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No al dolore e alla denuncia sociale

Le nuove censure. Da Nanni Moretti a Ken Loach

Claudio Delbianco

A chi di dovere va comunque questo messaggio: censurando, oscurando un film come questo, non si ottiene nessuna vittoria; il malessere sociale rimane, si moltiplicheranno le voci, e ci sarà qualcuno, più forte di un pur coraggioso regista, che riuscirà a farsi sentire.

(1.03.2002)

Londra. A metà febbraio nelle sale londinesi è arrivato finalmente l’atteso film di Nanni Moretti La Stanza del figlio, accompagnato dalle enfasi della Palma d’oro vinta a Cannes nel 2001. Ai primi di febbraio il film è approdato negli Usa e in Canada, tappe obbligatorie per le candidature ai premi Oscar del prossimo marzo.

Le notizie fin qui sono di normale attualità, quello che fa scalpore, o meglio invita ad una chiara e forte riflessione, è il fatto che la pellicola dopo il vaglio della censura è stata vietata ai minori di anni 17 negli Stati uniti e in Canada, a quelli di 15 nel Regno Unito.

Per chi ha visto il film la notizia non può lasciare indifferenti. In questi paesi dove nel cinema viene rappresentata la morte in tutti suoi aspetti più truci, vedi il filone dei film di guerra e di mafia, dove bombe, killer, banditi, poliziotti, marines seminano stragi e sangue, la morte rappresentata da Nanni Moretti non può essere vista.

Un paradosso: il cinema d’oltreoceano è ricco di questo tragico tema: dalle stragi degli indiani, alle drammatiche sparatorie, alle talvolta inguardabili scene di genocidi in Vietnam, agli sbarchi in Normandia e via ancora... Ma questa volta la morte è diversa; è la morte di un figlio, la morte in casa che porta subbuglio e dolore.

No, questo dolore va censurato, i giovani americani non possono, non devono accettare la morte di uno di "loro", di un coetaneo. Loro sono abituati a vedere la morte degli "altri" dei "nemici", dei "cattivi".

Questo non è che l’ultimo frutto della cosiddetta cultura occidentale, una cultura basata sul dominio, sulla vittoria, sul trionfo.

Il film di Nanni Moretti è un ottimo lavoro, non lascia spazio all’immaginazione, ci porta dentro a una vicenda crudele, possible, con grande capacità psicologica e intellettuale.

La critica lo ha osannato, il pubblico in Italia lo ha apprezzato. Chi ama il cinema di Moretti l’ha definito come il suo capolavoro. Una critica al film che mi ha colpito riguarda proprio l’aspetto psicologico della morte: il critico Ferdinando Camon lo ha trovato povero di quell’esperienza che sarebbe stata necessaria per rendere l’opera completa, la morte è rappresentata solo cerebralmente. Non sono d’accordo, perché non è necessaria, e non l’auguriamo sicuramente, un esperienza personale per rendere credibile e reale la morte, né da parte del regista né tanto meno da parte degli attori.

Moretti ha dimostrato una conoscenza profonda degli aspetti psicologici che il tema, la scomparsa tragica di un figlio, provoca; lo ha sviluppato pienamente nell’arco del racconto.

Pochi si son chiesti durante i titoli di coda, a racconto finito, quale chiave di lettura ne ha dato l’autore con le ultime immagini dei protagonisti sul lungomare di Mentone. Io ho voluto vedere la positività del messaggio, la volontà di una ricostruzione... i censori invece sono rimasti, fermi e atterriti, alle strazianti immagini del funerale....

Troviamo un atmosfera diversa nel film di Ken Loach The Navigators, ma anche qui in maniera tragica arriva la morte. Questa volta nessun divieto ai minori da parte dei censori. C’è chi comunque ha pensato di peggio: nessuna programmazione nelle sale cinematografiche del Regno Unito per la "pericolosissima" pellicola di Ken Loach, relegata forse per qualche contratto stipulato e indisolvibile a una fugace e nascosta programmazione televisiva.

Il canale privato Channel 4 alle 22.30 di un giorno infrasettimanale di qualche settimana fa si è preso il pesante fardello di trasmettere il "film denuncia". Chiuso fra le tante offerte della serata, senza una minima pubblicizzazione, l’ottimo film di Ken Loach è scivolato via, nascosto, senza colpo ferire, senza sobbillare le masse, senza la forza di poter far riflettere.
La censura "invisibile" ma sottile ha funzionato alla perfezione stroncando, facendo tacere, questo doloroso urlo di denuncia.

Di cosa parla Ken Loach in The Navigators, quale dannato argomento ha toccato per meritarsi tale trattamento? Parla di privatizzazione, di riduzione dei posti di lavoro, parla di malessere sociale in un Inghilterra a metà degli anni 90.
Si parla della privatizzazione delle ferrovie.

È la storia di un gruppo di lavoratori addetti alla manutenzione delle linee; la vicenda si svolge a Sheffield e riprende le memorie del ferroviere Rob Dawber che ha aiutato lo stesso Ken Loach alla stesura della sceneggiatura. Dawber scomparve poco prima della fine del montaggio del film. Non riuscì a vederlo, ebbe soltanto l’amara soddisfazione di sapere che le sue parole di denuncia non sarebbero state sparse al vento.

Anche in questa circostanza, Ken Loach, decisamente poco amato in patria, si è rivelato personaggio scomodo, un regista che attraverso il suo cinema descrive in modo impietoso ma reale i mali che affliggono la nostra società.

Pellicole come Days of hope del 1975 in cui trattava il tema della lotta sindacale nell’Inghilterra degli anni 20, Cathy come home dove affronta il tema degli homeless, Question of leadership sulla condizione di lavoro dei minatori, Hidden agenda sul tema dell’Irlanda del Nord, fino ai piu’ famosi Land of freedom sulla guerra civile spagnola (questo è probabilmente il film che lo rese popolare), The Carla’s song sulle interferenze militari della Cia in Nicaragua, My name is Joe dove ritorna ad affrontare il malessere sociale nel Regno Unito, fino al penultimo lavoro Breads and rose, un altro "film denuncia" sulla condizione degli immigrati negli Usa, sono tutti film nei quali vi è un forte e chiaro impegno politico, dove la denuncia a difesa dei deboli, dei diversi è portata sempre con una grande forza, ma anche con un giusto equilibrio.

In The Navigators i tasti toccati da Loach si sono rivelati decisamente sbagliati.
A chi di dovere va comunque questo messaggio: censurando, oscurando un film come questo, non si ottiene nessuna vittoria; il malessere sociale rimane, si moltiplicheranno le voci, e ci sarà qualcuno, più forte di un pur coraggioso regista, che riuscirà a farsi sentire.

Claudio Delbianco, giornalista, lettore di cinema. Vive e lavora a Londra.


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23.01.2019