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Come tradurre

Intorno a Joyce

Luigi Schenoni

In conclusione, mi sembra che nella maggior parte dei casi, anche quando Joyce rende le parole pregne di altri significati, questi siano comprensibili e colmi di un forte fascino.

(1.06.2004)

Il titolo di questo intervento, che non sarà esclusivamente intorno a Joyce ma soprattutto intorno alla sua ultima opera, Finnegans Wake, e al sottoscritto, mi sembra estremamente appropriato se si pensa alla sua struttura, non incompleta, come è stato affermato, ma circolare, in cui l’ultima frase, "A way a lone a last a loved a long the" (Solitaria lontana lenta languida lungh’il) continua nella prima, "riverrun, past Eve and Adam, from swerve of shore to bend of bay, brings us by a commodius vicus of recirculation back to Howth Castle and Environs" (fluidofiume, passato Eva ed Adamo, da spiaggia sinuosa a baia biancheggiante, ci conduce con un più commodo vicus di ricircolo di nuovo a Howth Castle Edintorni).

HCE è la sigla ripetuta infinite volte in altro ordine e con altri nomi del protagonista maschile, l’oste di Dublino, così come ALP designa la moglie. "Vicus", in latino villaggio, è un chiaro riferimento a Giambattista Vico, il filosofo dei corsi e ricorsi, delle quattro età dell’uomo, infanzia, giovinezza, maturità, vecchiaia, il cui ciclo si ripete come si ripete quello di Finnegans Wake nei suoi quattro libri.

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Hiko Yoshitaka, "Antropogenesi", 2003, olio su tela, cm 35 x 45

La trama dell’opera, a livello del reale, è estremamente semplice: narra di una giornata della famiglia di HCE, dalle sei del pomeriggio alle sei del mattino dopo, un arco di tempo ancora più breve di quello dell’Ulisse, che si svolge in circa sedici ore, dalle otto del mattino alla mezzanotte.Però essa non inizia subito dal primo libro (i primi due volumi pubblicati da Mondadori), che è una specie di presentazione dei personaggi a livello universale, ma dal secondo, i cui primi due capitoli sono apparsi, sempre da Mondadori, circa due mesi fa.

Il primo capitolo racconta di una pantomima recitata per le strade di Dublino dai due figli, gemelli, e dalla figlia dell’oste e di sua moglie (Humphrey Chimpden Earwicker e Anna Livia Plurabelle), per la precisione Shem e Shaun (James e John in irlandese), che nella pantomima si chiamano Glugg e Chuff, e Issy, diminutivo di Izod o Isolde (in italiano Isotta), come la protagonista del Tristano, sia quello wagneriano sia quello di Thomas Malory (La storia di re Artù e dei suoi cavalieri), insieme a sette amiche di Issy, che rappresentano i sette colori dell’arcobaleno (non so se ai tempi di Joyce era già considerato simbolo di pace, penso di sì, ma se non era così questa è un’altra anticipazione dello scrittore dublinese) e moltiplicate per quattro rappresentano i giorni di febbraio negli anni normali; con l’aggiunta di Issy diventano ventinove come nel febbraio degli anni bisestili, quale fu il 1904, anno in cui si svolge l’Ulisse ed è questo 2004 in cui si celebra con numerose manifestazioni, a Dublino e altrove, per esempio a Trieste, il centenario non della pubblicazione ma del giorno in cui si svolge il romanzo, il sedici giugno del 1904.

Alla fine della pantomima, nel secondo capitolo, ritroviamo i tre figli che studiano, e questo ha una forma davvero speciale, che è stata in seguito imitata, a quanto mi risulta, da alcuni scrittori sudamericani. Accanto e sotto al testo centrale, che rappresenta il libro di studio, sono riportati i commenti dei tre ragazzi.

Poi HCE intrattiene i clienti della taverna, dodici come gli apostoli e le ore della giornata, e qui vi è una grossa anticipazione di Joyce: la BBC, prima al mondo, aveva cominciato da poco le trasmissioni televisive, e nella trama a livello reale del capitolo lui inserisce un programma televisivo, su come, durante la guerra di Crimea, a metà degli anni 1850, un soldato irlandese spari a un generale russo perché si era pulito con la torba, che nel suo paese è sacra.

Quando arriva l’ora della chiusura HCE scola gli avanzi rimasti nei bicchieri e nelle bottiglie e cade a terra addormentato. E qui è l’unico capitolo in cui sogna (molti hanno pensato che Finnegans Wake sia tutto un sogno, ma non è così): precisamente di essere sulla barca in cui Tristano conduce Isotta da re Marco di Cornovaglia, e assiste al loro amplesso insieme ai quattro evangelisti, che rappresentano anche le quattro province dell’Irlanda.
Poi HCE si riprende, sale dalla moglie in camera da letto, fa l’amore con lei e si addormenta, per essere quindi svegliato il mattino dalle grida di uno dei figli. Scende allora per assicurarsi che non sia successo niente di male, e in quel momento spunta il nuovo giorno.

Ma come l’Ulisse si conclude con i pensieri di Molly Bloom prima di addormentarsi, con una affermazione estremamente positiva, "and yes I said yes I will Yes" (e sì dissi sì voglio Sì), anche in Finnegans Wake le ultime parole sono affidate ad Anna Livia, personificazione del fiume, che, appunto come la Liffey, nell’ultima frase dell’opera che ho citato prima, sfocia nel mare, il vecchio padre, per fondersi in lui e continuare al tempo stesso il suo corso (nell’originale riverrun (letteralmente corso del fiume).

Questa semplicissima trama è inserita in un contesto in cui, mascherata nelle trasformazioni della lingua inglese, vi è la storia di tutte le civiltà della terra, cinese, giapponese, indiana, malese, araba, israeliana, greca, romana, eccetera eccetera, con almeno una cinquantina di lingue diverse.

Non solo per questa ragione Joyce è stato davvero un grande precursore dei tempi: a pagina 070 riga 01 si trovano le parole "from Osterich, the U.S.E." Osterich richiama senza dubbio l’Austria, in austriaco Österreich, e anche la parola italiana osteria (non dimentichiamo che il protagonista maschile del libro è proprio un oste). La sigla U.S.E. si può interpretare come "United States of Europe" (Stati Uniti d’Europa, come si può auspicare che avvenga in realtà dopo l’estensione di due settimane fa) e perché no, anche "United States of the Earth" (Stati Uniti della Terra).

Ma basta parlare di Joyce e di Finnegans Wake, se permettete parlerò un poco della mia vita, per cercare di spiegare come i suoi vari filoni convergano tutti verso quest’opera, aiutando a capire, spero, le ragioni che mi hanno spinto ad affrontarne la ri/creazione, che ho iniziato verso la metà del 1974.

Non crediate che la chiami in questo modo per superbia, ma Stephen Joyce, il nipote di James, figlio di Giorgio Joyce, ha espressamente proibito di chiamare traduzione qualsiasi rifacimento in altra lingua di Finnegans Wake, e io, cercando un altro termine, ho trovato questo che significa sì rifacimento, ma nei miei ricordi di infanzia e di adolescenza richiama l’intervallo tra il primo e il secondo ciclo di lezioni, in cui si faceva magari una bella merendina, e di questo lavoro, che prima di completarlo Joyce chiamava appunto lavoro in corso, in effetti mi nutro, non solo, ma mi diverto veramente molto portandolo avanti, spero fino alla conclusione.

Alle spalle di questa decisione sta tutta una serie di ricordi che iniziano nella prima infanzia, a poco più di quattro anni, quando insistetti per imparare a leggere prima del tempo e i miei mi regalarono "Giocando imparo", costituito da un certo numero di tessere di legno con le lettere dell’alfabeto, che si collocavano su una specie di lavagna fornita di righelli. Io cercavo di ricreare le parole che vedevo stampate su libri e giornali, ma non sempre ci riuscivo, e spesso commettevo qualche errore che però, affermavano i miei, facevano sembrare quelle parole inventate da me, con un significato misterioso.

Un altro ricordo di quel periodo, fine anni Trenta, primi anni Quaranta, sono i discorsi che ad altissima voce tenevano alla radio Mussolini e Hitler; io cercavo di fare come loro, salendo su una sedia e gridando a più non posso, imitando i suoni della lingua tedesca.

Forse fu allora il momento in cui decisi, senza rendermene conto, che mi sarei laureato in lingue e letterature straniere. Così alla fine del liceo classico mi iscrissi alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università Bocconi di Milano (allora esisteva, da parecchi anni l’hanno soppressa) e mi laureai nel 1959.

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Pagina di "Finnegans Wake"

Ma la mia lingua principale non fu il tedesco, bensì l’inglese, e la mia tesi trattò di un poeta americano, Hart Crane, non di Joyce, anche se fu allora che cominciai ad accostarmi all’Ulisse, non ancora apparso in italiano (la prima edizione della Medusa mondadoriana è del 1960) e a Finnegans Wake, che tutti consideravano un’opera assolutamente incomprensibile e intraducibile.

La mia curiosità fu stuzzicata già da allora e quando riuscii ad avere fra le mani una copia dell’originale cominciai a sondarlo qua e là chiedendomi se fosse davvero impossibile trasportarlo in un’altra lingua mantenendone le caratteristiche.

Dopo la laurea dovetti cercare lavoro, e non mi sentivo portato all’insegnamento. Mi assunse un’azienda metalmeccanica della mia città, Bologna, come corrispondente in lingue estere, e iniziai un’esperienza nuova, pur continuando a coltivare il mio interesse per la letteratura.

Nella mia qualità di traduttore tecnico-commerciale ebbi modo di abituarmi alla precisione assoluta dei termini, perché in quel campo è assolutamente indispensabile adoperare per ogni parte di macchinario e per ogni istruzione dei manuali di funzionamento e manutenzione il termine esatto, il verbo preciso.

Poi, dopo una quindicina d’anni, verso il 1974, presi la decisione di provare a iniziare la trasposizione di Finnegans Wake, e cominciai a cimentarmi inviando qualche campione a una rivista americana, il "James Joyce Quarterly", che pubblicò un brano nell’autunno dello stesso anno e fu poi seguita da alcuni periodici italiani, tra cui le riviste letterarie "Paragone" e "Carte segrete".

Nel 1981 mi licenziai dall’industria bolognese e nel 1982, centenario della nascita di Joyce, comparve il primo volume della traduzione, i capitoli I-IV del primo libro.

Ovviamente non ero in grado di sopravvivere senza lavoro, e dopo qualche anno di traduzioni tecnico-commerciali come libero professionista iniziai a tradurre romanzi per le case editrici italiane. Nell’arco di circa 18 anni tradussi una cinquantina di volumi per alcuni dei più importanti editori italiani, tra i quali libri di John Updike, John Ford, Charles Bukowski, Robert Coover, Ann Tyler, Will Self e Thomas Stearns Eliot, cioè una nuova traduzione del dramma L’anziano statista e Conoscenza ed esperienza nella filosofia di F. H. Bradley, la sua tesi di laurea.

Nel poco tempo che mi lasciava libero l’attività di traduttore editoriale continuavo il lavoro sugli altri quattro capitoli del primo libro di Finnegans Wake, ma per varie ragioni questi non apparvero che nel 2001. Ora in questo anno 2004 è uscito il terzo volume, che comprende i primi due capitoli del Libro secondo.

Attualmente sono al lavoro su glossario e ricreazione dei capitoli terzo e quarto dello stesso libro, che spero possano essere pubblicati nel 2005 o 2006, e mi auguro di poter arrivare a quelle parole che non sono una fine ma un nuovo principio possibilmente nel 2009 o al massimo nel 2014, anni importanti per i joyciani, in quanto settantesimo anniversario della pubblicazione di Finnegans Wake il primo, centesimo anniversario della pubblicazione di Gente di Dublino e settantacinquesimo anniversario dell’apparizione di Finnegans Wake il secondo.

Ora vorrei accennare brevemente ai criteri che ho seguito per la merenda, limitandomi per ragioni di tempo a un paio di esempi.

Da pagina 247.35 a pagina 248.02 (è invalso l’uso di citare sempre sia la pagina sia la riga), si trova l’elenco seguente: "apple, bacchante, custard, dove, eskimo, feldgrau, hematite, isingglass, jet, kipper, lucile, mimosa, nut, oysterette, prune, quasimodo, royal, sago, tango, umber, vanilla, wisteria, xray, yesplease, zaza, philomel, theerose".

Sono le ventisei lettere dell’alfabeto inglese, nell’ordine esatto (la f e la g sono entrambe inserite nella parola tedesca feldgrau, grigioverde, lett. grigio campo), più due per mantenere un totale di ventotto elementi.
La mia traduzione ha cercato, anche con l’inserzione di qualche cambiamento, di mantenere la sequenza dell’alfabeto: "appiola, baccante, crema, dalia, eschimese, feldgrau, hematite, ittiocolla, jaietto, kipper, lucilia, mimosa, ostricchetta, prugna, quasimodo, reale, sagù, tango, umber, vaniglia, wistaria, xraggi, yesprego, zaza, philomela, theerose".

Appiola è un tipo di mela (la parola assomiglia molto all’inglese apple), custard significa crema e anche un tipo di mela, custard apple, anoma o cuor di bue, ma non mi è sembrato opportuno inserirlo, kipper significa aringa o salmone affumicato, e ho lasciato questo termine per non perdere la k, poco usata in italiano. Lucilia è un dìttero color verde che depone le uova su sostanze in decomposizione e feci, con quasimodo si intende la domenica in Albis, perché l’introito della messa in questa occasione inizia appunto con le parole quasi modo geniti infantes, quasi al modo di bambini appena nati (Quasimodo ha pubblicato il primo volume di versi, Ed è subito sera, nel 1942, un anno circa dopo la morte di Joyce). Umber è la terra d’ombra, ma è anche un pesce, il temolo, wistaria è un altro nome del glicine, e zaza si riferisce a mio parere al titolo dell’opera di Leoncavallo Zazà, la cui prima fu eseguita a Milano nel 1901, ottenendo maggiore successo della Bohème dello stesso compositore, la quale fu surclassata dall’omonima opera di Puccini, come afferma l’Encyclopaedia Britannica della quale Joyce possedeva l’edizione del 1911.

Il secondo esempio è un insieme di ventiquattro parole che iniziano per l, unite dai nessi indispensabili, con una sola eccezione, una parola che inizia per r; si trova a pag. 250.19-22: "Lel lols for libelman libling his lore. Lolo Lolo liebermann you loved to be leaving Libnius. Lift your right to your Liber Lord. Link your left to your lass of liberty. Lala Lala, Leapermann, your lep’s but a loop to lee".

Forse vale la pena di notare che la traduzione francese di Finnegans Wake, pubblicata da Gallimard proprio nel 1982, l’ha bellamente ignorata. Potrebbe darsi che l’abbiano inserita in edizioni successive.

Anche qui ho cercato di mantenere la serie di parole che iniziano per l, ma avrei dovuto forse passare alla s, dato che right significa destra e left sinistra. Comunque il risultato a cui sono giunto è il seguente: "Lelle l’indica ’n libellatore che lieblineggia il suo lore. Lolo Lolo liebermann lambivi di lasciare Libnius. Liscia la destra al tuo Liber Lord. Linka la leftmanca alla tua ’lzella di libertà. Lala lala, Lanciamann, il tuo leppo non è che un laccio lottovento".
Qui ho apportato più cambiamenti, ma ho seguito lo stesso concetto generale, cioè mutare anche qualche significato pur di mantenere il ritmo e l’allitterazione. Ho inserito lambivi intendendo trasferire il significato di amare (ambivi, loved) e anche richiamare il lambire del fiume, molto importante in tutto Finnegans Wake; a left ho aggiunto manca, che è la parte sinistra del corpo e anche voce del verbo mancare (del resto anche in inglese significa sinistra e lasciato), la ’lzella è la Statua della Libertà di New York (Pulzella); leppo è un termine obsoleto, usato anche da Dante nel canto XXX dell’Inferno, in lottovento si dovrebbe vedere sottovento, in inglese lee, e anche il lotto, che è un gioco, come è, a mio parere, Finnegans Wake.

Se posso fare un ultimo esempio vorrei citare le parole a pagina 226.31-32, "R is Rubretta and A is arancia, Y is for Ylla and N for greeneriN. B is Boyblue with odalisque O while W waters the fleurettes of novembrance". (La R è rubretta e la A è arancia, Y sta per Yalla ed N per verzuraN. La B è Bimboblu con la O di odalisca mentre W wannaffia le fleurettes di novembranza).
Le iniziali formano la parola inglese rainbow, arcobaleno, guarda caso di sette lettere, e io non me la sono sentita di cambiarla, per i molti significati che ha, nel libro e altrove.
In conclusione, mi sembra che nella maggior parte dei casi, anche quando Joyce rende le parole pregne di altri significati, questi siano comprensibili e colmi di un forte fascino; nelle ultime parole dell’ultimo esempio, fleurettes of novembrance, sono uniti molto bene, molto dolcemente, la stagione invernale e il ricordo di coloro che ci hanno lasciati; si potrebbe quasi supporre che componendo questa frase Joyce avesse in mente il finale dell’ultimo racconto di Gente di Dublino, "I morti", da cui John Huston ha tratto nel 1987 un magnifico film.

Testo dell’ incontro con Luigi Schenoni alla
BIBLIOTECA MARISA MUSU

di ROSIGNANO SOLVAY

14 MAGGIO 2004

Di Luigi Schenoni è uscito il terzo volume della sua traduzione di Finnegans Wake di James Joyce, negli Oscar Mondadori.


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