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A proposito del libro "Prima persona"

Leggendo Giuseppe Pontiggia

Giancarlo Calciolari

C’è in Giuseppe Pontiggia l’esigenza dell’inesplicabile, ovvero quella della semplicità. Non la piega di Leibniz né di Deleuze. La piega della vita, contro la quale rovina ogni ontologia, che è sempre fondamentale. Finalmente inesplicabile. Ossimoro. Le cose non finiscono, eppure giungono a conclusione.

(26.10.2002)

Giobbe ai sapienti (12, 1-3):
"È vero, sì, che voi siete la voce del popolo
e la sapienza morirà con voi!
Anch’io però ho senno come voi,
e non sono meno di voi".

"Ma chi se ne frega di una statua di giada di Iside!? Ci credi ancora? Lascia perdere questi interessi che non ti hanno mai portato nessuna lira e oggi nessun euro. Giuseppe Pontiggia? Scrive libri intelligenti? Non l’hanno ancora fatto fuori? Vieni con noi stasera... Divertiti! Distraiti! C’è un vinello! Ci sono certe donne! E anche dell’altro se vuoi!!!...".

Il profeta loquace mi dice queste cose in dialetto, e parla in modo volgare e così fluente che mi ricorda, quasi con dolore, o forse più con ironia estrema, che la balbuzie rimane per me una questione, anche se apparentemente si è acquattata dietro le parole. Mi dice: buttati, fai anche tu come tutti, mordi la mela!

Io invece parlerò "con labbra balbettanti e in lingua straniera" (Isaia, 28, 11).
Anche la Torah e i Vangeli non sono già scritti. Lo scrivere e il testo restano, e ciascuna volta rinascono nella scrittura dell’esperienza, nessuno escluso.

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Hiko Yoshitaka, "Sotto una maschera" , 2000, olio su tela, cm 60x99

Niente di più certo per tutti coloro che non leggono e anche per coloro che leggono telecomandati dai comitati di lettura che per natura e scopo hanno quelli di certificare la lettura autentica da quella inautentica, malata, folle...

Tra l’altro, nell’occidente, i comitati attuali di lettura sono quelli laici che contestano il potere dei comitati di lettura religiosi, e quindi lo affermano in modo più massiccio, totalizzante, spacciando la lettura psicofarmaco, quella che fa bene, proseguendo nell’autodafè delle opere letterarie che potrebbero corrompere gli ultimi incorruttibili.

Non è un caso che il laicismo imponga l’interpretazione infinita o i limiti dell’interpretazione a vantaggio non del lettore ma della fantomatica casta della comunità degli interpreti. E si tratta dell’applicazione di briciole del discorso greco, che permettono ancora una volta di non leggere il testo greco.

In effetti i testi non letti divengono luoghi comuni impiegati come principi del fare, molto più potenti delle ideologie che paiono aver scosso gli ultimi due secoli. Per esempio le tentazioni di Gesù nel deserto paiono oggi scontate anche per la gnosi cattolica, che manca la lettura proprio per i presupposti gnostici, perché abbocca all’albero della conoscenza, quello del bene prescritto e del male proscritto, quando invece si tratta di scrittura.

Le tre tentazioni per stringere "un’alleanza con la morte": "Se sei figlio di Dio, di’ che questi sassi diventino pane" [nel deserto dopo aver digiunato], "Se sei figlio di Dio, gettati giù" [dal pinnacolo del tempio nella città santa], "Tutte queste cose io ti darò, se prostrandoti, mi adorerai" [sopra un monte altissimo il diavolo mostra a Gesù tutti i regni del mondo con la loro gloria]. Il diavolo fa il verso a Gesù dicendo: "sta scritto" [Matteo, 4). E non si tratta della scrittura dell’esperienza di Gesù, testimoniata dagli evangelisti.

L’epoca miniaturizza le tentazioni nel deserto: prende alimenti immangiabili per pane intellettuale, prende droghe e psicofarmaci per banchettare quotidianamente; si getta a uccidere e a prostituire, a fare i soldi e a fare sesso, a fare esperienze e a fare guerre; adora il diavolo e lo riverisce e prende tutto quello che gli dà, accumulandolo e dissipandolo nel regno libero di se stessa. Senza leggere nulla, poiché tutto è già scritto, già significato dalla bolgia dei poveri diavoli, sempre pinocchi dei poveri cristi, talvolta socialmente riusciti.

Giuseppe Pontiggia conclude così il suo palinsesto di strati infiniti Prima persona (Mondadori, 2002, pp. 266, € 16,00):
"Una statua di giada di Iside ci appare come una presenza finalmente inesplicabile. Gli uomini che l’hanno creata credevano. Noi in che cosa crediamo? È questo ciò che di più importante ci dice la statua. Anzi non ce lo dice. Ce lo comunica in silenzio. No, neanche. La statua è questo."

Come leggere? Quale restituzione del testo? Cosa resta? La statua resta? La restituzione in forma di statua? L’idolo? L’animale fantastico come icona impossibile delle cose? Gli umani hanno creduto nell’idolo del vitello d’oro? La vita persa? La vita ritrovata?

L’indagine sulla statua. La statua interiore e la statua esteriore. La statua è di giada. Quale arte? Quale tecnica? L’impossibile rappresentazione dell’idolo. Qual è lo statuto della statua? Pleonasmo lo statuto della statua? Che cosa sta? Sta quello che resta? Re-sta? Paradosso della vita di formazione e di trasformazione quello di trovare la qualità in ciò che resta? Non resta realisticamente. Il resto è effetto. Simbolo, lettera, cifra. La statua è simbolo? È lettera? È cifra? Nessuna archeologia né ermeneutica della statua.

Una semplice statua di giada ci pone così tante questioni. La questione di vita e di morte. Ciò che resta sta dopo la morte degli umani? Ciò che resta si trova nella parola. Resta quello che si trasmette. Resta quello che si traduce. Resta sopra tutto quello che proprio quello che si abduce. E come fa a abdursi e simultaneamente a stare, nel senso di restare? Gli umani stanno, se fossero statue, se fossero animali razionali o irrazionali.

La statua appare. Sembra. L’immagine della statua non è la statua. Ci appare. A noi. Noi chi? Noi come indice del transfinito o noi come collettivo umano? Umanaio globale? La statua ci appare come... Non appare nel suo stare e nel suo statuto ma come qualcosa d’altro. Si tratta del come dell’incognità che la gnosi mette al posto dell’ignoto per fare uno sforzo di conoscenza, uno scalino, oppure è il come della sostituzione? Quale sostituzione. Non di sostanza o di morte. Come una presenza? L’ente presso di noi lascia assente proprio quell’ente che ontico si propone come ontologia? Leggere secondo l’ontologia? Cercando di conoscere qualcosa?

Non è la presenza che giunge in fine, il finalmente riguarda l’inesplicabile. C’è in Giuseppe Pontiggia l’esigenza dell’inesplicabile, ovvero quella della semplicità. Non la piega di Leibniz né di Deleuze.

La piega della vita, contro la quale rovina ogni ontologia, che è sempre fondamentale. Finalmente inesplicabile. Ossimoro. Le cose non finiscono, eppure giungono a conclusione. Nella complessità. No, nella semplicità. In quello che si piega una sola volta. Non c’è alternativa. Non c’è doppio della piega di vita. Il lato della vita non è la piega della vita. Noi in che cosa crediamo?

La domanda di Giuseppe Pontiggia non implica il sistema della credenza, che rivelerebbe il miscredente come candidato al posto del migliore credulone. La credenza intellettuale è l’altro nome della fede assoluta; non la fede in qualcosa o in qualcuno, ma la fede come operatore alla scrittura del fare. È per questa fede che l’artista egizio ci ha lasciato l’opera, la statua di giada. Questione di arte, di scultura e non di iconolatria o di iconoclastia. "La statua è questo".

Gli aforismi, i pensieri, gli aneddoti, le annotazioni, i racconti di poche righe di Prima persona sono lo zibaldone di Giuseppe Pontiggia, pubblicato a puntate in una prima versione sul supplemento culturale del "Sole 24 ore". Ciascuno dei quasi duecento testi è compiuto, riuscito; in una distanza infinita dalle prove zibaldoniane di scrittori che coltivano il pettegolezzo e il proprio personaggio.

E io ho cominciato a introdurre la lettura di uno solo di questi testi.
La persona del libro di Pontiggia è prima non in modo ordinale e ordinario; indica l’originario della sua lettura e la sua straordinarietà, nel senso preciso di non accettazione dell’ordinarietà.

E in questo libro, come anche nelle Sabbie immobili ( Il Mulino, 1992), Giuseppe Pontiggia eccelle nell’arte del paradosso.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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6.10.2016