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Il respiro narrativo di un Dostoevskij del Tremila

Il capolavoro : "I buffoni" di Alberto Lecco

Giancarlo Calciolari

I buffoni non accettano l’epoca, sono strumenti intellettuali che disfano e sfatano la mitologia occidentale della morte. Essenziali all’itinerario di Alberto Lecco la memoria e il testo ebraico. Se lo scrittore non perde il testo non può nemmeno perdere la testa. Infatti il capo procede dal due, dalla questione aperta. Solo così non si divide in due, non perde la testa e non fa del suo capo lanterna.

(3.07.2011)

Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri della trista greggia;
e ’l capo tronco tenea per le chiome,
pesol col mano a guisa di lanterna:
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
Di sé facea a se stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due;
com’esser può, quei sa che si governa.

Dante, Inferno, XXVIII, 118-126.

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"Serge Couteaux", Il y a un angle dans le cercle, 1999, olio su tela, cm 50x70

Dalla prima pagina, il ritmo della sinfonia di Alberto Lecco annuncia il capolavoro. Il titolo: I buffoni. Quando un libro è un capolavoro? Quando è acclamato dai media, dai critici, dagli accademici, che tra l’altro sono oggi dichiaratamente anti-accademici? Oppure, quando c’è direzione, quando della scrittura c’è il capitano, il capo? Il capolavoro richiede il capo in direzione del capitale, della cifra della parola. La qualità. La qualità del libro. E c’è libro e non la sua negazione perché c’è la memoria, la traccia, la storia. C’è la materia del racconto e la materia della scrittura. Qual è la materia di un racconto che parrebbe concluso e che può riprendersi e giungere ancora ad altra qualità? È la materia del sogno e della dimenticanza.

È la materia del lavoro del capitano intellettuale. Materia del lavoro del capo - del capolavoro. Materia della memoria. Non sostanza del ricordo. Ciascun elemento è alimento, partecipa al cibo intellettuale. Non c’è nessun segno di morte che fondi l’elemento come sostanziale o mentale, e l’alimento come buono o cattivo. E positivo negativo stanno alle spalle, ironia della sorte.

Inapplicabile il due all’esperienza, per dire che l’esperienza è stata così negativa da non potere parlarne. La storia, la ricerca, è senza pedaggi da pagare ai doganieri della cultura (talora giganti della montagna e tal’altra nani scalognati della piana che per un rovesciamento del carnevale sociale si trovano al potere).

Il romanzo I buffoni riprende un racconto che Alberto Lecco ha pubblicato nel 1982: L’uxoricidio del ventriloquo René Benjamin. Il ventriloquo crea un personaggio che è quasi il suo sosia, e comincia a dirla questa famosa verità, apparentemente così ambita dagli umani. Non da Alberto Lecco che volge in parodia questa pretesa, con una non accettazione dell’epoca. Piuttosto esplora e situa l’epoca nell’ironia. Questiona, ciarla, obietta, provoca, con umorismo, motto di spirito e riso.

E il discorso della morte non è mai assunto. Lecco lo esplora nei suoi paradossi. Già nel "Racconto di New York", il burattinaio mostra le mani che hanno ucciso la moglie, che poi viene a riprenderlo al bar dicendogli che la prossima volta sarà il caso di allenarsi per farcela, beninteso a ucciderla. Il romanzo I buffoni di Alberto Lecco narra l’illusione delle marionette, l’incredibile coscienza di Pinocchio mentre comincia lo show dicendo: com’ero buffo quando ero un burattino! Quanta tragedia quando si accetta di vestire i panni di un ruolo, abbandonando le pretese dell’altra vita, quella di cui parla Pirandello, trovandola solo per un attimo, tagliente, in un incrocio di sguardi, come nell’Enrico IV, per poi trascorrere una vita travestiti, per non avere rischiato nulla rispetto al progetto e al programma di vita di quell’attimo.

Mai come nei Buffoni di Alberto Lecco ci si accorge che il comico è l’altra faccia del tragico. Lo spettacolo di questo secolo, tragico e farsesco, "scorre" nel romanzo di Lecco ma solo per inciampare dappertutto: i motivi dell’interrogazione lo assediano, dal sogno palingenetico di fondare un’altra famiglia includente tutti sino all’incubo di una famiglia escludente tutti, dalla famiglia aperta del profeta post-moderno Matteo, l’impersonaggio narrante, alla famiglia chiusa, la famiglia bunker di Hitler, con la sua via nazionale al socialismo e con il principio del terzo escluso applicato sino alla soluzione finale. Buffoni. Nei Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello si dissipa per la prima volta il personaggio. Nei Buffoni di Alberto Lecco, che ha il respiro narrativo di un Dostoevskij del Tremila, si tratta già d’impersonaggi.

Matteo che inventa i burattini e ne scrive i dialoghi, che il ventriloquo Walter recita ogni notte al Big Paradise di New York, con il burattino di se stesso, non è Matteo. E Walter non è Walter. E Odette, la bellissima Odette, moglie di Walter e amante di Matteo, non è Odette, non è moglie né amante. E Caterina, la moglie suicida di Matteo, non è Caterina. I burattini Walterino e Odotte sono le controfigure di Walter e di Odette? Sono i controburattini? E noi, siamo tutti simili?

Nella sembianza non c’è la folla dei sosia, dei doppi che si moltilicano a partire dalla divisione dell’uno in due. Walter, Matteo, Odette, Caterina risultano maschere inindossabili, e anche tipi. È questa la tipografia di Alberto Lecco. Impersonaggi, non statuti ontologici, soggetti della mascherata sociale. La maschera non è mai fissa. E’ maschera nuda, come dice Pirandello: quindi come vestirsi del nudo? Anche il nudo è maschera, scrive Verdiglione.

I buffoni non sono solo i pupazzi del repertorio del ventriloquo Walter. Già l’artificio teatrale spinge la mascherata sino a chi li anima, a chi li costruisce, a chi ne scrive i testi. Quando i buffoni non recitano più a soggetto e cominciano a narrare un’altra storia, il dubbio su chi si trovi in posizione di buffone si spande tra il pubblico. Non si tratta dell’algebra della maschera, che si moltiplica nei media sino a giungere all’enunciazione: "Quando finisce la pagliacciata degli amorazzi del presidente della nazione più importante del pianeta?". Questione posta da l’editorialista di un quotidiano italiano. Non c’è da chiedersi che cosa saremmo mai se smettessimo di recitare, di fare i buffoni. Infatti, come insegna la religione della droga, smettere è il miglior modo per ricominciare. Il principio di sostituzione è drogologico e ipnotico, sostanziale e mentale: per un verso una cosa vale l’altra e per l’altro ciascuno diventa uno qualunque, intercambiabile.

Leggendo I buffoni di Alberto Lecco si sente l’aria, la leggerezza, il distacco dalla commedia prima divina, poi umana e infine show in un night di New York. E sentendo l’aria non c’è bisogno di gonfiare le gote per poi lasciarla in un uff! Buff! Tale è l’etimo di buffone, dal latino medioevale bufo, dileggiatore, canzonatore. Gonfio sgonfio? Mania depressione? Scherzi con l’inconscio, che indicano l’impossibile controllo dell’aria. Altroché il re è nudo e la risata come becchino del potere.

Il nano buffone Calabacillas, quello ritratto da Velazquez, da cui prende lo spunto il romanzo di Lecco, al re, ai giganti della terra, non può che dire: c’è poco da ridere! Si tratta del carnevale. E gigante nano, alto basso, grande piccolo, sono modi dell’ironia: non fondano la buona o la cattiva genealogia. Non sono inscrivibili nell’araldica della famiglia. Anche la disfatta e il trionfo, l’amore superno e l’amore inferno, sono modi impossibili di percepire il due.

Già nel racconto "L’uxoricidio del ventriloquo René Benjamin" c’è la creazione del pupazzo identico al ventriloquo. Petit René che diviene Walterino. L’uno si divide in due, e per divisione si moltiplica? Il petit René sembra il klein Schreber del presidente Daniel Paul Schreber. Sembra un uomo fatto fugacemente. Uomo schernito, offeso e umiliato, ma sempre a un passo dal trionfo, che è l’altra faccia di una disfatta altrettanto istantanea.

In questo caso, ecco i capolavori e i maestri di Alberto Lecco: il Don Chisciotte di Cervantes e il Sosia di Dostoevskij. Dire la verità resta il modo migliore per non essere creduti, come capita a Cassandra. Quando per bocca del pupazzo Walterino, Walter, e anche l’autore, dice la verità, non è il caso di prenderlo alla lettera. Apparentemente Lecco sembra procedere dal discorso della morte, addirittura nella Casa dei due fanali la storia comincia che il protagonista ha appena ammazzato l’amante...

La materia dei romanzi di Lecco è la materia della parola, non è la morte. Materia del libro. Senza per questo essere la sua una lingua di parole. È lingua dell’esperienza. La lingua della qualità. È curioso come uno scrittore di capolavori - di libri riusciti - come Alberto Lecco non sia uno scrittore di successo. Questo indica quanto l’epoca sia lontana dal libro. L’epoca new age è senza libro, senza ciò che giunge a scriversi della qualità. I libri new age sono la negazione del libro. Non antilibri o libri alternativi come negli anni settanta, non post-libri come negli anni ottanta, ma polvere di libri. La zoologia fantastica è giunta al pasto di cenere. E nella next age, la purezza estrema del presente spazza via anche il pulviscolo. E l’arrivo si doppia sulla partenza. Sarebbe l’inerzia polare, mentre il telefilm della sopravvivenza scorre su Internet.

I buffoni non accettano l’epoca, sono strumenti intellettuali che disfano e sfatano la mitologia occidentale della morte. Essenziali all’itinerario di Alberto Lecco la memoria e il testo ebraico. Se lo scrittore non perde il testo non può nemmeno perdere la testa. Infatti il capo procede dal due, dalla questione aperta. Solo così non si divide in due, non perde la testa e non fa del suo capo lanterna.

Una prima versione è stata pubblicata su "L’Altra Reggio", n. 88, 1998; la presente versione è stata pubblicata su "Il Secondo Rinascimento", n. 61, 1998.

Alberto Lecco è nato a Milano dove ha esercitato per dieci anni la professione di medico. Dal 1956 ha vissuto a Roma, dedicandosi completamente alla letteratura. Ha pubblicato i romanzi: Anteguerra. Una storia italiana del XX secolo (Libreria di Scienze e Arti Corticelli, 1955), Un’estate d’amore (Carucci, 1958), Prima del concerto (Carucci, 1961), I quindici (Canesi, 1963), Vieni notte! (Ceschina, 1963), L’incontro di Wiener Neustadt (Mondadori, 1978), Un Don Chisciotte in America (Mondadori, 1979), L’ebreo (Città Armoniosa, 1981), I racconti di New York (SEI, 1982), La città grida (Lucarini, 1985), Ester dei miracoli (Marietti, 1986), La vera storia di Baby Moon (Braccio dieta, 1987), L’uomo del libro (Città Armoniosa, 1991); il poemetto: Mia America Judith (Carucci, 1968 - Guanda, 1980); i saggi: Don Chisciotte ebreo ovvero l’identità conquistata (Carucci, 1985).
Da Spirali sono usciti:

La casa dei due fanali. Cronaca di una passione

Il cantore muto. Sono stati gli ebrei liberi di raccontare se stessi?

La morte di Dostoevskij ovvero La morte della tragedia (Quel giorno di dicembre di sette anni fa).

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017