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Dall’elaborazione della depressione a quella dell’alcoolismo, da quella della paura a quella del suicidio

"Per una clinica della parola". La cifra di Massimo Meschini

Giancarlo Calciolari

Massimo Meschini non ha creduto alla predestinazione, quindi non ha rispettato il tabù del fare, del dire, del leggere e dello scrivere. Per Meschini "non tutto è già scritto". La traccia della sua testimonianza di vita è da acquisire per proseguire nel nostro itinerario, affinché la questione sia vivere e non sopravvivere.

(21.12.2009)

Leggere il libro di Massimo Meschini, Per una clinica della parola, vale a interrogarsi su quanto è di più specifico e di più singolare nel caso di ciascuno, e quindi anche nel proprio.

La sua ricerca intersettoriale e internazionale, e il suo approdo complesso e semplice, fanno sì che non sia più possibile evitare la lezione di vita di Massimo Meschini.

Dall’elaborazione delle corporazioni all’analisi delle fantasie di padronanza, che ancora oggi vengono chiamate con termini medico-psichiatrici come: nevrosi ossessiva, isteria, paranoia, schizofrenia. Dall’elaborazione della depressione a quella dell’alcoolismo, da quella della paura a quella del suicidio.

Per una clinica della parola è un libro di insegnamento incessante. La sua recensione più che in questa nota di lettura si troverà nei prossimi scritti, confrontandoci e riconfrontandoci con la traccia dell’esperienza di Massimo Meschini.

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Hiko Yoshitaka, "Magna mater", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23 x 30

Qual è l’apporto di Massimo Meschini alla intelleggibilità delle cose? Un esempio. L’alcoolismo. Dopo i pochi cenni di Sigmund Freud e la prima analisi di Sandor Ferenczi, bisogna arrivare a François Perrier per imbattersi in un contributo essenziale al dibattito. E dopo François Perrier solo Armando Verdiglione ha dato un ulteriore contributo all’analisi dell’alcoolismo, articolando anche quello che di problematico resta ancora nel testo di Perrier.

E negli anni, Massimo Meschini, intellettuale, psicanalista in formazione permanente con Armando Verdiglione, ha fornito precisazioni, dettagli, annotazioni sull’alcoolismo.

Ora in Per una clinica della parola c’è un denso contributo sull’alcoolismo (pp. 307-323) che integra anche le più recenti acquisizioni dell’elaborazione dell’alcoolismo del suo maestro e amico Armando Verdiglione.

Massimo Meschini ripercorre l’itinerario dell’analisi dell’alcoolismo da Freud a Ferenczi, da Abraham a Perrier. E integrando, per l’appunto, l’indicazione di Verdiglione che l’alcoolismo non è una prerogativa del discorso paranoico, formula alcuni termini della questione nel caso del discorso isterico, del discorso ossessivo, del discorso schizofrenico e del discorso paranoico.

Discorsi e non malattie: figure dell’impossibile padronanza sulla parola.
Scrive Massimo Meschini: "L’alcoolismo interviene quando si passa dal cerimoniale sociale comunitario all’assunzione dell’alcool in solitudine, , nell’ombra".

E il cerimoniale sociale comunitario del bere appartiene già alla necropoli thanatoliana? Che cosa distingue il bere un litro di vino in compagnia dal berselo in solitudine?

Dove si situa la tenuta intellettuale rispetto ai cerimoniali pubblici e privati? Ebbene scrive Meschini: "Se c’è rimozione c’è tenuta". In effetti l’alcoolismo cerca la via per liquidare la rimozione. È così che la ri-caduta ripropone il punto di caduta, lo specchio inspeculare, non familiarizzabile, e la coazione a ripetere risulta la ripetizione lontana dall’eterno ritorno alle stesse cose.

"La via della terapia e della cura sta nell’ammettere la ripetizione come effetto della differenza da sé dell’uno, del figlio, per cui non tiene il rituale del possibile accesso a un piacere dell’identico. Solo allora si potrà lasciare la sostanza, dimostrando che l’uno che differisce da sé dissolve la necessità dell’autodistruzione, attraveso cui la differenza viene rappresentata in termini venefici."

Quando lo specchio non è più familiare e quando la ripetizione non è più dell’identico si dissolve la "presa" dell’alcoolismo, si sfata la mitologia della sostanza ora benefica ora malefica.

Occorre precisare che la nostra prima lettura del contributo sull’alcoolismo di Massimo Meschini tiene conto di tutto ciò che a torto e a ragione è stato scritto sull’alcoolismo e sul vino, da Sant’Agostino a Kierkegaard, da Magnus Huss che crea l’ alcoolismus cronicus ai suoi epigoni che lo ricreano negli odierni manuali di alcoologia.

Massimo Meschini non ha creduto alla predestinazione, quindi non ha rispettato il tabù del fare, del dire, del leggere e dello scrivere. Per Meschini "non tutto è già scritto". La traccia della sua testimonianza di vita è da acquisire per proseguire nel nostro itinerario, affinché la questione sia vivere e non sopravvivere.

Nell’ultimo capitolo del libro, dal titolo "Vivere o sopravvivere", Meschini lascia la finestra aperta sul transfinito. Non c’è più sopravvivenza: "Senza la parola originaria ci sono soltanto sopravvivenza e principio di morte. La vita, il vivere e il suo gerundio soggiornano nella parola originaria." Quindi "vivere o sopravvivere" non costituisce un’alternativa. È una figura dell’ironia, dell’apertura originaria delle cose.

In "Una nota" (pp. 216-217) Massimo Meschini affronta il suo caso rispetto al tumore. Si tratta dei termini indispensabili per proseguire l’elaborazione sulla questione intellettuale del cancro, che apparentemente si darebbe come sostanziale, organica.

Il cancro non ha impedito né a Freud né a Lacan di lasciare una traccia per i ricercatori e per gli approdatori delle galassie. Che cosa c’entrano le galassie? Perché nel desiderio, come sottolinea Meschini, ci sono le stelle.

E il dolore è la coscienza impossibile della sensazione del desiderio. C’è dolore per la scomparsa di Massimo Meschini. Come dirlo in altro modo? Avremmo desiderato leggere per infiniti anni altri suoi infiniti libri.



Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito"

1 giugno 2002


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