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A proposito di Jacques Derrida, "États d’âme de la psychanalyse"

Non c’è più crudeltà

Fiorella Marini

Del resto la questione ha due versanti, a partire dall’elaborazione di Freud. Dal totem e dal tabù procedono due animali, l’animale del totem e l’animale del tabù. E comportano il divenire uomo e il divenire donna.
Del resto, fino a che i filosofi si atterranno al postulato dell’uomo come animale razionale, le donne saranno sempre accusate di irrazionalità.

(5.06.2005)

Jacques Derrida analizza in États d’âme de la psychanalyse (Galilée, 2000, pp. 90, € 19,06) la crudeltà, leggendo ciò che Freud ha elaborato in proposito.

Derrida parla di "pulsione di crudeltà". E non è il caso di riscontrare realisticamente questo termine nel testo di Freud. Non è nei termini di una archelogia o di una decostruzione del testo che si legge, salvo trovare come originale la copia dei propri pensieri.

La pulsione di morte non è la pulsione di uccidere, così come la pulsione di distruzione non è la pulsione di distruggere.

Tutti gli uomini uccidono, stuprano, rubano? La pulsione di tutti, la pulsione gregaria, la pulsione che in guerra trasforma il più innocente dei ragazzi in assassino e violentatore, la pulsione che se esistesse assolverebbe ogni uomo non esiste.

A questo proposito Freud è chiarissimo: la pulsione gregaria non esiste. È anche la sua obiezione a Jung. Non c’è pulsione collettiva. In fondo al buco dell’inconscio non c’è archetipo collettivo, neanche del padre, della madre e del figlio.

Hiko Yoshitaka, "Nudo gordiano", 2002, pastelli a olio su tela, cm 23x30

La pulsione gregaria, il cui etimo rimanda a quello di gregge, sarebbe quella del branco, che è sovrainvestita dal cinema nord-americano e recentemente da quello russo. Se questa pulsione esistesse, l’uomo sarebbe psicotico. Nato per uccidere, nato per stuprare. Condannato all’Edipo senza complessi.

Questa credenza nell’inconscio collettivo e nella "pulsion du mal par le mal" (le mâle?), arriva a noi in versione sapiente proprio la filia della sapienza greca e il suo postulato della nobile menzogna del tiranno, affinché ciascuno stia al suo posto: la donna a casa, l’uomo a caccia e il re sul trono, con le mani sulla circolazione delle donne e sui prodotti della caccia.

Non è proprio un caso se per Jacques Derrida è questione "de savoir si la psychanalyse est ou non, de part en part, une anthropologie". Perché se la psicanalisi fosse una uomologia verrebbe spazzato via il testo di Freud, che nasce per l’appunto non accettando i vari discorsi sull’uomo della sua epoca.

E guarda caso, l’analisi della crudeltà e tutta la presunta attenzione al testo di Freud comporta il cannibalismo, ossia di divorarsi cruda la sua opera, senza nessuna digestione intellettuale.

Che la psicanalisi, o altra cosa, sia o meno un’antropologia è una questione che riguarda l’ideologia francese, come per esempio riguarda l’ideologia inglese sapere se Shakespeare sia l’autore dei drammi di Shakespeare.

Se la scienza dell’essere (che basta scrivere con la maiuscola per ritrovarsi con il colmo della pulsione di sapere gregario: la scienza di dio) è un’antropologia, la Francia con i suoi diritti dell’uomo sarebbe l’ombelico del mondo, e l’illuminismo, il regicidio e la ghigliottina farebbero impallidire l’attività del terzetto femminile, quello delle Parche, per non intendere.

"Peut-on penser cette chose apparemment impossible, mais autrement impossible, à savoir un au-delà de la pulsion de mort ou de maîtrise souveraine, donc l’au-delà d’une cruauté, un au-delà qui n’aurait rien à voir ni avec les pulsions ni avec les principes?"

L’altro nome dell’aldilà delle pulsioni, dato che si tratta di un’invenzione freudiana, comporta la negazione del testo di Freud. Ma non è solo questa crudeltà verso Freud a trovarsi in gioco.

La questione è che l’aldilà della pulsione di crudeltà appartiene al sistema della crudeltà, alla crudeltà animale, senza neanche più la questione posta dalla pessima formulazione di Aristotele, quella di animale politico.

Qual è lo specifico del decostruzionismo? L’originale sarebbe stato ricoperto da copie e copie e occorrerebbe quindi decostruire le copie per ritrovare l’origine?

Occorre strappare anche il settimo velo di Maia per ritrovare la nuda verità? Che fare del nudo di donna, che è continente nero in Freud e buco nero in Lacan?

Lo strappo del velo non è il modo di scrivere sul corpo della donna, ossia di violentarlo anche e soprattutto in effige?

Come non chiedersi: come mai il filosofo edito persino dalle Éditions des femmes, e che sembra voler uscire dal cerchio della crudeltà, risulta nel suo discorso "crudele", indipendentemente dal fatto che si tratti di una persona degnissima?

Perché l’aldilà è sempre un aldiqua, e viceversa, come nella striscia di Möbius, o nell’anello, insomma nella sfera bucata. Anche l’aldilà dell’aldilà. E l’aldilà dell’aldilà dell’aldilà...

Si tratta dell’infinito potenziale, sempre quello di Aristotele e delle sue copie. Per non cogliere la portata del transfinito. Che le cose non finiscono più, che il tempo è lo squarcio nella tenda, è il taglio senza più soggetto.

Solo così si dissipa la mitologia delle Parche, che non è una specialità femminile e nemmeno maschile, ma un corollario del discorso della morte che viene formalizzato da Aristotele quando la Grecia aspirava all’unità e all’impero, realizzato poi - non a caso - da Alessandro, allievo di Aristotele.

Il filo è del tempo e non più delle Parche.

Le parole che Jacques Derrida interroga in questo testo, letto nel corso degli "Stati generali della psicanalisi", sono: crudeltà, sovranità, resistenza. E li chiama anche oscuri concetti, forse per illuminarli.

La crudeltà è la santificazione del sangue comune, che segue all’uccisione del padre, per il possesso delle donne e dei beni, lasciando "interdetta" una sola, la madre.
La sovranità è il fantasma di fantasma, il fantasma di controllo e di padronanza della morte.

È anche la fantasia che l’alto controlli il basso, ossia che la società sia un sistema di alto e basso. È la fantasia di liberazione dal padre: è la fantasia stessa di omicidio, che implica come sua altra faccia il suicidio. Sarebbe, se esistesse, la pulsione fratricida, poiché si tratterebbe del fratello che uccide il padre in quanto fratello.

La resistenza è una funzione della parola, e non è funzione umana soggettiva. Non è resistenza all’Altro, rappresentato - per esempio nell’ideologia dell’ex impero francese - proprio nell’impero americano. Come se il basso resistesse all’alto.

La sovranità, la crudeltà e la resistenza umana sono aspetti della passione gregaria. E non c’è aldilà di questa passione se non come modo di riprodurre la stessa passione, lo stesso pathos, la stessa malattia. Infatti molto spesso queste fantasie sono trattate come malattie mentali.

L’originario non è da ricercare nelle ultime gocce di sangue (sempre il crudo e lo sbiancamento del sangue per cancellarne la traccia) di Gesù, contenute nel sacro graal. Nelle mitologie di ricerca dell’origine non c’è traccia dell’originario.
L’originario è nell’atto, è nella vita di ciascuno, uomo o donna, ricco o povero, bello o brutto, intelligente o idiota. Ironia il due e le sue figure. Un idiota? È intelligente! Un intelligente? È idiota!

La psicanalisi sull’essenziale della crudeltà e della sovranità, secondo Derrida, "n’a encore à peu près rien dit, à peu près rien eu à dire d’original". E anche se avesse detto qualcosa di originale sarebbe la copia di qualcos’altro di già detto. Sarà originale Jacques Derrida nel riproporre la zuppa heideggeriana, piccola variante del brodo aristotelico.

È l’originario nell’atto di lettura che pone in condizione di leggere Freud e di accorgersi di quanto ci sia nel suo testo. In particolare in Totem e tabù ci sono gli elementi per elaborare ulteriormente la crudeltà, che è la modalità stessa del pasto totemico.

Freud non ha elaborato la sovranità? E l’elaborazione della struttura dell’esercito e della struttura della chiesa? La sovranità sulla realtà in confezione non è la nevrosi? La sovranità come principio del fare non è la psicotizzazione? Per esempio, nell’autismo il presunto soggetto non è il sovrano della fortezza vuota? Eccetera.

Anche la proposta di Derrida della "mutation au sujet du sujet" propone sempre il soggetto, il gettato sotto, lo schiavo della caverna platonica che solo il filosofo sa liberare. Il soggetto è un’altra particolarità dell’ideologia francese. Nasce con Cartesio. Non c’era prima.

"Un nouveau discours sur la guerre est nécessaire", scrive Derrida. Ma proprio no. Il discorso è della guerra, da Platone a Clausewitz. E il suo "soggetto" non può che "essere per la morte".

Occorre la guerra senza più discorso: la guerra intellettuale, anche per non soccombere alla tentazione facile della crudeltà, della sovranità e della resistenza all’Altro quale modalità eminente per sbiancare la crudeltà e per proporsi come il minimo comune ultimo tiranno, l’alter-ego del paladino dell’aldilà della crudeltà e della sovranità.

La guerra mondiale e il dopoguerra mondiale, e la sua frangia di iperguerra al terrorismo internazionale si fondano sempre sul ricordo dell’impero romano. È la sovranità come post-sovranità.

Non si tratta dell’aldilà della pulsione di morte e nemmeno della passione di crudeltà, di aggressione, di distruzione e quant’altro, che giustificherebbe l’affermazione di Derrida: "il y a seulement de différences de cruauté". La questione è teorematica, occorre giungere per questa via al "non c’è più crudeltà", e non perché è stata superata, perché è finita, perché si è infine trovato il suo mitico aldilà. Non c’è più crudeltà perché non è mai esistita se non come tentativo impossibile di realizzarla.

Non c’è proprio nessuna pulsione di potere, di sapere, di volere, di dovere. Questi verbi sono costitutivi del teatrino del soggetto, del clown. Chi ritiene di potere o non potere fare, di volere o non volere fare, di sapere o non sapere fare, di dovere o non dovere fare, è già spacciato, ossi ha abboccato al sistema della crudeltà, per quanto poi pensi a uscire per via diretta o indiretta dal cerchio forgiato con le proprie mani.

Per Jacques Derrida l’altra vita è "une vie autre que celle de l’économie du possible, une vie im-possible, une sur-vie". In ogni caso senza contingenza, senza catacresi, senza abduzione, senza il fare. La sopravvivenza è la vita sopra la vita, è la vita di copertura. E la copertura è la morte senza pulsione. Celebre artificio della filosofia, alibi dell’alibi.

"Une pensée de la vie est possible". Salvo che pensare la vita non è ancora la vita come logica e come politica, come progetto e come programma di vita. Certamente il pensiero opera alla scrittura dell’esperienza di vita, ma la vita rimane impensabile. Non c’è gnosi della vita, sebbene sia il sogno anche dell’odierna genetica, che vorrebbe soppiantare la donna e anche dio.

Il sistema di possibile e impossibile è quello della crudeltà, della sotto-vita e della sopra-vita che corrono parallelamente alla vita autentica senza mai incontrarla, nemmeno dopo aver sbiancato l’ultima goccia di sangue del massacro degli umani.

L’evento e l’avvenimento poggiano sul tempo, nel terreno del fare. Senza il fare l’evento resta ontologico e l’altro, per l’appunto nel suo evento inanticipabile e senza orizzonte, può presentarsi con strani baffi. E Heidegger, al quale Derrida ha dichiarato di dovere tutto, non ha capito che si trattava sempre dello stesso pelo della bestia, dell’animale politico. Il crudele.

Quanto alla "immense et redoutable question, à mes yeux ouverte, de l’animalité en général", la sua lettura richiede l’elaborazione dello statuto dell’animale, senza più attinenza alla fantasmatica dell’animale totemico, che secondo Freud è il sostituto del padre messo a morte. Del resto la questione ha due versanti, a partire dall’elaborazione di Freud, dal totem e dal tabù procedono due animali, l’animale del totem e l’animale del tabù. E comportano il divenire uomo e il divenire donna.

L’animale totemico diviene inanimato, tendente al ligneo o al marmoreo e talvolta al bronzo (caricatura del padre morto), e l’animale tabuico diviene inanimato, tendente alla pantera profumata o alla bambola gonfiabile (caricatura della madre non vergine).

Questo è il ciclo fantasmatico del divenire crudeli, anche animati dalla volontà di bene.
Del resto, fino a che i filosofi si atterranno al postulato dell’uomo come animale razionale, le donne saranno sempre accusate di irrazionalità.

Fiorella Marini, nata nel 1962 a Siena, è poeta, lettrice d’arte. Dal 1993, quando era residente a Parigi, ha avviato una lettura inedita degli scritti di Armando Verdiglione. Risiede a Buenos Aires dal 1996.

Prima pubblicazione: 1 febbraio 2002


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