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Racconto

In vacanza a Ischiano Scalo

Moira Bruni

Ci crederete? Armata di mappe, cartacee e non, ho rintracciato tutti i luoghi eccetto Ischiano Scalo.

(14.08.2004)

Tutto è cominciato l’estate di un anno fa, quando un’amica mi disse "Dovresti leggere Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti".

Era un tardo pomeriggio di luglio ed io ero arrivata troppo presto per l’inizio del secondo spettacolo al cinema.
A qualche passo, per puro caso, una libreria: una tentazione troppo forte.

Non so se sia stato un segno del destino, il titolo prometteva esattamente quello di cui avevo bisogno: che qualcuno o qualcosa mi prendesse e mi portasse via.

Il mattino dopo, nella sala d’attesa di uno stabilimento termale, ho aperto le prime pagine del volume e alla fine della mezz’ora di terapia inalatoria, ho dovuto obbligarmi a chiuderlo e promettere a me stessa che lo avrei letto solo durante quella mezz’ora quotidiana di fastidio, per renderlo più sopportabile.

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Hiko Yoshitaka, "Omaggio a Jean-Michel Vappereau", 2007, bronzo a cera persa

Le prime pagine non erano state troppo coinvolgenti ma mi aveva spinto ad andare avanti il fatto che quel romanzo mancava del tutto di quel che io chiamo l’"Ah, sì, ecco...".

C’è un momento, quando s’inizia a leggere qualcosa, specialmente dei romanzi moderni, in cui, spesso, chi mastica un po’ di tecniche di costruzione del testo, capisce immediatamente la sequela di eventi o come il tutto andrà a finire. Un po’ la sensazione di quando, da piccoli, aprendo il pacchetto delle patatine, si trovava lo stesso adesivo gommato della volta precedente.
L’"Ah, sì, ecco!", appunto.

All’inizio, quindi, si fatica un po’ ad inquadrare i chi e i dove.
Non c’è da spaventarsi, si può provare, anzi, a resistere, perché arriva un momento in cui qualcosa comincia davvero a rapirti e a tenerti fermamente allacciato alla giostra dei personaggi, all’inizio, ancora tutti senza il marchio del protagonista.

Raccontare, qui, in qualche riga, la trama del romanzo, corrisponderebbe a fare esattamente il contrario di quello che vorrei. Del resto, un romanzo non è fatto solo di trama. C’è uno stile, altrettanto importante, che può più o meno catturare e coinvolgere. Ci sono altre componenti che rendono o meno accattivante l’alchimia generale del testo.
Posso parlare delle emozioni però, dei personaggi a cui mi sono affezionata di più, e sperare che in qualche modo, stimoli ad avvicinarsi a questo piccolo esempio di buon romanzo.

Pietro. Pietro è un ragazzo di dodici anni. È quella parte di te che è incapace di reagire nel modo giusto, nelle varie situazioni. Ad ogni pagina del libro, vorresti poter intervenire e dirgli NO, NON COSI’, TI PREGO! TI FREGHI DA SOLO! E invece sei di fatto dietro ad un vetro e lui non sente quello che tu gli stai gridando per impedirgli di sbagliare. È l’innocenza, che vorresti tenere al riparo dall’ingiustizia e dall’arroganza. È la possibilità di credere che ci sia scampo anche laddove il destino sembra segnato sin dall’inizio. Che le colpe degli altri non contaminino il cammino di chi non ha responsabilità. La speranza che ci sia sempre il modo di uscire fuori dalla desolazione e dall’infelicità, prendendo, con coraggio, il proprio destino fra le mani. Giocandosi tutto.

Graziano. Graziano Biglia è facile da immaginarsi, vederlo, mentre scorri a raffica le pagine in cui si scontra con l’evento culmine della sua vita, quello che lo renderà vittima e carnefice di un destino, che avrebbe potuto cambiar di rotta.

Ammaniti lo vuole un "Sandy Marton dopo la Parigi-Dakar", un misto fra Fabio Testi e Kabir Bedi ma a quante altre tipologie di persone vere potrebbe assomigliare? Mi vengono in mente molti dei belloni anni 70, ispirati a questo o a quel personaggio del cinema o del mondo musicale, che oggi arrancano a mantenere intatto quell’identico stile di vita, come se il tempo trascorso non lo avesse minimamente intaccato. E più ne rimangono fedeli, più sembrano ridicoli.

Graziano no, fa quasi tenerezza, anche quando Ammaniti gli fa dire che spacciare non è un male: dipende da come lo fai! Lo vedi così convinto delle proprie convinzioni da farti apparire assolutamente ingiuste le situazioni grottesche in cui riesce a ficcarsi.

È l’albatros portato dalle correnti, correnti positive, che controlla con un leggero battito d’ala.
Lo vorresti immune dal potere del fascino di Erica Trettel, perché lo intravedi nefasto. Eppure commuove immaginarsi un uomo massiccio farsi di burro alle fallaci parole di una donna incapace d’amare che se stessa ma che non vuol perdere la gallina dalle uova d’oro, colui che le rende comoda la vita, che la fa sentire sicura e protetta.

Ma per quel Graziano Biglia che è in ognuno di noi, occorre sempre un’Erica Trettel che ci conduca fino alle Colonne d’Ercole, nel bene e nel male. Altrimenti come sarebbe possibile arrivare a conoscere le sciocchezze a cui siamo disposti, non per amore, ma per ottusità ed ostinazione?
Graziano Biglia ha avuto molte donne, abbordate grazie ad un fascino tra il latin lover e l’hippy consumato. Ha vinto persino la Coppa Trumbador!
Graziano Biglia, ringraziando il cielo, non è tutto quel che sembra.

Flora. Il personaggio che ho amato di più. Sarà perché son donna anch’io, sarà perché un nome così fa pensare a qualcuno che ha bisogno di un’occasione per sbocciare davvero.
Procace, castiga la sua avvenenza in abiti rigorosi.
Vitale e dolce ma solo fra le mura domestiche, ad accudire la madre che potrebbe essere una pianta ma che è motivo della sua stessa esistenza.

Flora è un bellissimo fiore tropicale che non può schiudersi perché in Siberia. La immagino imponente ed appuntita come Silvia Cohen e spero, ad ogni pagina, che qualcuno o qualcosa le imponga la vita, di accorgersi di sé.

E infatti succede.
La sua ingenuità e la curiosità d’amare combattono, ogni momento, l’incontro con Graziano. La paura di lasciarsi andare si scontra con la sana voglia di vita, in un duello senza fine.
Flora, però, come Pietro, non sa combattere e, una volta tanto, è una battaglia felicemente persa.
Nel percorrere con lei la strada che la porta a diventare una donna che vive pienamente la propria essenza di femmina, ci si sente inteneriti e le si dà coraggio, specialmente quando dubbi e paura si impongono. Poi, però, ci si affida a Graziano che, per quanto tronfio di psuedoverità e luoghi comuni, si rivela l’uomo giusto, al momento giusto. Almeno per un po’.

Per ognuno di questi ed altri personaggi, vorresti poter frenare l’azione diabolica di un destino di cui sono protagonisti passivi. Vorresti beneficiarli della tua esperienza per conceder loro un’altra opportunità. Vorresti renderli capaci di farli reagire e ribellarsi allo schifo cui si trovano di fronte.

In alcuni momenti, tanto accanimento del fato mi ha fatto pensare a Dolls di Takeshi Kitano, l’Inferno in un’ipotetica trilogia dantesca, dove questo romanzo sarebbe il Purgatorio e l’ultimo film di Soldini, il Paradiso.
Ogni avvenimento viene esaminato dal punto di vista di tutti i personaggi. Ad un certo punto si procede a staffetta e i fatti si susseguono narrati via via dall’uno o dall’altro. E tutti ti riportano all’inizio del libro. Che non è l’origine dell’intreccio.

Arriva un momento, in cui il precipitare degli eventi ti rende evidente come il destino non sia affatto frutto di un’entità superiore che manipola e dirige ma della stupidità dell’agire umano capace, da sola, di rovinare anche quel poco di bello che per un momento si affaccia alla porta e che potrebbe portar via dal grigiore e dalla meschinità.

Quando il libro finisce, rimani con un sorriso in bocca. Amaro.
Sei inerme e ti dispiace non aver potuto, alla fine, fare nulla per i personaggi che hai amato.
Speri almeno di poter far qualcosa per te. Grazie a loro.

Tanto è stato il coinvolgimento, che ho avuto voglia di fare una sorpresa all’amica che mi ha segnalato il libro, portandola, durante il suo soggiorno in Toscana, proprio nei luoghi del romanzo.

A Saturnia avremmo potuto fare un bagno fra i vapori solfurei, immaginandovi anche Flora e Graziano Biglia, per sorridere con loro e stamparsi nella mente che sciupare una bellissima storia è anche questione di un attimo. A Ischiano Scalo avremmo cercato quella mediocrità che ha ispirato Ammaniti e avremmo potuto guardarla negli occhi, per riconoscerla ed evitarla.

Ci crederete? Armata di mappe, cartacee e non, ho rintracciato tutti i luoghi eccetto Ischiano Scalo. Immagino che Ammaniti sia stato politically correct e abbia reso realistica la località principale, avvalendosi di un’ambientazione di contorno reale. Altrimenti qualcuno mi indichi dove si trova questo posto, che l’Aurelia, da quelle parti è alquanto pericolosa!!!

Moira Bruni, poeta, scrittrice, lettrice d’arte e di cinema. Vive e lavora a Lamporeccio, Pistoia.


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30.07.2017