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Un uomo meraviglioso?

L’alter-ego del cinema italiano. Ugo Tognazzi

Bettina Todisco

Un libro che, dopo anni di disattenzione dell’editoria specializzata, giunge a colmare un vuoto rendendo giustizia a Ugo, da tempo dimenticato dalla critica.

(2.05.2002)

"Uomo e personaggio prima, e solo poi veniva l’attore", aveva ragione Marco Ferreri quando, nel ricordare l’amico, racconta così Ugo Tognazzi.

E allora quale miglior titolo se non Tognazzi - L’alterUgo del cinema italiano per il saggio curato dal giovane critico Massimo Causo per la Besa Editrice (pagg. 283, £. 26.000), presentato alla 58° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Un libro che, dopo anni di disattenzione dell’editoria specializzata, giunge a colmare un vuoto rendendo giustizia a Ugo, da tempo dimenticato dalla critica. Non dal pubblico che numeroso ha affollato la Sala Convegni del Casinò del Lido.

Hiko Yoshitaka, "G & T", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

"Dieci anni quelli trascorsi dalla sua scomparsa", ricorda il direttore della mostra Alberto Barbera, presente il clan Tognazzi al completo: la moglie Franca Bettoja, i figli Ricki, Gianmarco e Maria Sole.

Un libro non solo ricco di confessioni e ricordi, ma sapientemente architettato, che spazia da una parte critica su Tognazzi attore e Tognazzi regista, a storie di famiglia, della moglie e dei figli. Per giungere a testimonianze di chi con lui ha lavorato.

Sono stati bravi a scegliere non gli amici, ma dei collaboratori", sottolinea Franca Bettoja, "i collaboratori avrebbero potuto essere più rigidi. Ho trovato invece grande bontà e grande amore. E ne sono fiera."

Ne esce un ritratto non solo artistico, ma umano. Perché "proprio l’umanità dissimulata nel personaggio e manipolata dall’attore, ma mai disabitata dalla persona, è il più autentico tratto distintivo di Tognazzi", come sottolinea Massimo Causo.

Questione di energia forse, di calore, sensazione di familiarità con la vita, capacità di unire - famiglia, colleghi, troupe - e capacità di disunire - la società italiana nell’era scudocrociata con le sue moralistiche certezze.

Ne emerge un grande uomo, il suo percorso. 158 i suoi film.
"Veniva dall’avanspettacolo", ricorda Causo, "poi con la Voglia matta di Salce nel 1962 la svolta. Tra i 5 colonnelli (Gassman, Mastroianni, Sordi, Manfredi e lui) della grande stagione del cinema italiano, Tognazzi è quello che ha saputo mostrare maggior versatilità."

"Il fatto che mio padre non volesse mai ripetersi nel cinema", racconta Gianmarco, "è quanto in lui ho più apprezzato. La possibilità di essere ogni volta un personaggio diverso, di regalarsi ogni volta in maniera diversa."

Ci parla Ricki, il maggiore dei figli, quello professionalmente più vicino al padre nella parte centrale della sua carriera, del suo sentirsi un figlio privilegiato. "Se faccio questo lavoro è per merito suo. Ci ha regalato la gioia per il lavoro. Era come un sarto che porta il lavoro a casa, l’orlo da fare. A volte con gioia, a volte con rabbia. Perché era un passionale, diceva sempre quello che pensava. In assoluto la persona che mi ha fatto più ridere".

Ma non è il solo ad aver riso. Tutti noi e anche la più piccola - Maria Sole - diciottenne alla scomparsa del padre. "Non abbiamo avuto un grande dialogo, ma parlavamo molto con i nostri silenzi. Era un rapporto di fantasia, il nostro. Ma va bene così."

La fantasia e l’intelligenza di un uomo amato nella vita e nel lavoro.
"Mi ha chiesto di sposarlo con una sua foto inviatami per posta", racconta la moglie Franca. Sul retro c’era scritto: "Può un così bell’uomo diventare suo marito?"
E continua: "Era la timidezza o meglio il pudore di Ugo. Sono orgogliosa di lui, ma non guardo solo al cinema. Ho vissuto con un uomo meraviglioso. Quando a 68 anni è morto un giornale ha titolato che senza Tognazzi l’Italia era più triste. Anche la famiglia è più triste".

Bettina Todisco, matematico, pubblicista. Vive e lavora a Trieste.


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23.01.2019