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Sembra un romanzo poliziesco nel quale non si saprà mai se l’assassino di una giovane donna sarà arrestato

A proposito di "Voracità" di Elfriede Jelinek

Alice Granger Guitard

In quest’ultimo romanzo d’Elfriede Jelinek, il sadomasochismo è anche all’opera di un modo disperato e disperante. La morte è veramente molto forte e vivissima. La morte cammina indossando la forma delle case, sicura della voracità che la rende immortale, l’avidità per un riparo ben materiale e per rapporto al quale le persone hanno poca importanza.

(23.09.2005)

Il bel romanzo d’Elfriede Jelinek, "Voracità" (Frassinelli, 2005; edizione francese: "Avidité", Le Seuil, 2004; edizione tedesca: "Gier", Rowohlt Tb, 2002) racchiude nella sua storia molte ricerche, che lei tratta al dritto e al rovescio con molta energia, forza, ostinazione, e ancora e ancora, questo sembra un romanzo poliziesco nel quale non si saprà mai se l’assassino di una giovane donna sarà arrestato.

Si tratta quindi di sessualità. Quella degli uomini, con il gendarme fatto su misura, di bell’aspetto, attento alla sua forma, sposato e padre di famiglia, che lascia la moglie occuparsi della casa e del suo giardino perfettamente curato, per interessarsi di donne sole e abbandonate, in uno stato di mancanza, che possiedono dei beni e una casa. Il gendarme s’interessa anche a una giovane ragazza del nostro tempo, quasi una mannequin, ma forse solamente, in fin conti, per significarle la sua morte.

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Hiko Yoshitaka, "La cuisinière de Molière", 2004, acrilico su tela di juta, cm 74x87

La morte delle donne, nell’attesa del solo uomo che desiderano, in mancanza d’amore, pronte a lasciarlo entrare indisturbato, e cominciando con avidità a considerare che è tutto per lui, pronte a lasciarsi torturare, come già morte, avvertendo che non s’interessa a loro, ma alla loro casa e ai loro beni, ma non potendo rifiutarsi a lui, in ogni caso non al gendarme della storia, cominciando a prestargli dei soldi, perché ha dei debiti per i quali la banca esita a accordargli dei crediti.

Sul piano della sessualità, il malinteso è totale, e sbocca sulla morte, annunciata, per le donne abbandonate in questione, essendo interessato per ciò che loro possiedono come casa e come beni, e sull’eredità di questa casa e di questi beni per l’uomo, il gendarme.

Questo gendarme, che tratta con brutalità e sadismo le donne diventate sole, che hanno l’impressione di deteriorarsi dall’interno, e che loro siano come una natura inquinata, come un lago artificiale in cui le acque siano morte, come una montagna rosicchiata dall’interno che si sfalda in una colata di fango, come un’Austria che i turisti snobbano, per delle ragioni di boicottaggio politico, non interessandosi a loro stesse quando va a trovarle.

È anche abbastanza insensibile, preferisce soddisfarsi da solo, la sola cosa che conta, e che convoca con una tale avidità che non sa nemmeno lui da dove venga, sono le loro case.

Le loro case appartengono a lui, e ne vuole ancora e ancora, non sono mai abbastanza. Egli è in fuga perpetua per trovarne ancora una quando ne ha già una in prospettiva.

Egli si comporta all’interno di questa casa come all’interno del corpo virtualmente già morto della sua proprietaria, come se egli ne fosse già il proprietario, come se tutto fosse a portata di mano per lui, come se non ci fosse nessuno a interdirgli l’invasione, come se non potesse, per mancanza di una parola, accontentarsi, fermarsi e abitare una casa per sempre, altre volte, quella di sua madre, che era là per interdire, impedire.

Una certa voracità per i beni materiali, per le case, di padre in figlio. Una certa tradizione ancore in vigore nell’Austria odierna.

La madre del gendarme è un personaggio appena abbozzato nel romanzo, ma è una chiave che senza dubbio potrebbe utilizzarsi per intendere il personaggio del gendarme, che non esita a uccidere una ragazza e a gettarla nel lago artificiale, in quell’acqua morta, racchiusa in un cassone verde, perché era una testimone che poteva disturbare la sua relazione con una donna sola che aveva una casa e la cui morte era annunciata, forse non naturale, ma un suicidio, o un incidente, o un’altra cosa lo avrebbe fatto ereditare.

La madre del gendarme, negli ultimi tempi, beveva, un vino qualsiasi, e si deteriorava, si ubriacava, era molto malata, stava morendo. Suo figlio, il gendarme, non aveva più che un’idea, piuttosto un’avidità, andare a cercare altrove quello che si era deteriorato in casa, ciò che era come un’acqua morta che si era annegata in se stessa, andava a cercare un’altra casa, qualche cosa che potesse restare là immobile senza deteriorarsi, sempre un’altra, ma lui stesso senza mezzi con cui ottenere gli stessi mezzi sfruttando lo stato di mancanza di donne sole, nessuna delle quali essendo come la mamma, ma già morte in potenza come la mamma, avendo già lasciato uccidere la ragazza in loro stesse.

Penetrando con non curanza inquinante all’interno di donne rimaste sole, ma proprietarie, il gendarme è l’assassino per eccellenza della ragazza, quello che uccide le loro illusioni in dolcezza sapendo schiacciare sul ganglio che occorre, al livello del collo, affinché la morte sia rapida e senza violenza.

Perché gli uomini non vogliono altro che l’interno che resti là, immobile a attenderli, un interno dove sarebbero soli, con tutto per loro, e nessuno per impedire che occupino tutto il posto senza nessuna interdizione minando tutto, le donne che sono già morte di paura alla sola idea che possa distaccarsi da loro se non rispondono più al suo desiderio e preferiscono lasciare morire la ragazza che è in loro, preferiscono lasciare che sia ’uomo a uccidere la ragazza che è in loro, questa ragazza che è contraria, contrasta l’avidità del gendarme verso le case che "devono" diventare sue. La sola logica possibile è terribilmente incestuosa: non hanno che a inclinarsi e lasciarsi saccheggiare.

È anche questione della natura inquinata, dei nitrati che avvelenano l’acqua, del lago artificiale la cui l’acqua è morta, della montagna erosa dall’interno, che è distrutta dall’interno, che si vendica sfaldandosi. Il fango uccide.

Questa natura inquinata, per colpa dei suoi abitanti, è fatta a immagine di questa madre che è sempre più malata, che si deteriora pure lei, e fa credere che il riparo che lei era, questa grotta dalla quale il gendarme non avrebbe mai voluto uscire, questa Austria dove era così bello vivere, non sarebbe mai più quella che era, salvo a cercare ancora e ancora delle case, ovvero un riparo come prima, per provarsi che è ancora possibile trovare in una fuga in avanti (sempre più disperata e impregnata di morte, di sadomasochismo e di comportamenti devastanti e incuranti, come se l’unico desiderio fosse di morte diretta contro questo riparo) questa natura, cercando di catturare la madre auto-saccheggiandosi per saccheggiarla ancora di più definitivamente, credendo, nello stesso tempo, che lei sia immortale.

È anche questione dell’Austria, della sua politica, di un paese snobbato dai turisti.

In quest’ultimo romanzo d’Elfriede Jelinek, il sadomasochismo è anche all’opera di un modo disperato e disperante. La morte è veramente molto forte e vivissima.

La morte cammina indossando la forma delle case, sicura dell’avidità che la rende immortale, l’avidità per un riparo ben materiale e per rapporto al quale le persone hanno poca importanza. Il figlio, il gendarme, ha perso il riparo, la grotta, la casa-ventre, non ha i mezzi per comprarla, non ha che debiti, ma ci sono delle donne che hanno questo riparo, questa casa, questi mezzi, e in più loro non sognano, sino a annegare, di trasformarsi in un’acqua morta, che di fare entrare nel loro interno-corpo un uomo, l’unico, il buono.

Allora le donne servono al gendarme per ritrovare il suo riparo, e ciò che è servito a ritrovarlo non serve più a niente, non ha che da morire, da scomparire, come la madre, non ha che da confondersi con le mura della casa, la grotta, sino a divenire questa matrice materialissima, e con estrema durezza: a non più essere un essere umano, una donna sola trasformata in una casa abbandonata e lasciata in eredità, in qualche cosa che racchiude l’uomo. E la donna muore, proprio per incidente, l’essenziale è di passare nella casa, questa violenta metempsicosi, divenire una casa. In un certo senso la donna del gendarme aveva capito, da molto tempo, che lei era effettivamente diventata una casa e un giardino confortevole, un’unica occupazione.

La formazione scientifica di Alice Granger Guitard non le ha impedito di interessarsi da sempre alla scrittura. Alcuni incontri importanti, forieri di deviazioni formatrici, da Lacan a Sollers e a Verdiglione, e una investigazione critica sul terreno della fraternità, l’hanno portata al "gusto degli altri" che manifesta nelle sue "Note di lettura".
I suoi testi mirano alla ricerca della singolarità di ciascun autore. Dante come referenza.

L’articolo è pubblicato per gentile concessione
del web-zine "Exigence-Littérature".

Prima pubblicazione su "Transfinito": 22.6.2004.

Traduzione dal francese di Giancarlo Calciolari.


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30.07.2017