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Curioso come dallo sbaglio di conto si approdi alla cifra della vita

Countdown

Giancarlo Calciolari

Abbiamo bisogno del superfluo. Il superfluo è l’arte, l’invenzione, la cultura, è l’intelligenza, la musica, il malinteso, il calcolo, lo sbaglio. Senza più delega ai pifferai e ai tribuni dei topi. Tutto ciò partecipa al superfluo, a quanto non può essere misurabile, quantificabile, a partire dal conto alla rovescia. Nessuno escluso.

(30.05.2004)

"Dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni: chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra."

Don Fabrizio, nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa

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Alessandro Taglioni, "Croce rossa", 2004

Nel migliore dei mondi possibili, la città dei cani non ha più gatti, e per questo i topi ballano incessantemente. I cani del signore, imboscato in un mondo impossibile, insistono sulla trippa che non c’è più per i gatti, ormai inesistenti, affinché i topi riducano la loro porzione di formaggio al buco.

Nella città dei cani tutto scorre e circola. Ogni intralcio alla circolazione è tolto. E tutto torna, per coloro che hanno l’accesso immediato a cinopoli. Sopra tutto i conti tornano, persino quadrano nella loro circolarità.

In Dogville l’utopia è realizzata e ognuno nasce rotondo e muore quadrato e castrato. I cani scendono nel grande imbuto sovrastato dalla crosta terrestre, irta di babilonici, blasfemi e dementi slanci dei topi verso la cloaca superna, e inferiormente coincide con il centro della città, suddiviso in nove cerchi concentrici, le pareti di ferro, cellule quadrate e cellule rotonde, affinché nessuno sgarri dalla predestinazione.

Così, nella città dei cani ognuno striscia sul dorso a gambe rattrapite, lungo il perimetro cerimoniale. E ruota la testa attorno alla scansione di un perno, come il suo originale esposto su carri semoventi, dagli strani nomi in codice.

Talora balzano in piedi, tal’altra s’accasciano. Passi di sbalzo, braccia flesse al fianco. Piedi aritmici o ritmicamente militari e religiosi.

Nella città dei cani, i gatti sono stati mangiati dai topi, che sognano sempre un avvenire da cani, e vagheggiano di dire senza parlare, un’arte fulminea e imprudente come il veleno, senza mosse né convenzioni, che li restituisca a bisogni canini, quindi umani, poscia divini.

Insomma non escono dal labirinto, sono in un vicolo cieco, e tutto sa di spurghi, di lurida cianfrusaglia, di defunto, corrotto e rinato, è tutto un raptus della vera vita, un ennesimo grave sonno condito da lunghi ululati.

I topi temono di subire l’influenza della musica, di essere, in qualche modo, depistati rispetto dal loro destino, e sgrullano da sera a mattina contro il pifferaio magico e ipnotico.

I cani si possono permettere tutto, anche di criticare i cani, spacciandosi per non cani, eresiarchi della cinomachia. Riempito e svuotato tutto lo spazio del vivibile, del godibile, del costruibile, e anche dell’invivibile, dell’ingodibile e del distruttibile, non resta che qualche buco, ovviamente nero. Qualche paradosso senza importanza. Per esempio: un cane lanciato nel futuro arriva nel passato, sempre in tempo a mordersi la coda nel presente.

Il cane, il nostro cane scodinzolante, giocherellone, è programmato per azzannare allegro il gatto e algebrizzarne un osso e riporlo del suo geometrico cantuccio, donde lo trarrà ornato magari ancora di qualche tristo lacerto, ad appuzzare quello che della città non è ancora miasmi e olezzi.

Un gabbiano lancia uno strido. Bastava un pollo per trarne presagi. Non è ancora musica.

L’unico che non partecipa al cinismo è il gatto con gli stivali, che non fa parte di nessun gruppo, nemmeno della classe dei gatti, per via degli inclassificabili stivali. L’unico che quando i cani hanno fatto esplodere la gatteria si è salvato, gettandosi in avanti, verso il pubblico di bambini, attento alla sua storia.

Il gatto con gli stivali non ha tempo da perdere. Ha una missione da portare a compimento. E l’accesso non è immediato.

La storia comincia con il conto alla rovescia, ossia con lo sbaglio di conto rispetto ai conti convenzionali. E l’orco, seguendo la serie dei suoi conti che tornano, si trova in bocca al gatto con gli stivali. E il contadino, che ha ricevuto il gatto come eredità, non lo mangia e si ritrova principe. Ironia.

Il gatto con gli stivali corre a annunciare la città della musica. Non ha tempo per fermarsi e cercare l’algebra e la geometria dei sordi.

Non resta al gatto con gli stivali che abbeverarsi alle fonti, all’apertura, e sfamarsi col pane della vita. Tanto il lievito è l’accesso remoto, non per chi sogna l’accesso diretto, che sopravvive tra gonfiori e sgonfiori, tumescenze e implosioni, leggendo la sorte nel sangue degli omarini decapitati.

Ma come comincia l’altra vita, l’altra città, l’altra musica?

Il conto alla rovescia comincia dall’ironia. Dovevamo essere là e ci troviamo qua. In un cominciamento che non finisce mai.

Con il conto alla rovescia sorge un’altra città, non più sottomessa al padroneggiamento e al controllo degli animali della stirpe dell’homo eroticus. Sorge la città del paradiso, che non ha più nessun tratto zoofilo.

Il giardino, non la giungla, non il deserto. La cura, non l’incuria. Ma non la cura soggettiva, né la cura dell’Altro. Né egoismo né altruismo. La cura intellettuale: la cura artistica, la cura culturale, la cura scientifica.

Curioso come dallo sbaglio di conto si approdi alla cifra della vita, alla sua qualità estrema, per via di malinteso e non d’intesa mammista o mammasantissima, ossia mafiosa. Il conto alla rovescia in nulla assomiglia alla scadenza sempre più breve, del sottoricoprimento sfinito della vita a credito.

Nella città della musica la cinofonia si dissolve contro il muro del suono. E i latrati non sfiorano la prosodia, la rapsodia, la melodia.

La canaglia non divora più il giusto, i cani non si pigliano più l’uomo buono, e Achille non morde la mela, nel mentre la tartaruga provoca un disastro alla borsa delle lepri, che qualche mattacchione chiama antropozoodromo.

Eppure qualcosa sfugge alla città dei cani. Un pesce impazzito? Un gatto con gli stivali? Un gattopardo che ritorna? La pecora-lupo di Franz Kafka?
Il veltro verrà a svellere l’ultima metamorfosi zoologica?

La cifra del conto alla rovescia.
Non dobbiamo avere paura della bestia. La bestia è la paura. La morte di paura. Anche di morire di fame. E l’ultima bestia è solo la paura di non avere più paura. Perché se non c’è più paura che cosa succede? Succede che le cose cominciano e debuttano. Succede che le cose si fanno e non aspettano il demiurgo che increspi l’arietta della loro ontologia. Quando?

Countdown. Anche la Divina commedia, che non è mai il caso di lasciare al commento cinico, comincia con il countdown. Dante sussurra a Virgilio: "Vedi la bestia per cu’ io mi volsi; aiutami da lei, famoso saggio, ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi?". Virgilio gli risponde: "A te convien tenere altro viaggio".

Dante è già nel conto alla rovescia. Secondo il numero, secondo il ritmo, secondo il due, il tre, lo zero, l’uno, l’infinito. Sino alla musica del paradiso che è arte dell’ascolto, arte della luce.

Occorre reinventare le parole: uomo, donna, padre, madre, fratello, sorella, casa, chiesa, partito, squadra, visione, ascolto, arte, cultura, scienza. Musica. Imprendibile la musica, inconcettuale, insistematizzabile, insemiotizzabile.

L’alta fantasia? Il contrappunto della voce è la melodia dell’Altro, che provoca la musica. Il resto è sordità.
Non importa ciò che manca, il midollo mirifico dell’osso della caninità, che non è mai abbastanza, importa ciò di cui abbiamo bisogno.

Abbiamo bisogno di fare, abbiamo bisogno di soddisfazione, abbiamo bisogno d’impresa, abbiamo bisogno di città, abbiamo bisogno di scrittura, abbiamo bisogno di comunicazione - non di psicofarmaco, non di mangiare la morte con dose diurna o notturna.

Abbiamo bisogno del superfluo. Il superfluo è l’arte, l’invenzione, la cultura, è l’intelligenza, la musica, il malinteso, il calcolo, lo sbaglio. Senza più delega ai pifferai e ai tribuni dei topi. Tutto ciò partecipa al superfluo, a quanto non può essere misurabile, quantificabile, a partire dal conto alla rovescia. Nessuno escluso.

Intervento al Festival di musica dal titolo "Countdown" di fine maggio 2004 a Verona.

La formulazione "conto alla rovescia" è ironica e lo statuto dello sbaglio di conto è retro-dotto, proprio a vanificare l’ipotesi del tempo come durata, che è quel che non "conta". Nel senso che implica lo sbaglio dello sbaglio. Si tratta di un racconto e non di un saggio.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Trasnfinito".


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14.02.2017