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Mi accorgo che la lettura di Freud e di Lacan fatta da Verdiglione è un’altra cosa

La questione Verdiglione

Giancarlo Calciolari

Si tratta di intendere che il progetto e il programma di vita di ciascuno sono imprescindibili per giungere alla qualità, non senza tranquillità e allegria. Questione di dispositivi di vita da inventare. Il resto è la sopravvivenza dei morti affacendati.

(13.06.2011)

Per cominciare leggo le fiabe d’Europa e degli altri continenti, le avventure; per qualche anno leggo anche ogni libro alla portata di mano. Poi leggo i romanzi, le storie, i saggi. Un’amica mi consiglia di leggere Freud, Jung, Lacan. Un’altra, più inquieta, m’invita a leggere Kafka, Proust, Musil, Joyce.

Informandomi su Lacan, leggo un attacco a Armando Verdiglione, che pare un’anomalia rispetto agli allievi di Lacan, forse è un’altra cosa. Comincio a leggere i suoi libri, i suoi interventi, le sue riviste, proseguendo a leggere Freud e Lacan, Dostoevskij e Salinger.

Era il 1977. Certamente, rispetto alle cose edite, leggevo di preferenza quelle degli autori più difficili, i più osteggiati, quasi fosse un metodo per avvicinarsi alla questione essenziale, quella di vita e di morte.

Per intendere le citazioni di Freud, di Lacan e di Verdiglione ho letto le opere che citavano. Così ho letto testi di linguistica, di teologia, di matematica, di psicologia, di antropologia, di sociologia, di filosofia, di topologia, di storia, altri romanzi e altre favole. Mi accorgo che la lettura di Freud e di Lacan fatta da Verdiglione è un’altra cosa.

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Hiko Yoshitaka, "L’audacia", 2001, pastelli a olio su carta, cm 23 x 30

Inoltre le sue annotazioni non sono polemiche: in questo dista infinitamente dalle abitudini dell’epoca, fatta di consacrazioni e di dissacrazioni per non intendere.

Verdiglione si confronta con il loro testo, così Freud e Lacan non risultano fatti a sua immagine e somiglianza. Mentre questo è il caso degli altri libri su Freud e Lacan, dal pasticcio di Eco al brodo di Althusser.

Risulta essenziale leggere Verdiglione per intendere Freud e Lacan. Tra l’altro, un’occasione per me mancata di scrittura e di lettura: la mia proposta di laurearmi con una tesi sulla nozione di verità in Verdiglione non è accolta per l’assenza di intellettualità del relatore.

Leggo altri autori e altri libri di psicanalisi, di psichiatria, di psicoterapia. E come per Machiavelli trovo nella materia dei classici il cibo che solo è il mio. Senza trascurare di leggere i testi più importanti sulla guerra, sul management, sulla vendita, sulla balbuzie, sull’alcolismo, sulla droga, sul disagio, sull’economia.

Ancora di recente ho letto i migliori filosofi italiani, francesi, tedeschi, inglesi, americani, e non solo. Non c’è proprio traccia della questione intellettuale come questione di vita assoluta. Sono enunciati dei paradossi, delle schegge, rari aforismi, parodie di sofismi.

Per parafrasare il sofista Carlo Sini, docente di filosofia teoretica all’Università Statale di Milano: un esercito di imbecilli e mascalzoni, che si pretendono uomini di cultura e che certo fanno opinione, avversa la ricerca intellettuale, l’arte, la cultura, la scienza.

È in questo clima che negli anni ottanta il provincialismo ha attaccato Armando Verdiglione, ha ostacolato l’impresa intellettuale libera, inassoggettabile. Armando Verdiglione ha affrontato l’affaire e lo ha volto in affaire della parola. Ha scritto cinque libri sull’affaire, dal Processo alla parola alla Congiura degli idioti. Ovvero l’affaire Verdiglione s’inscrive nella questione Verdiglione. Qual è la questione Verdiglione?

Armando Verdiglione pubblica Leonardo da Vinci nel 1992 e come aforisma del viaggio intellettuale del genio rinascimentale scrive: Leonardo è l’Europa. La questione Europa e il suo destino risultano illeggibili se non si tiene conto della lezione di Leonardo.

E nel Niccolò Machiavelli del 1994, Armando Verdiglione scrive: Machiavelli è l’Italia. Infatti, machiavellismo e antimachiavellismo sono tutt’oggi il modo di governo dell’Italia.

La questione Verdiglione è la questione planetaria. Nessuno è esente dalla questione di vita.

Procediamo dalla questione della psicanalisi. Non affrontare la questione Verdiglione in psicanalisi vale a votarsi allo smarrimento, al provincialismo, all’automonia locale, creando una gnosi personale o microsociale.

In Germania la psicanalisi milita nelle fila della sociologia, in Francia in quelle dell’antropologia, negli Stati Uniti in quelle della psicologia, in Italia, proprio per la non lettura di Machiavelli (e non solo di Freud) la psicanalisi è al servizio di una bio-socio-antropo-psicologia.

La psicanalisi di Armando Verdiglione era già talmente un’altra cosa, che nei primi mesi del 1985 mi chiedevo perché non la chiamasse "cifratica". Sorge il termine cifrematica nel 1989.

Ma sin dal cominciamento si è trattato di scienza della parola. Logica e industria delle cose. Come le cose si dicono. Come le cose si fanno. Come le cose si scrivono. Come le cose si qualificano. Come le cose si cifrano. Questione di cifra, di effetto della verità.

Ebbene la nozione di cifra in Freud non c’è. E in Lacan c’è soltanto la nozione di decifrazione, che presuppone che la cifra sia già data, che le cose siano già scritte. E quindi che non ci sia nulla da fare. La distanza immensa di Verdiglione da Freud e da Lacan riguarda propriamente il fare. In Freud e in Lacan non si trova il mito della madre, il mito del tempo, il mito della politica del fare: e la questione donna in Freud s’arena nel continente nero e in Lacan nel buco nero.

La non elaborazione del fare comporta una clinica del fantasma, in altri termini la versione personale della drammaturgia sociale dei media, per altro i migliori produttori e divoratori di drammatologia.

La psicanalisi è un aspetto della pratica intersettoriale e internazionale di Armando Verdiglione. Un aspetto importante, come ciascun aspetto che entra nella sua esperienza, in modo integrale e integro. E per questo aspetto, un’analisi linguistica del testo di Armando Verdiglione dà modo di cogliere l’itinerario svolto nell’elaborazione di nozioni quali: oggetto, tempo, relazione, pulsione, parricidio, sessualità, transfert, identificazione, direzione, fare, lavoro, nome, significante, Altro, simbolo, lettera, cifra, piacere, tranquillità, allegria...

Per questo si può consultare uno strumento indispensabile, il Dizionario di cifrematica scritto da Fabiola Giancotti. Per invitare a leggere Verdiglione, per intendere Freud e Lacan perché la cifrematica è anche la restituzione in qualità del loro testo. Basta leggere Verdiglione, Freud e Lacan per accorgersene.

Sicuramente, ho letto i testi di Cantor e di Gödel anche per costatare la lezione di Verdiglione, sorpreso che negli anni settanta avesse già inteso l’essenziale della logica matematica e dei suoi paradossi rispetto alla questione di vita.

È il caso oggi di formulare in altri termini questo accenno problematico della mia ricerca: la matematica se non si confronta con la questione Verdiglione è condannata all’algebra della vita, a negare l’aritmetica delle cose, e a inseguire questioni che non esistono: come l’ipotesi del continuo.

E così le varie discipline e i vari discorsi scientifici, dalla storiografia alla biologia, dall’informatica alla telematica, dall’economia alla finanza, sono preda di arcaismi che ne limitano la ricerca e ancor più l’approdo.

La questione più difficile da affrontare è perché la questione Verdiglione sia la questione planetaria, e perché nessuno sia escluso da questa questione.

Verdiglione pone la questione intellettuale come questione di vita in modo assoluto e non ha mai ceduto sull’essenziale, ovvero non ha mai abboccato alla tentazione sostanziale e mentale: "abiura e sarai salvato". E non ha mai svenduto le sue acquisizioni teoriche per una vita facile. Non ha mai accettato la morte. Mai la cicuta di Socrate, mai le particelle di morte da mangiare quotidianamente, per abituarsi alla morte, di Hegel.

Apparentemente ognuno sembra permettersi di scherzare con la morte per ottenere la vita eterna dell’avere e dell’essere. Nella Repubblica di Platone, Glaucone afferma che chiunque avesse il dono dell’invisibilità ruberebbe le merci al mercato, metterebbe in catene o libererebbe chi volesse, entrerebbe nelle case e si congiungerebbe sessualmente con chi gli piaccia.

In tal senso pare di vivere in una società di invisibili. E i migliori intellettuali dell’epoca sono gli esperti della scatola dell’invisibile e del visibile, ossia della scatola nera dove tutto è scritto. Esperti in finibilità, finitezza e finitudine delle cose: scoprono i nuovi incidenti e fantasticano di scoprire l’incidente di tutti gli incidenti.

Non c’è modo di stare calmi, immobili, di fare come se la questione assoluta non ci riguardasse, attenendoci o opponendoci al convenzionalismo, al conformismo, alla normalità. Negata la questione intellettuale, come se l’intellettualità non fosse una costante ma una variabile umana, ognuno la incontra in modo estremo nei contraccolpi della vita. Il contraccolpo è la sentinella dell’elusione del nodo della vita. E solo affrontando la questione, dicendo e facendo, c’è il miracolo.

Non si tratta di accogliere la lezione di Verdiglione per evitare o per salvarsi dai contrappassi, dai contropiedi, dai contraccolpi dei tentativi impossibili di realizzare la vita su un compromesso con la morte, quali il cancro, l’ictus, l’aids, l’infarto, il morbo di Parkinson, l’Alzheimer e quant’altro è ritenuto malattia organica e mentale. Si tratta di intendere che il progetto e il programma di vita di ciascuno sono imprescindibili per giungere alla qualità, non senza tranquillità e allegria. Questione di dispositivi di vita da inventare. Il resto è la sopravvivenza dei morti affacendati.

Qual è la condotta dei governanti del pianeta? Sono loro che danno la direzione intellettuale? Sono i capi delle religioni? Sono i capitani delle industrie? Sono gli scienziati? Sono i filosofi? È una questione tecnica chiedersi quali siano i contraccolpi delle teorie e delle mitologie del fare dei vertici delle banche, delle assicurazioni, dei partiti, delle armate, delle chiese, delle università. Ed è una questione clinica dare una direzione al pianeta.

Il Niccolò Machiavelli di Armando Verdiglione è il manuale di ciascun cervello di vita che non intenda andare avanti guardando indietro al passato. Se qualcuno in ciascun paese, in ciascuna impresa, in ciascuna istituzione, in ciascuna casa, in ciascuna famiglia intende una briciola della lezione di Armando Verdiglione, il pianeta sarebbe differente. Tra l’altro, già dal congresso di Tokyo nel 1984, Verdiglione poneva l’istanza di reinvenzione dei continenti e delle città.

Non cedere in nessun istante è essenziale alla scommessa di vita. Non è più questione di uno squarcio di altra vita nella vita presunta comune e convenzionale, come nella bellissima breccia di Luigi Pirandello. Ciascun istante è la vita nella sua eternità, nell’immortalità del corpo e nell’incorruttibilità della scena. Cedere un solo istante è già il diluvio, il naufragio, la foresta, il deserto, il raptus.

La lezione di Armando Verdiglione è patrimonio della civiltà.

Per quanto l’inedito sovrasti l’edito, accogliamo con piacere, in occasione della celebrazione dei trent’anni di cifrematica, l’uscita di cinque nuovi libri.

I primi tre sono già reperibili: Venere e Maria. La fiaba originaria (con Maria Grazia Amati e Alessandro Taglioni), Edipo e Cristo. La nostra saga e La famiglia, l’impresa, la finanza, il capitalismo intellettuale.

Certamente, ognuno può ritenere sospetta la mia testimonianza, che per altro non è scritta per fugare le fantasie dei mortali, gli animali, per quanto politici siano.

La mia testimonianza si rivolge a ciascun cervello di vita, a chi non dà per scontata la questione "come vivere".

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito"


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30.07.2017