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Libro inenarrabile di difficile accesso

"Gros mots" di Réjean Ducharme

Hélène Bergeron

Dei bambini assassinati che traggono la loro grandezza dal non avere mai da diventare adulti. Grandezza riesumata anche di una lingua choc forgiata da un laborioso bombardamento della lingua parlata e scritta. Una lingua gaudente che gioca e sventa le parole.

(22.08.2004)

Réjean Ducharme è una rarità nel mondo letterario. È uno scrittore che scrive: è tutto. Non concede mai interviste.
Di lui conosciamo solo una vecchia fotografia in bianco e nero che ha più di trent’anni, dove, comicamente, assomiglia a un giovane studente in teologia.
Pare che viva a Montreal. Ma sarebbe malizioso chi pretenderebbe di sapere dove. E con solo questo cliché fotografico come prova a carico, chi oserebbe, senza fanfaronate: guarda, ma no, proprio là è Réjean Ducharme, te lo giuro, incredibile, non ha preso una ruga in sei lustri!
E a ben pensare, chi potrebbe essere interessato a occhieggiare uno scrittore che scrive, e nient’altro.

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Alessandro Taglioni, "Estate", olio su tela, 2003

In fondo, la letteratura come l’arte è buona anche per mettersi in mostra nell’in, allora tanto vale scegliere di preferenza uno scrittore che abbia il dono dell’ubiquità. Occorre essere in se non si vuole essere out. Disgrazia delle disgrazie, risolutamente postmoderna.

Se non si passa alla televisione è perché non si è importanti. Non invento nulla, sarei incapace d’inventare una cosa simile. L’ho vista e intesa in televisione dalla bocca di un cineasta, d’un giornalista/biografo, d’una annunciatrice che va per la maggiore e di una presentatrice di varietà che si congratulano tutti di essere semplicemente lì davanti a noi, la massa opaca dei fessi anonimi seduti di fronte al piccolo schermo vegetando nella nostra intristita banalità.

Adesso, in occasione di un nuovo incontro, la mia prima questione è: siete stati in televisione? Istantaneamente so se ho a che fare a una personalità vip o a una banalità affliggente. È l’apriti sesamo per eccellenza.
Quindi, quando si è importanti si passa in televisione, si fanno le dediche sui libri e ci si attiva per fare del servizio dopo-vendita, a meno che non sia della pre-vendita, non so più troppo bene. Uno scrittore che scrive, nient’altro che questo, non è un fatto imponente, tutt’al più risulta insolente e presuntuoso.

Uno scrittore, è noto, è un "io" garantito, un narcisismo sviluppato su tutti i muri. Tuttavia, non credo talmente, per quanto mi riguarda, a questo "io" esibito sopra tutti i vestiti, che si tratti di punti d’imbastitura fatti a mano o di punti più resistenti fatti a macchina. Avrei piuttosto la tendenza a sostenere che lo scrittore sia un "io" galleggiante, come quello del lettore. E per precisare finemente le cose, dire che il tentativo di cingere l’io è l’avventura di un’intera vita, infatti, penso che non si possa girare intorno a questa questione dell’io (come del tu, d’altronde), ma non so se si possa rispondere in modo adeguato. Da qui a pretendere che lo scrittore tenti incessantemente di trovare la sua identità attraverso la scrittura non c’è che un passo, e io lo faccio.

Pessoa ha scritto che la letteratura, come ogni forma d’arte, è la confessione che la vita non basta mai. Includerei che l’identità è una ricerca che passa per l’arte perché la sola vita non è sufficiente. E che la letteratura vaga mirabilmente in direzione di questo luogo muovente e privilegiato per trovarvi un sembiante di soluzione, incessantemente rinnovato e rinnovabile, poiché non si può, a mio avviso, che girare intorno all’inquietante questione (girare intorno, girare con) "Chi sono io? Chi siamo noi?".

Pertanto, si saggia con maggiore o minore lucidità o tatto per fortificarsi in questo "io" baldoscillante furtivo e multiplo. A differenza dello scrittore che per necessità osa tuffarsi nell’abisso del suo intrico e del suo aggrovigliamento: moi, c’est moi [io, questo sono]. Provando a aprirsi un cammino verso il suo "io" imprendibile e la realtà. Definendosi senza tregua per andare con un’accresciuta chiarezza verso la propria individualità.

Dato che Réjean Ducharme di Gros mots (Éditions Gallimard, Paris, 1999, 17,38 €) è uno scrittore che non fa parte di alcun jet-set letterario e che non è qualcuno di importante - secondo la logica televisiva sviluppata in lungo e in largo con i quattro capi del nodo preminentemente pre-citati - che cosa facciamo?

Parliamo del libro e ci si rallegra di trovare infine uno scrittore che ha compreso che l’opera sorpassa lo scrittore. E che i commenti non gli appartengono. Non a lui. Non più a lui. Tutta l’opera parla attraverso se stessa. Qui risiedono la sua forza e la sua debolezza. E anche ciò che ne dice dopo lo scrittore s’avvera quantitativamente gradito ma trascurabile, per quanto mi riguarda. Non si può essere simultaneamente scrittore e esegeta. Ciò che ha voluto fare o ha tentato di fare lo scrittore vive nell’opera. La parola dello scrittore annega nel superfluo se prova a dimostrare quello che il suo lavoro non ha saputo ispirare. La scrittura s’incarna nel corpo a corpo con la carne delle parole e s’incista nella voce che è una piccola musica.

La musica di Ducharme in Gros mots è degna della musica contemporanea: bella, complicata, contrappuntata. Ha anche dei tratti di musica d’opera poiché le voci dei personaggi si sovrappongono al coro.

In Gros mots c’è un’estetica dell’empatia molto particolare e che è lo specifico della scrittura di Ducharme. I protagonisti sono tutti dei disgraziati che vivono ai margini della società. Imbevuti d’alcool, facendo l’amore per sconforto, cercando nell’indicibile qualcosa di dicibile. Smarriti, perduti, fottuti, presi in un vortice speculare dove gli specchi scoppiano come l’amore se ne va in fumo per mancanza d’incubazione. Non si può amare quando non ci si ama. Non si può amare quando non si è mai stati amati.

Personaggi fuori dalle norme, degli esiliati dall’interno e murati in una vita che li maltratta e che loro stessi maltrattano. Afflitti da un’immensa e stonata tenerezza che s’incolla ai loro polmoni e vorrebbero scrollarla via per gridare con fracasso il loro male di vivere. I personaggi ducharmiani possono urlare ma non gridare. Gridare domanderebbe una forza che non hanno più. Presi, inghiottiti, irrimediabilmente soli e pertanto solidali nei loro spaventi. Appassionatamente viventi.

Dei bambini assassinati che traggono la loro grandezza dal non avere mai da diventare adulti. Grandezza riesumata anche di una lingua choc forgiata da un laborioso bombardamento della lingua parlata e scritta. Una lingua gaudente che gioca e sventa le parole.

Gros mots, libro inenarrabile di difficile accesso: dove le voci ferite degli sciancati della vita s’involano come una nenia in cui l’impotenza di vivere si trasmuta in destino.
Magnificamente sconvolgente!

Hélène Bergeron ha una formazione di storia dell’arte, in particolare del diciasettesimo secolo. Vive e lavora a Montreal.

Traduzione di Giancarlo Calciolari. © Exigence-Littérature, Parigi.


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