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E l’educazione convenzionale della protagonista non riesce

La materia di vita. "Proleterka" di Fleur Jaeggy

Roberto Dolci

La lingua essenziale di Fleur Jaeggy è bellissima e sottolinea appunto l’ineludibile materia di vita.

(2.02.2002)

Esiste il mito di quel momento in cui dall’adolescenza si passa alla vita adulta? E prima, esiste il mito di passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza? Esitono i miti e i riti di passaggio? O si tratta di mitologie sociali, epocali, che poi risultato illusioni più o meno pie?

In effetti si tratta di mitologie e di ritualismi, ossia di convenzionalismi che richiedono che il tempo passi e scorra, di modo che non ci sia nulla da fare, nella speranza comune di essere destinati al bene, magari dopo una dose di male.

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Hiko Yoshitaka, "Alétheia", 2002, pastelli a olio su carta, cm 24x30

Il mito e il rito esigono il passo del tempo. Passo impassabile. Ebbene se esistesse il mito di passaggio, Proleterka di Fleur Jaeggy (Adelphi, 2001, pp. 114, € 12,91) sarebbe la narrazione di un suo rituale.

Una vacanza di quindici giorni in mare, sulla nave Proleterka, con il padre, che solitamente vive in albergo, è l’occasione per la narratrice, parcheggiata da anni in collegio, per leggere la vita, apparentemente tra un mondo immobile, ipnotico, quello dell’infanzia, e il mondo reale informe, magico, mobile, che pare prospettarsi a partire dal viaggio sulla Proleterka.

L’interesse di Fleur Jaeggy è per la materia di vita; non per la logica di vita né per la politica di vita. Materia sulla quale insiste anche il "testo" svizzero, che ha prodotto il termine schizofrenia e molti studi sulle psicosi.

In tal senso il romanzo di Fleur Jaeggy è un racconto psicotico, quello di una psicotizzazione legata al sistema, e quindi non psichiatrizzata. Il racconto di una materia assoluta, così assoluta da espungere - così parrebbe - l’equivoco, la menzogna e il malinteso. Come se il ricordo, per una volta, potesse non essere freudianamente di copertura. Come se non ci fosse altro che la copertura delle cose. Come se la sostanza coprisse tutta la materia di vita e il suo scandalo intollerabile per gli umani.

Quando l’infinito sembra "melma e polvere", ovvero sostanza in luogo della materia di vita, allora c’è il suicidio in famiglia. Mentre il babbo rimane immobile, non si muove dalla città con il lago, dalle corporazioni, dall’albergo. Se non per il viaggio con la figlia sulla Proleterka.

E l’educazione convenzionale della protagonista non riesce. Quando l’educazione sportiva della ragazza fu terminata, smise di sciare, di pattinare, di giocare a tennis.
L’esperienza è localizzabile? La narratrice fa come se esistesse il luogo dell’esperienza, e questo fosse per l’appunto fornito dalla nave Proleterka. "Quando finisce il viaggio lei deve sapere tutto". Sapere cosa?

Il sapere comune, ossia come va il mondo. In effetti, fare esperienze, avere esperienze, sono modi di negare l’esperienza, come anche "Mai più nessuna esperienza". E il colmo dell’inganno è il sapere sull’esperienza.

Inesistente. Poiché è l’esperienza a produrre il suo sapere come effetto.
Anche evitare di sapere, come se fosse l’unico modo di sapere, partecipa alla gnosi del padre; dalla sua conoscenza alla sua disconoscenza, lasciando irrisolta la questione della funzione di padre, la funzione di nome.

Non è un caso che una doppia certificazione di battesimo con date diverse comporti la fantasia di sdoppiamento, in un altro essere che vive accanto alla protagonista, che le ruba l’esistenza, un essere che avrebbe tentato di vivere in vece sua, un essere al quale lei avrebbe rubato il suo nome.

Senza materia non c’è memoria, non c’è mito della madre; peraltro quasi inesistente nella stoffa del romanzo. Anche chi dichiara "per amore della verità" di essere il vero padre della ragazza è condannato all’amnesia: "A poco a poco dimentica tutto. Anche la figlia".

"È andata proprio così" potrebbe dire la protagonista. Eppure la materia del romanzo è intellettuale, quindi non per la protagonista, ma per l’autrice, Fleur Jaeggy.

La lingua essenziale di Fleur Jaeggy è bellissima e sottolinea appunto l’ineludibile materia di vita. Tutta la sostanza depositata in Svizzera, anche quella aurea, svanisce nel progetto e nel programma di scrittura di Fleur Jaeggy.

Resta la materia della poesia di vita, la psicosi stessa della parola. Altrimenti non instaurandosi come psicosi della vita - come vita psichica, assolutamente intellettuale - è la vita a rimanere psicotica; e le corporazioni rimpiazzano il corpo dell’esperienza. E che cos’è la psicotizzazione? La zoologia fantastica, la botanica fantastica, la mineralogia fantastica: ossia sopravvivere naturalmente come animali o come piante o come pietre. Immobili nello scorrere dei secoli, ognuno nella propria casella sociale, dalla gabbia dorata alla prigione.

Come paiono gli altri personaggi di Proleterka. E come pare anche la protagonista, in particolare in quella materia che è la più difficile per tutti, anche per Freud come per Jung. La materia sessuale; che non è l’erotismo. È la materia delle cose che si fanno in un progetto e un programma di vita.

Roberto Dolci, scrittore, giornalista, vive e lavora a Berlino dal 1995.


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14.02.2017