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A proposito del libro "La libertà, la finanza, la comunicazione"

Carlo Sini. L’altra filosofia

Giancarlo Calciolari

Quello di Carlo Sini è un elogio della difficoltà, a proposito del suo libro dice: "Ecco, questi sono alcuni nostri difficili problemi" (242). E il viaggio intellettuale poggia sulla tranquillità. La nave della parola non affonda, non oscilla, la sua navigazione è costante, nonostante la tempesta, nonostante chi paventa il diluvio.

(8.12.2002)

Carlo Sini esplora nel suo libro , La libertà, la finanza, la comunicazione(Spirali, 2001, pp. 242, € 24,79) la genealogia del potere e la genealogia del desiderio, che si trovano nel mito di Europa e il toro, Pasifae e il toro, la bella e la bestia. La bellezza irrazionale e il razionale animale. Il sistema animale. Il toro incorna Europa e Europa seduce il toro. Il paganesino come totemismo e tabuismo.

"Il mito nel suo cuore è un racconto degli amplessi ancestrali. Ed è così che il mito e la sua celebrazione poetica fondano le genealogie di sangue come origine del potere politico arcaico". E ancora: "La poesia greca è il mito, essa è anzitutto il racconto delle genealogie degli dei e degli eroi" (165). Genealogia animale impossibile.

Bestiario. Solo vedendo la morte l’animale umano si concepisce a partire dal desiderio della vita eterna, quello della mummia. La promessa della vita eterna ci assegna alla morte. L’altra faccia del bestiario è il cimitero universale.

Hiko Yoshitaka, "Algoritmo di Alessandro", olio su cartoncino, cm 24 x 30

Sini legge la Repubblica di Platone come scena primaria della politica occidentale. Le ideologie politiche moderne trovano il loro statuto nei miti del testo di Platone. E questo può leggersi oggi, dopo l’avventura della lettura della Bibbia da parte di Spinoza, senza più credenza nei canoni interpretativi.

Solo chi crede nella lettura canonica può leggere la maggior parte dei libri che circolano e che sembrano libri, ma non lo sono (57). L’alternativa tra lettura sacra e lettura profana è convenzionale. Si tratta della lettura intellettuale. Senza più naturalismo, poiche il naturale è un concetto retroflesso a partire dal culturale (86).

Per Sini, certamente: "Quando si studiano i greci, si scopre che in moltissimi casi i moderni sono soltanto loro allievi" (136). Come legge La Repubblica di Platone? Trasimaco, alias Hobbes; Polemarco, alias Schmitt; Glaucone, alias Rousseau. Solo per introdurre le tesi sul potere del vincitore, sulla distinzione tra amico e nemico, sul patto sociale. Non a caso, non c’è precursore greco di Machiavelli.

L’arte politica, prima di Machiavelli, è proposta come inganno, promette la vita eterna della genealogia, attraverso la scelta delle morti (130) e quindi delle nascite.

È Glaucone che narra il mito di Gige e del suo anello che rende invisibile. Sini precisa: "cosa farebbe infatti chiunque possedesse l’anello? Glaucone lo precisa con cura: ruberebbe le merci al mercato, metterebbe in catene o libererebbe dalle medesime chi volesse, entrerebbe nelle case e si congiungerebbe sessualmente con chi gli piaccia. Cioè darebbe corso visibile al suo invisibile desiderio" (144). E il rifiuto del giusto (greco) di "vivere beato come un dio" conferma l’orizzonte di vivere beato come un dio animale, come l’altro, in qualità di sua marionetta.

Non a caso nella Bibbia, che restituisce in qualità le questioni poste dal paganesimo, la tentazione è animale. La tentazione di vivere non è la tentazione facile di cogliere il frutto senza lavorare.
Dall’anello di Gige al cinto di Venere: l’oggetto transferale genealogico. Il tratto unario dell’identificazione di ognuno. Il regno del visibile fondato sull’invisibile.

La visibilità sostanziale e mentale, magica e ipnotica, custodisce il segreto dell’invisibilità, il celebre artificio, la morte come discorso. E se, come annota Sini, oggi il segno è venuto allo scoperto come segno di sé, si tratta della genealogia del potere come variabile, dal tutto visibile al tutto invisibile.

Sini esplora i paradossi negati dal discorso filosofico, e il quantificatore universale, "ogni", risulta lo statuto dell’uomo, quello che non a caso diviene "soggetto" con Cartesio e "soggetto alla morte" con Heidegger: "ognuno di noi è piuttosto un personaggio, un attore, della parola che parla in lui" (42).

Si tratta del discorso della morte giunto al luogo comune. Il suo viaggio è circolare e il dominio si compie come sistema di dominatori e di dominati, trattandosi dello stesso animale fantastico: il dominatore risulta dominato, il dominato risulta dominatore; nella somma di tutto il sistema, ognuno è dominato dal tentativo di dominazione. Ognuno si fa serpente. Animale razionale, astuto, dal filosofo che sistematizza e nega la saggezza agli pseudointellettuali di massa.

Il concetto europeo di uomo è quello del discorso: modello dell’uomo planetario omologato. Dietro le nobili menzogne di stato e personali "si nasconde in realtà una dominazione violenta e terroristica, una dominazione puramente cinica di cui siamo tutti schiavi" (17). E Sini sposta l’attenzione dai principi (la nobile menzogna) alle conseguenze (ignobili).

La libera espressione, che trova vanto nell’intervista da marciapiede all’uomo della strada, cancella il patrimonio culturale, e il testo risulta illeggibile (21). Dal divieto alla prescrizione di espressione sociale, Carlo Sini rileva l’importanza della lettura, senza più nomenclatura a dire "come leggere". E come annota Armando Verdiglione, il filosofo Carlo Sini legge il logos come mito, e per questo ne affronta i paradossi logici.

Allora l’anonimo padrone che è il mercato e l’interesse finanziario, ossia il personaggio mentale della purezza sostanziale, toglie la legge, l’etica e la clinica a vantaggio del sistema di omicidio e di suicidio, oggi, in modo differente da ieri, spettacolarizzato. L’anonimo padrone è il dio animale, quello fatto a immagine e somiglianza dell’uomo e che comporta l’imitazione dell’animale da parte dell’uomo, dal Genesi a Totem e tabù, anche con il dio-cane nel "puro cinismo del mercato" (28).

Zoologia che cancella la memoria, anche la memoria che ritorna dopo anni, anche quella del risveglio promosso dal discorso della morte, è ancora ricordo, falsa memoria, cancellazione della memoria. Algebra della memoria. Dalla carneficina alla sua negazione e alla sua rimemorazione.
Il signum come presagio, evento straordinario: il segno nella sua tripartizione procede dalla traccia, dalla memoria in atto.. L’alfabetica non doppia il reale in un altro ordine di cose che diventano vicarie.

La scrittura non è indice del reale, tale sarebbe la prolessi dello scrivere. La scrittura è dell’esperienza. Le cose non stanno scritte, non rispondono alla tentazione di Satana. Sini dice questo in altri termini: "le parole in situazione non sono le stesse cose delle parole scritte sul dizionario" (77).

"Tutte le scienze sono oggi attestate sulla questione del segno. [...] rivolte prevalentemente al significato del segno e alla sua traduzione quantificata ai fini della applicazione tecnico-pratica" (226). Tentativo impossibile che rimane come questione nei contraccolpi del discorso scientifico.

Il segno autoreferenziale, il cui potere nasconde rendendo noto, è il segno senza la tripartizione in nome, significante, Altro. È il segno di morte, data come vita parallela per non rischiare di vivere. Vita da clonare per produrre tecnicamente l’uomo perfetto, l’animale politico, e quindi l’omeomorfismo del "bestione tutto stupore e ferocia" (164).

Il segno è tripartito e insignificabile. Intraducibile quantitativamente e sempre in scacco perché nemmeno all’infinito la quantità ordinale raggiunge la qualità cardinale. La questione rimane: come si dissipa il discorso scientifico e come s’instaura la scienza della parola.

Per Sini la parola pone anzitutto la questione del nome (88), "questa nuova scena sulla quale agiscono i nomi" (90). E oscilla tra il nome come sostituto dell’uomo nel linguaggio e il nome come funzione della parola, che introduce la sostituzione metaforica e che lascia come resto il simbolo. "La vita eterna appartiene al nome" , mentre "retroflettendo il nome, io vedo il cadavere, vedo i resti, vedo il mortum" (91). Il nome del nome è il nome della morte, il nome del padre, il cadavere stesso. Mentre si tratta del padre come nome, come funzione di rimozione nella parola

L’ineguaglianza non è umana, sociale, se non in nome del nome che coniugherebbe il desiderio di uguaglianza per fondarlo appunto come ineguaglianza.
Il nome come nome del nome, la scrittura del discorso e il denaro come indice della relazione sociale sono "luoghi del contrassegno della verità pubblica e della sua eternità" (93).

Il contrassegno o segno convenzionale cerca l’impossibile istituzionalizzazione del segno, che darebbe il potere del nome, trasmissibile genealogicamente. Il sistema del potere di sopraffazione, se esistesse, sarebbe l’albero di nomi genealogici, il cui indice impossibile è l’araldica. Se c’è il potere di vita e di morte c’è la paura. La potenzialità è la morte, in quanto potenza e impotenza del nome del nome nel suo cerchio di origine.

L’invisibile non è il dire, contro l’ineffabile e indicibile visibile secondo Platone. L’invisibile è un teorema. Non c’è pù visibile, non c’è più spazializzazione della memoria.

Il cinto di Venere è per Carlo Sini la narrazione delle fasi della luna: nascente, piena, calante, assente, e delle quattro figure femminili che scandirebbero la vita dell’uomo. Artemide, Afrodite, Era, Ecate. E Paride risulta scelto dal cinto, dalla genealogia femminile nelle sue fasi. Il mito tardivo sarà quello di Casanova.

Se non c’è il punto vuoto, c’è il vuoto senza punto, il vortice, l’oscuro oggetto del desiderio, la voragine che ingoia ogni cosa nella notte eterna. Non sorprende che il paganesimo abbia la vagina come apertura, da Platone a Courbet. La caverna platonica è il fantasma materno. Il grembo di Ecate. E le corna di Zeus stanno lì a indicare che il dio dei greci è animale.

La lotta di potere per il controllo e il padroneggiamento della parola - dall’aria alle galassie - è sempre in scacco. È sempre un tentativo impossibile, come nell’omicidio di massa e nel suicidio del singolo. Questo è il caso di Hitler, e non solo. Certamente i rapporti di forza, i rapporti di potere, ossia la genealogia della forza e del potere, sono senza via d’uscita. Il soggetto del desiderio e del potere si divide in due, si fa in quattro, si consegna alla macelleria umana e allo spaccio dei corpi. La vendita degli umani, la schiavitù, la prostituzione.

Sini si accorge che il desiderio nell’impossibile passaggio all’azione opera una sostituzione. Il desiderio imposto con la forza è sostituto del desiderio. Chi desidera è già fregato, è personaggio in cerca di autore, algebrista o geometrista del desiderio. E tra gli eguali (anche tra i disuguali) in potere il desiderio è zoologico. A proposito di questo desiderio umano, lo scrittore Albert Cohen parlava di gorilleria.

Il desiderio è senza soggetto. Non c’è più il soggetto desiderante, né la macchina desiderante cara a Deleuze e Guattari. Non c’è più il soggetto desiderante con la sua altalena di euforia e disforia, con il suo cibo totemico, magico, con il suo cibo tabuico, ipnotico.

Quando il denaro è preso come indice della relazione sociale, allora la prostituzione sacra della donna si traduce in prostituzione mercenaria. E i giusti rifiutano il denaro e le donne, e quindi confermano il sistema del potere costituito.

Rifiutare la tentazione sostanziale e mentale partecipa allo scherzo con la morte, infatti non richiede nessun progetto e nessun programma di vita, nessun dispositivo del fare, senza per questo mancare di affaticarsi. Il portatore del desiderio sovrano lo abolisce per divenire guardiano della legge e dell’etica della città, ma si tratta di abolizione del desiderio del soggetto, quindi rimane il soggetto, il guardiano, l’uomo del visibile. La genealogia conserva il sogno della vita eterna, che non è l’eternità dell’istante. E per i guardiani viene istituita la vagina pubblica: discesa aperta a tutti per risalire nella vita eterna, la vita magica e ipnotica al servizio del dio animale, garante della comunità. Inoltre l’algebra della vagina (formula pleonastica poiché dire "vagina" è già il tentativo impossibile di nominare come algebra la sessualità, l’aritmetica) va dall’insieme infinito all’insieme vuoto, dal pubblico al privato, nel senzo che non c’è angolo del privato che sfugga alla prostituzione, all’incesto. E cancellare la vagina privata istituendo la vagina pubblica (la circolazione delle donne in Lévi-Strauss) rimane all’interno del discorso della morte e il cerchio di vita della donna è mimato dalle fasi lunari.

Nel paganesimo il culto della luna è l’altra faccia del culto dell’animale.

Sini annota come la fantasia di amplesso ancestrale con la terra sia la fonte della genealogia politica e della sua legittimità di sangue (152), così l’amplesso comune (l’orgia) conferma la genealogia, infatti è prescritto nei riti pagani, sino al numero aureo delle perfette unioni eugenetiche calcolato dai governanti. E non c’è nessun espediente fenicio, phármakon, medicina-veleno, nessuna nobile menzogna per far credere di sfuggire all’incesto e che ognuno non sarebbe "nato di donna".

Ognuno nella genealogia è merce di scambio per l’acquisizione dell’immortalità della vita eterna; anche la piccola comunità di uomini ultrasensibili (i filosofi e oggi le varie nomenclature) che solleva la politica a teologia, cioè alla "scienza" della vita eterna (153). Questa è la scienza del discorso, dove in principio non è la parola. Dove dietro il sovrasensibile del potere che si fa vedere come sensibile dell’apoteosi, della cerimonia e del rito, c’è la zoologia fantastica. Dove il denaro sarebbe l’indice della genealogia, della predestinazione a fare i soldi, da zero all’infinito; ossia dove l’assenza di denaro indicherebbe di essere nati dalla parte sbagliata della lotteria sociale. Infatti la lotteria è la genealogia di realizzazione miracolistica istantanea, in cui la grazia arriva come un colpo.

In tal senso l’ipotesi del continuo, che da Aristotele giunge sino a Lévi-Strauss, consiste nella credenza che anche il più infinitesimo segmento della retta partecipa alla retta via della grazia divina e della vita eterna garantita.

Altrimenti nessuno cederebbe alle tentazioni e mangerebbe le pietre al posto del pane (poiché le pietre non si tramutano in pane), nessuno si getterebbe (poiché si sfracellerebbe) e nessuno si asservirebbe al diavolo (poiché i regni di tutta la terrà sono il paese dei balocchi degli asini).

I sentieri non convergono, se non in un punto di arrivo che si doppia sul punto di partenza. L’intervallo è incolmabile. Dove c’è la credenza nei sentieri del giorno e della notte che convergono (o che divergono), c’è aspirazione alla conoscenza, e c’è la dea a attendere il personaggio. La dea in quanto luna in una delle sue fasi è la morte.

Sini annota come "l’antico gioco del potere tra visibile e invisibile sembra rovesciarsi" (156) e oggi venga preferito nell’occidente al desiderio di eternità l’eternità del desiderio che si realizza istantaneamente. Non è l’eternità dell’istante, del tempo come schisi, e del fare senza cui non c’è nessun miracolo, ma l’istante di eternità appartenente al tempo ciclico, al tempo come durata, quello della luna e degli animali mortali.

Anche rispetto alla finanza, e all’attuale purismo finanziario, Carlo Sini esplora i paradossi del discorso occidentale: "L’intera organizzazione planetaria sembra ruotare intorno alla produzione di una x che in realtà non riusciamo a cogliere o a pensare e che non è denaro, non è lavoro, non è nemmeno semplice usufrutto del capitale finanziario, poiché sarebbe troppo semplice e ingenuo limitarsi a demonizzare il capitale finanziario".

La gnosi è l’apoteosi della x, dell’incognita; e il purismo finanziario è l’algebra della finanza: un parallellismo formalizzato di equazioni tali che data un’incognita si trova il suo equivalente come funzione di un’altra incognita. Si tratta di dimostrare che A=A, ossia il principio di identità. La formula banale di questo purismo finanziario è che "i soldi sono i soldi", la tautologia.

Il dio serpente monetario che crea la sua coda e se la divora per tutta l’eternità. Dice Sini: "produce se stesso al modo di una cellula tumorale" (167). E così ognuno rischia la vita, ovvero scherza con la morte, per possedere il segno dell’eternità: "Se ho il denaro, ho quella merce universale che si scambia con tutto" (158), ottengo la vita scambiata, il parallellismo alla vera vita che non viene mai raggiunta. Rischiare la vita comporta il pericolo di morire. Non è il rischio di vita, il rischio di vivere senza più paura.

Il capitale finanziario impazzito che gira su di sé è l’apoteosi capitalistica come negazione del capitale intellettuale. E negazione della donna. Nella finanza e nell’impresa le donne intervengono come supporto, poiché nella mitologia che esplora Carlo Sini il denaro è originariamente la donna, in quanto la donna è quell’oggetto di scambio primitivo garante della vita eterna (172). Solo nel ciclo naturale la vita e la morte transiterebbero attraverso lo scambio delle donne, sospette di essere dio, ossia di dare la vita e la morte.

La società dello spettacolo e del purismo finanziario è sempre quella del fallo pubblico e della vagina pubblica quali esempi per la clonazione, la riproduzione del simile, che arriva sino a Gilles Deleuze con il suo programma: come divenire animale. Poiché "l’animale è la vita eterna" (166). Allora la generazione come conservazione del nome attraverso le generazioni implica la credenza nella lingua dei nomi (dove i significanti sono indici e/o titoli dell’uomo), che comporta l’attacco contro qualsiasi non accettazione della vita eterna.

Apparentemente, niente potrà salvare gli umani nel processo inarrestabile dell’omologazione globalizzante universale (168). Invece, come propone Verdiglione, basta una variante per introdurre l’era intellettuale e non più l’epoca. Occorre scommettere sulla logica particolare, avviando un itinerario che assolutamente non è inscritto nel discorso occidentale.

Che cosa sarebbe inscritto e già scritto in questa epoca? Una nuova genealogia nella sua trasparenza sincronica, la next age della raggiunta purificazione del sangue: tutti figli della stessa epoca. La classe universale; che non è senza paradosso, come sanno i matematici che la inseguono col postulato del continuo.

Le merci e il capitale del capitalismo sono magici e ipnotici. Marx ha chiamato questo aspetto "feticismo". Inoltre, porre la divisione del tempo come proprietà del lavoro implica la divisione del lavoro, da Cartesio a Taylor, e la possibilità di acquistare e vendere il tempo. Da qui l’esibizione del tempo libero come indice della genealogia sociale, da qui l’impossibile rappresentazione della merce. In tal senso, la logica cairologica è logica della logica, ossia l’assenza di logica nella new age: il tempo-istante dell’opportunità algebrica. Tutto e il contrario di tutto nell’apoteosi spiritualista del subito.

Il capitale intellettuale non è rappresentabile nelle discipline sociologiche, psicologiche umanistiche e filosofiche, eppure entrando all’università Bocconi per rivitalizzare le categorie dell’economia, non più scienza autonoma, Sini ne indica l’importanza. In questo modo anche la Francia ha già aperto alla filosofia nell’impresa. E ancora di più si tratta della direzione intellettuale dell’impresa. Il varco è posto dalla cifrematica di Armando Verdiglione.

La scommessa sulla quantità, anche ai vertici dell’avere e dell’essere, nega la qualità, e si vota a girare in tondo, andando su e giù. Ecco l’annotazione clinica di Verdiglione: attraverso la scrittura la quantità diviene qualità, capitale. Solo la non lettura e la non scrittura - come se ci fosse il tabù del fare - garantiscono di essere, consacrano il personaggio.

La filosofia greca è un postulato sulla vita parallela; e già la filosofia è stata dal cominciamento una reazione alla saggezza, definendosi come asindoto che all’infinito non la incontra mai. Allora non è un caso che i filosofi inquieti, come Carlo Sini, gli anomali, gli interessanti, esplorino i paradossi del discorso occidentale. Per esempio: Il denaro agisce [...] sino al punto di vicariare e sostituire la nostra vita" (220).

E così "l’anonimo e mostruoso interesse finanziario" è quello del purismo, che a sua volta è una variante del principio del terzo escluso, quindi è sostituto di ciò che esclude. E il principio dell’anonimato è il principio del nome del nome, e non sorprende che: "Non vi è più nessun nome, ma il nome è un transito". Infatti, lungo l’asse genealogico il transito è comune e convenzionale.

Allora, "dove abita propriamente l’uomo?". Non riprendendo Heidegger, la questione posta da Sini è ancora più interessante. Non trovando la risposta nell’essere e nemmeno "nei dintorni naturali e immediatamente visibili" (226). Sini lascia la questione aperta, per altro biblica. Uomo, dove stai? Lo statuto dell’uomo nella parola è quello del figlio, del significante, dell’uno che si divide da sé. Qual è la stanza dell’uomo? È la parola, senza più niente sotto, senza sostanza.

Qual è la proposta non convenzionale di Carlo Sini? "Comprendere Bruno, così profondamente incompreso, in alternativa a Cartesio, o Leonardo in alternatica a Galileo", senza escludere il testo di Cartesio e ancor più quello di Galileo. In particolare, "Bruno è ancora in attesa di divenire dissepolto. Da lui può derivare, come del resto da altri ancora, qualche ispirazione su come vivere e come operare all’interno delle scritture, delle immagini e dei segni: un’altra etica della scrittura" (225). Sini trova le sue ragioni nel rinascimento e non più nel pensiero greco.

"È assolutamente urgente il bisogno di un nuovo sapere e di nuovi sapienti" (226).
La nuova saggezza, la nuova scienza, è la cifrematica; e i cifrematici non sono sapienti, semmai saggi, attenendosi alla questione intellettuale ineludibile, la questione Verdiglione, la questione del secondo rinascimento dell’arte, della cultura e della scienza.

Leggendo questo libro s’intende che Carlo Sini è un saggio, un sofista, e il suo insegnamento della filosofia è in direzione dell’altra vita, dell’altra scienza. Solo uno scienziato della parola può giungere alla formulazione: "Non si tratta di ripristinare l’uno (per il quale la donna è solo una parte "derivata" e in subordine una "costola"), né di abolirlo (in realtà ribadirlo) con l’invenzione convenzionale del 50%" (237).

L’uno non si divide più in due per poi ricongiungersi, ripristinarsi e poi ridividersi, così moltiplicandosi... L’enunciato di Verdiglione a questo proposito è : "L’uno differisce da sé e si divide da sé".

Non è più questione di come divenire donna e come divenire uomo. Nella genealogia della conoscenza del bene e del male si tratta di divenire serpente, di girare in tondo, senza sbocco.

La libertà è della parola e non si ottiene saltando fuori dal cerchio. Tolta dalla parola, la libertà diviene attributo dei soggetti, tutti prigionieri nell’inesistente insieme di tutti gli insiemi. E il soggetto politico futuro è la metamorfosi zoologica dell’animale politico di Aristotele. Il contributo è in direzione della cifra e la sua condizione è nell’oggetto, non più nel soggetto, passato o presente o futuro.

Occorre leggere nell’attuale il testo occidentale. Non cè nessun bisogno di volgersi all’indietro o al di sotto. Nessun passatismo e nessuna archeologia. Il disegno dell’origine per retroflessione è il fantasma materno. Occorrono nuovi dispositivi di vita in modo che ciascun istante sia essenziale alla battaglia, senza più cedere al fantasma della facilità.

Quello di Carlo Sini è un elogio della difficoltà, a proposito del suo libro dice: "Ecco, questi sono alcuni nostri difficili problemi" (242). E il viaggio intellettuale poggia sulla tranquillità. La nave della parola non affonda, non oscilla, la sua navigazione è costante, nonostante la tempesta, nonostante chi paventa il diluvio.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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23.01.2019