma di procedere dall’apertura che ha l’albero come suo modo.
Il navigatore che procede dall’albero della vita si attiene alla solitudine del sembiante, della carne, senza incarnazioni profane istantanee o eterne nel navigatore solitario o nei gruppi di naviganti. Nemmeno nella solitudine del saggio o nella compagnia dello stolto.

La solitudine è una proprietà della voce, del punto d’astrazione, e non spinge alla polifonia, che è l’altra faccia della monofonia. Né monologo né polivoco. La solitudine impedisce le "voci", così chiamate dalla psichiatria, che come Achille è a un passo dalla tartaruga. A meno che la tartaruga non sia un omeomorfismo di Achille e quindi la psichiatria lo sia della psicanalisi. Ognuno, infatti, la sa molto più lunga di Freud.

Certo, come non sentirsi strattonati dai mezzi di compagnia forzata che sono per l’appunto mezzi d’isolamento forzato?

Essere soli? Avere soli: nel senso di possedere, padroneggiare la solitudine? La questione intellettuale della solitudine è un’altra: qual è la solitudine che non ha più debiti con l’essere e con l’avere?

Eraclito, per stornare l’interesse dei post-sapienti dall’essere, ha scritto: "Noi siamo e non siamo"; e solo Parmenide, che più che sofista era già filo-sofista, ha affermato: "Noi siamo".

Se noi siamo non l’indice del transfinito nell’atto di parola ma uno statuto ontologico, che non fa altro che fondare le genealogie sociali, ci condanniamo alla rovina, termine che ancora prima di Machiavelli si trova nella Bibbia. Se noi siamo un colloquio o un soliloquio ci condanniamo all’autismo mentale e sostanziale, primo in testa Hölderlin.

La solitudine non è mia, tua, sua... Si tratta di solitudine dell’io, del tu, del lui, quali aspetti dell’oggetto e non del soggetto cartesiano, la boa dei non abbastanza disperati in materia di vita.
In particolare il tu è inumano, quale specchio inspeculare, infamiliare. L’io è inumano, quale sguardo indomestico, irriducibile al punto di vista. Il lui è inumano, quale voce aberrante, impopolare, incomune, insociale. Il tu familiare? Il nome del padre. L’io domestico? Il figlio di mamma o di papà. Il lui comune? La vox populi.

La psicoterapia e la corpoterapia che concorrono a formare la medicina sacramentale e profana, ostacolando la medicina scientifica, medicina di vita mai serva del discorso della morte, sono il resto diurno della creazione dell’originale e delle sue copie. Resto da leggere e da restituire in quanto sentinella dell’originario, dell’intoglibile, dell’indelebile, appunto, di ciò che resta.

In tal senso, il soma e la psiche sono creature fantastiche che sorgono dall’applicazione dei postulati del discorso greco: principio d’identità, principio di non contraddizione, principio del terzo escluso. Il soma è la negazione impossibile del corpo. E la psiche è la negazione impossibile della scena. Allora la somanalisi e la psicanalisi e il loro Golem, la psicosomatica, sono preamboli della linguistica della vita. La psichiatria e la corpiatria non sono ancora giunte all’analisi linguistica, che ne dissolverebbe la consistenza mostrandola come sussistenza, mezzi senza fini per sopravvivere.

I brevi cenni di Pasquale Romeo sulla solitudine in psicanalisi mostrano come la sua riduzione a psicoterapia (l’altra faccia del discorso medico al quale Freud toglie l’ipoteca sulla psicanalisi proprio nello scritto Analisi non medica, alla lettera: Analisi laica) corrisponda a un bestiario della gnosi sulla solitudine umana, quindi psicologica, poscia inintellettuale.

Solitudine inontologica, che non pertiene all’uomo, come l’abbandono, intransitivo, altra proprietà del sembiante.
Invece che cosa postula la solitudine psicologica, la solitudine sociologica, la solitudine antropologica, la solitudine biologica? Il posto della solitudine: l’appartenenza sociale.

La nozione di solitudine del soggetto è quella stessa di malattia mentale, che da anni lo psichiatra Thomas Szasz afferma non esistere, se non come istanza d’ordine sociale.

E l’inintellettualità di secoli e secoli di coperture sociali della questione di vita fa si che non ci si accorga di più nulla, se non per i dispacci della mediotanasia che informa sugli omicidi di Caio e sui suicidi di Tizio, mentre sempronio può sempre presumere di specializzarsi in scienza del crimine contro gli altri o contro di sé.

Un esempio? Essere pincopallista o essere pallapinchista, nel senso di appartenere alla squadra dei pincopalla o a quella dei pallapinco, appartenenza dichiaratamente obbligatoria per diventare presidente di qualche staterello del mondo, è un modo come un altro per sopravvivere tra alti e bassi, inseguendo l’alto che ogni volta si rivela basso. Come la bellezza di un’eroina di Hrabal che dietro di sé lascia una traccia di sterco, o come le bambole erotiche di Rops che sotto le loro sembianze nascondono la morte.

Dire che la solitudine è una proprietà dell’oggetto e non del soggetto non vuol dire che ci sia comunque una conoscenza della solitudine, che rimane come ogni cosa senza il principio del sapere. Il principio che porta Giuda a impiccarsi all’albero che si pone dinanzi.

La non conoscenza, sulla quale insiste il testo della Bibbia, in particolare l’Esodo, è un altro modo di dire l’inappartenenza originaria, quella che fa sì che non ci siano né padroni né chiavi della parola, come della produzione, come della comunicazione. Il senso d’appartenenza è il senso stesso della genealogia, ossia della compagnia di Gesù o di Satana.

La solitudine non ha nulla a che fare con la presenza/assenza e nemmeno con le declinazioni della pressione, quali la compressione e la depressione. L’euforia di chi sta per scoppiare e la disforia di chi è scoppiato sono le scelte obbligate di chi cerca di vincere la solitudine, presumendo che l’oggetto sia a portata di mano, obiettivabile. La pressione è l’altro nome della pulsione, della forza, della virtù, e imprimitore, tipografo è l’oggetto.

La polifonia che è in ognuno è il rumore sociale, la chiacchiera di corridoio, il luogo comune. La carne che si fa verbo, anche nel caso dell’afonia, che è il colmo della pluralità dei dialetti, ossia dell’abolizione della voce. E l’illustre volgare di Dante non è la carne che si fa verbo, ma il verbo che si fa carne.

È curioso come ognuno si rivolga al ruolo sociale, evitando il questionamento, l’analisi, l’intellettualità, l’incontro, la verità. Ognuno si cura sé o si cura dell’altro, mantenendo l’incuria, evitando la cura intellettuale, l’essenziale.
Il tal senso la sensazione o il senso di solitudine indicano già l’emergenza del soggetto, del condannato a gettarsi sotto. Sotto cosa? Sotto la parola.

Certamente, come nota Pasquale Romeo, nella gnosi: "Si può stare soli anche in compagnia e sentirsi in compagnia essendo soli". Proprio perché non è questione di stare né di uscire dalla stanza della parola per ek-sistere, nell’accezione di Lacan. È questo un modo di dire che non c’è nessuna esperienza sull’esperienza, non c’è nessuna esperienza della solitudine, che positivamente o negativamente fornirebbe la sua cifra, la sua verità. Non conta l’esistere, per rispondere alla domanda: come vivere?

Pasquale Romeo, psichiatra, criminologo, scrittore. Vive e lavora a Reggio Calabria.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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19.05.2017