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"Racconto delle storie e attraverso queste storie faccio passare dei messaggi"

Intervista a Marek Halter per il romanzo "Il messia"

Giancarlo Calciolari

Cerco di promuovere l’idea che mi sta a cuore: non è l’amore che deve gestire (governare) i nostri rapporti ma il rispetto. Perché con l’amore: oggi si ama e domani si uccide. È il crimine passionale. Ma in generale, come diceva Oscar Wilde, l’uomo uccide ciò che ama di più. Mentre si rispetta anche ciò che non si ama. Quindi, tutte queste idee, che sono le idee di base, di tutti i moralisti attraverso i secoli, è quanto provo a far passare attraverso le storie e i personaggi che metto in scena.

(1.11.2001)

Marek Halter, testimone di un’epoca, dal nazismo ai giorni nostri, messaggero di cultura e di arte: dai concerti a Parigi, alle mostre di pittura in Argentina, alla recente università francese di San Pietroburgo e di Mosca di cui è rettore, con il romanzo Il messia (Spirali, Milano 1998) - a partire da fonti storiche - reinventa l’avventura di David Reubeni che nel 1524 compare a Venezia con il folle progetto di creare il regno d’Israele. Milioni di ebrei d’Europa lo prendono per il messia...

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Hiko Yoshitaka, "Gli umani in viaggio", 2000, zucchero, cenere, olio su pannello, cm 50x68

Questo romanzo Il messia, come ciascuno dei suoi libri, è uno strumento della sua battaglia intellettuale, e quindi qual è il messaggio politico di questo libro oggi?

Credo che ce ne siano due. Uno risiede in questo processo di pace nel Medio Oriente, che avanza e arretra, ma quanto meno avanza a seconda delle circostanze. Credo che sia importante di mostrare che c’è un sogno di pace in questa regione che non nasce oggi; che c’è una storia che ci precede e che potrebbe realizzarsi oggi.

Ma volevo pure mostrare, e credo che sia l’idea centrale, di ricordare agli uomini della fine del XX secolo che hanno moltissimo da imparare dal passato. Gli intellettuali sono in condizione di comprendere che quando hanno un progetto in comune possono influenzare una società, fare passare dei valori umanisti, come nel periodo dell’umanesimo, in una certa maniera, da Pico della Mirandola passando per Petrarca, Dante, fino ai grandi pittori, Tiziano, Michelangelo.

È veramente il periodo in cui gli intellettuali si situano nel loro secolo; non erano solamente rinchiusi nel loro lavoro, erano in contatto permanente con i politici, intervenivano nelle guerre, nei conflitti. Avevano qualche cosa da dire.

E terzo punto, è una grande lezione sui rapporti tra uomini politici e l’opinione pubblica. Si vede col mio personaggio del Messia che ha perso a partire dal momento in cui si è sottomesso all’opinione pubblica. Ovvero, contrariamente a quello che si crede, la democrazia non corrisponde nel piacere costantemente alla pubblica opinione.

La democrazia consiste nel presentare un progetto al pubblico. Il popolo deve essere libero nelle sue scelte, ma a partire dal momento in cui si è eletti dal popolo per realizzare un progetto occorre realizzarlo. E eventualmente se il popolo non è più d’accordo bisogna fare un referendum, o ripassare alle urne per le elezioni.

Ma volere piacere costantemente all’opinione pubblica, alla televisione, alla stampa è la fine della democrazia.
Il popolo non possiede la verità. Occorre saperlo. La massa non possiede la verità. È per questo che dall’epoca biblica, a partire dal momento in cui la società civile ha cominciato a svolgere un ruolo, la società stessa si è data dei portaparola: erano i profeti. La società, la massa, avanza. E se domani un nuovo Hitler arrivasse e avesse in mano tutte le televisioni, come Ted Turner alla CNN, giungerebbe a controllare le masse.

Quindi occorre sapere che ci sono dei principi, dei valori che cerchiamo di condividere con la maggioranza, ma a partire dal momento che un uomo politico si impegna davanti alla maggioranza a applicarli occorre che lo faccia senza prendere in considerazione ciò che dice ogni giorno la televisione, la stampa... Perché, allora, diveniamo prigionieri di questo giudizio facile che cambia costantemente a seconda del tempo, dei buoni parlatori, e siamo perduti e perdiamo la nostra personalità, la propria autonomia, e i valori che si pensava di avere.

Una questione rispetto alla memoria e al suo caso intellettuale: ciascuna volta che lei legge si tratta del suo caso. Non diciamo alla Flaubert, "David Reubeni [il messia] sono io", ma lei fa del caso storico di cui che tratta il suo caso.

È vero. Dapprima, quando scelgo un periodo della storia, è perché questo periodo ha causato gli stessi problemi che ci poniamo oggi. Sicuramente, la storia ci interessa, se siamo dei professionisti dobbiamo conoscere la storia, ma la storia ci interessa perché ci illumina su di noi, sulla nostra epoca, sul nostro ambiente.

E poi è vero, quando scelgo un personaggio è perché questo personaggio si pone le stesse questioni che mi pongo. Altrimenti non lo sceglierei. Ma non credo d’essere l’unico a farlo.

Io non sono veramente uno scrittore nel senso classico del termine. Sono un narratore e, con una parola che non si ama più oggi, un moralista. Un raccontatore moralista. Racconto delle storie e attraverso queste storie faccio passare dei messaggi. Talvolta sono delle parabole, come si facevano nell’Antico e nel Nuovo Testamento. Per fare riflettere le persone, per far comprendere loro i problemi di coabitazione tra le culture, contro il razzismo, per più di libertà. La libertà non vuol dire l’anarchia, la libertà non vuol dire la libertà di uccidere. È la libertà di rispettare.

Cerco di promuovere l’idea che mi sta a cuore: non è l’amore che deve gestire (governare) i nostri rapporti ma il rispetto. Perché con l’amore: oggi si ama e domani si uccide. È il crimine passionale. Ma in generale, come diceva Oscar Wilde, l’uomo uccide ciò che ama di più. Mentre si rispetta anche ciò che non si ama. Quindi, tutte queste idee, che sono le idee di base, di tutti i moralisti attraverso i secoli, è quanto provo a far passare attraverso le storie e i personaggi che metto in scena.

1999.

Marek Halter, nato a Varsavia nel 1936, fuggito dal ghetto, ha trascorso l’infanzia in Uzbekistan e l’adolescenza in Argentina. Dal 1950 vive in Francia. E’ pittore, romanziere, leader dell’ebraismo e dell’antirazzismo mondiale, fondatore, con Bernard-Henri Lévy, del Movimento "SOS Razzismo". Il suo nome è legato alla ricerca della pace in Medioriente, al dialogo fra israeliani e palestinesi, alla protesta delle madri della Plaza de Majo a Buenos Aires, alla liberazione di Sacharov. Con Spirali ha pubblicato Argentina Argentina, 1982; Abraham, 1985; Il folle e i re, 1988; Un uomo, un grido, 1988. Di recente pubblicazione in Italia, Perché sono ebreo, Sperling & Kupfer 2000; Intrigo a Gerusalemme, Sperling & Kupfer 2001.


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30.07.2017