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A proposito del libro "La mostra" di Claudio Magris

Così vivono i ribelli. Claudio Magris

Roberto Dolci

"La mostra" di Claudio Magris pare ancora una drammatologia degli impotenti. Forse per non incappare nell’agiografia dei potenti.
E com’è scritta la storia di Vito Timmel, ribelle acefalo di una famiglia acefala? Claudio Magris la scrive molto bene.

(1.01.2002)

Forse, nel libro La mostra di Claudio Magris (Garzanti, 2001, pp. 74, € 7,23) c’è la fascinazione per il diverso, per l’anomalo, per il destino minimo di un uomo, per l’autodistruzione.

Il pittore triestino Vito Timmel, morto in manicomio, è così dissimile dai suoi simili che pare fornire le ragioni stesse della non somiglianza, e proprio per questo dell’obbligo alla dissomiglianza quale migliore conferma della somiglianza, giacché se questo è un pittore, è proprio meglio gestire un negozio di maglieria, più o meno redditizio, come quello dei genitori, piuttosto di avventurarsi in un itinerario d’infelicità e di sragione, quando invece è semplicemente per ciascuno la questione del proprio itinerario artistico e intellettuale, senza dazi da pagare alle autostrade socialmente apprezzate.

Si tratta di una scheggia del mondo alla rovescia, così ben scritto da Tieck, che analizzava la stessa mentalità che fa crollare il pittore Vito Timmel e che fa riuscire socialmente lo scrittore Claudio Magris.

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Hiko Yoshitaka, "La notte salva", 1999, olio su tela, cm 50 x 70

Più che differente e diverso dalla famiglia friulana, Vito Timmel pare - a leggere La mostra di Claudio Magris - un concentrato della mentalità e della moralità pagana veneto-slava.

A partire dall’alcoolismo; che non è più in problema per nessuno, poiché in nome suo si è creato un business planetario. L’alcoolismo, in modo differente, ha presa in ogni mentalità del mondo.

Certamente lo si nota in moltissimi film americani: alla prima difficoltà non abitudinaria, tutti - che già bevono birra e vino - si buttano sull’alcool, con una preferenza tutta americana per i superalcoolici.

E senza andare in America, il grande macedone, Alessandro, si ubriacava, al punto di uccidere l’amico più caro, durante una sbornia. E che il progetto criminale di padronanza del mondo, dagli imperatori ai presidenti, comporti l’alcoolismo dei capi non ha ancora trovato la sua analisi.

L’alcool comporta l’acefalia, l’assenza di cervello intellettuale, nega l’arte, la cultura e la scienza; e postula un sapere sempre in liquidazione. E trattando sempre l’alcool come sostanza, come droga cattiva o farmaco benefico, si continua a eludere che in quanto sostituto della vita l’alcool è totem, ossia sta al posto del padre, dato per morto, liquidato, talvolta da sé e sempre con l’alcool.

Per Vito Timmel la donna è grande puttana, i genitori sono inconsistenti, così normali nella gestione del negozio di abbigliamento e della loro vita. E lui è un paziente professionista, un malato psichico ospedaliero. La sregolatezza è la migliore ancella delle ferre regole psichiatriche.

Il ribelle è sempre lo schiavo migliore.
Quando il tentativo di controllo della vita cerca il padroneggiamento della parola e delle cose, allora anche gli oggetti parlano. Così accade nella Mostra. E se la voce è espunta, che cosa dicono gli oggetti? Il senso comune. Il sapere di tutti, quello a portata di mano senza leggere nessun libro, senza più ricerca intellettuale.

D’altronde quale progetto e programma di vita per un artista che vuole fare quello che vuole e che si siede su un muretto a aspettare che il tempo passi? E se il tempo per la sua natura non passasse proprio? E se fare quello che si vuole corrispondesse a fare il pazzo, come già aveva notato Niccolò Machiavelli, e quindi a proporsi come ideale cavia psichiatrica?

La mostra di Claudio Magris pare ancora una drammatologia degli impotenti. Forse per non incappare nell’agiografia dei potenti.

E com’è scritta la storia di Vito Timmel, ribelle acefalo di una famiglia acefala? Claudio Magris la scrive molto bene.

Roberto Dolci, scrittore, giornalista, vive e lavora a Berlino dal 1995.


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30.07.2017