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Una città allo specchio

Trieste con gli occhi di Mathieu Amalric nel film : "Le stade de Wimbledon"

Claudio Delbianco

Il film è il racconto di un viaggio, anzi di più viaggi, del tutto particolare e il risultato alla fine è visualmente innovativo: una minuziosa ricerca, un esplorazione su una singolare questione di perché uno scrittore sceglie di non scrivere...

(2.01.2002)

Presentato con successo al Locarno Film Festival nell’estate scorsa Le stade de Wimbledon è stato accolto con interesse e curiosità dagli spettatori inglesi nelle due serate in cui è stato proiettato nell’ambito del 2001 Regus London Film Festival.

Il festival londinese, che si tiene annualmente a metà novembre, raccoglie nelle due settimane di programmazione praticamente tutte le migliori pellicole prodotte nei cinque continenti, con un occhio di riguardo ovviamente per quelle risultate premiate nei vari festival e concorsi internazionali.

Hiko Yoshitaka, "Il male", 2001, olio e gesso su tela, cm 35x45

Tratto da una novella dello scrittore italiano Daniele del Giudice, Le stade de Wimbledon è stato tradotto in pellicola dal regista francese Mathieu Amalric con protagonista principale Jeanne Balibar, trentatreenne attrice francese che sta riscuotendo in questo periodo ampi consensi con il film Va savoir di Jacques Rivette, anch’esso presentato al festival londinese e, seppur ancor inedito in Italia, presente nei maggiori schermi europei.

Incontrati regista e interprete alla fine della proiezione, sono venuti alla luce gli aspetti di una ricerca alquanto minuziosa e capillare in cui sono stati entrambi coinvolti per un lasso di tempo alquanto ampio durante la lavorazione del film.

"Abbiamo lavorato a Trieste per un anno e mezzo, racconta in un buon italiano il regista Amalric...incontrando una sentita partecipazione e attenzione dalle varie istituzioni culturali triestine, infatti ho voluto, diciamo, reclutare tutti gli attori che partecipano alla vicenda della protagonista sul luogo, quindi triestini, e questo non poteva che rendere veritiera e totalmente genuina tutta l’atmosfera intorno al racconto...".

"Trieste ci ha colpito parecchio, in tutti i sensi", aggiunge l’attrice protagonista Jeanne Balibar, nel suo italiano quasi perfetto ma con un accento tipicamente francese che la rende ancora più gradevole, "nel film d’altronde si intuisce il nostri sentimento verso questa città...io come protagonista della ricerca, sulle tracce di un misterioso Bob che a Trieste ha vissuto e dove doveva dar frutto alla sua opera di scrittore...".

"A Trieste siamo stati un anno e mezzo, con soste di tre o quattro mesi tra un viaggio e l’altro, un po’ come nel libro di Daniele del Giudice", precisa il regista francese, "ho lavorato seguendo quella traccia, direttamente dal libro, senza una precisa sceneggiatura e senza una specifica preparazione. Anche la troupe era costituita dal minimo indispensabile, cinque persone, e gli attori, come dicevo poc’anzi, li ho voluti del posto e li sceglievo man mano che il film sviluppava il racconto... Una scelta un po’ coraggiosa che mi ha messo in condizione di affidare le cose anche al caso...".

Critica e pubblico hanno apprezzato questa sua scommessa, come pure ha destato considerazione la prova della Balibar, chiamata a recitare per la gran parte del film in italiano e come sola protagonista principale ha saputo reggere e superare gli ovvii rischi che una tale prova poteva comportare.
"Trieste nel film risulta bella come lo è veramente, interviene la protagonista di questo viaggio quasi interamente triestino...le inquadrature sono da cartolina, ma al di là di questo scontato aspetto colorato, abbiamo messo in luce sopra tutto, durante tutti i miei viaggi in città l’aspetto umano e sociale dei suoi abitanti: disponibilità da parte loro, tanta attenzione, curiosità anche, ma anche tanta, tanta diffidenza, un aspetto di chiusura, tipico della gente del nord...e decisamente tradizionalista".

Mi ha fatto sorridere la scena girata al bagno della Lanterna..." e qui bisogna aggiungere un aspetto forse unico di questa città: La Lanterna o "el pedocin" come viene chiamato dai triestini è un bagno, un antico bagno costruito ancora nel tardo ’800 con una, a quell’epoca, tradizionale distinzione dei sessi. Uomini da una parte, donne e bambini dall’altra con in mezzo un alto e lungo muro a dividere le rispettive privacy. Un muro che bisogna sottolineare resiste tuttora, in pieno terzo millennio! Mai e poi mai i triestini vorrebbero abbatterlo desiderosi, in quel preciso ambiente, di conservare un antica abitudine. Trieste città bigotta? Ma neanche a parlarne!".

Se le "mule" triestine furono le prime donne in Italia a permettersi di fumare nei bar e a frequentarli anche da sole, non è difficile vederle in topless, dall’inizio dell’estate, sul lungomare di Barcola.... a mettere a dura prova la guida degli increduli automobilisti chi giungono in città... dall’inizio dell’estate dicevamo, e non prima, perché appunto prima sono a sistemare la tintarella, fin da aprile, nell’intimità del bagno della Lanterna...

"Mi sono divertita in quella scena", riprende la bella attrice francese, "dovevo fare una lezione di surf, poi decisi di farmi una bella dormita sulla tavola e la corrente mi portò fuori, quasi in mare aperto... ritornai a riva e approdai appunto nella parte "sbagliata" del famoso bagno...’Signorina, disse uno alquanto meravigliato: non la pol star qua’...qua xe tutti omini...le done xe de là... indicando al di là del fantomatico muro...’".

Un altro aspetto divertente è stato al Teatro Stabile di prosa Sloveno dove avveniva l’incontro della protagonista con uno scrittore amico del fantomatico Bob...tra discorsi in italiano, francese e sloveno, tanto per mettere in luce l’aspetto internazionale sempre avuto da Trieste durante la sua tormentata storia. Si possono vedere altri due amici introfularsi nella scena con il solo scopo di procurarsi due bottiglie di buona malvasia (vino bianco prodotto nei dintorni...sul Carso triestino)...sfoggiando con poche battute il loro tradizionale "morbin".

"Per quanto riguarda il cibo e il vino non ci siamo potuti di certo lamentare... sia per motivi di scena, ma sopra tutto al di fuori... i bicchieri non sono mai mancati...", tengono a precisare entrambi, alquanto divertiti.

Ma al di là di questi aspetti materiali e divertenti, il film è il racconto di un viaggio, anzi di più viaggi, del tutto particolare e il risultato alla fine è visualmente innovativo: una minuziosa ricerca, un esplorazione su una singolare questione di perché uno scrittore sceglie di non scrivere....

Le stade de Wimbledon (The Wimbledon Stage)
Regia e sceneggiatura di Matthieu Amalric
con Jeanne Balibar, Esther Gorintin, Ariella Reggio, Jean-Paul Franceschini, Adriana Asti, Rosa de Ritter, Peter Hudson, Anna Prucnal, Anton Petje.

Claudio Delbianco, giornalista, lettore di cinema. Vive e lavora a Londra.


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23.01.2019