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Non solo senza teoria non si fa un passo, ma anche senza il passo non c’è nessuna teoria

La punta della teoria

Giancarlo Calciolari

Che enigma i matemi di Jacques Lacan, i cifremi di Armando Verdiglione. È possibile leggere Dante, Leonardo, Freud, Lacan, Verdiglione non sulla base di un sapere comune, e nemmeno sulla base dell’incomune teoria di Verdiglione. Si può intendere sulla base dell’idiomatica e della poematica che ciascuno acquisisce. Il resto, ideale, è la morte. Senza il fare il testo è il commento dello scriba scolpito sul personaggio, lo stesso di cui pensa di poter impunemente occupare lo scanno. Gli scriba, scrive Matteo, dicono e non fanno. E quindi girano in tondo.

(2.10.2001)

Non c’è metateoria, e quindi non ci sono né padroni né schiavi del sapere. Non c’è atomo di sapere su cui fondare il matema di una trasmissione integrale, con i suoi cortei di inclusi e di esclusi. L’indivisibile non è il sapere ma l’oggetto. Punto e contrappunto che si pone dinanzi e che non diventa mai linea, spartiacque tra chi sa e chi non sa.

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Hiko Yoshitaka, "Palinsesto per la religione ortodossa", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23 x 30

Punto vuoto che non si può riempire né svuotare per una economia della materia. Non ci sono varie forme di teoria ne di teorie della forma perché la forma in atto è la trasformazione nella sembianza, e la teoria è quel che si organizza nell’anatomia delle immagini.

L’iconoclastia e l’iconolatria hanno orrore della teoria e, da amare o da distruggere, vorrebbero l’immagine fissa. Quello che lascia incontrollabile le immagini, che le provoca al cinema e al teatro è il morfema, il sembiante, né protoforma né prototipo. La teoria della forma si rappresenta la materia come un contenuto della forma stessa, e non se ne esce da questo gioco di scatole cinesi o di bambole russe dove il contenuto a sua volta è con
tenente e così via, dalla scatola nera, opaca, per l’infinito potenziale positivo, alla scatola bianca, alla camera chiara della paranoia, per infinito potenziale negativo.

Nella dialettica hegeliana della forma e del contenuto, la forma non arriva mai a introdursi come morfema, che resta incontettualizzabile, l’inconcetto. Da qui deriva l’omomorfismo sostanzialistico che abbraccia l’universo e la morte, per cui tutto è mortale e tutto finisce in Hegel.

La teoria è una prerogativa della sembianza, in tal senso non è né materialista né idealista. I termini teorici non sfuggono alle usure della parola. Non hanno alcuna funzione di guida. Verdiglione scrive che la teoria non insegna nulla, tanto meno a parlare. Non sono i termini teorici a tenere, poiché non c’è il possessore né il posseduto dal tesoro degli atomi di sapere. Nella Mia industria Verdiglione precisa che "In nessun istante io so di che cosa parlo né di che né di quando né di dove né con chi né perché né come". Eppure la punta della teoria del terzo millennio risiede nell’esperienza e nella scrittura dell’esperienza di Armando Verdiglione. Può sembrare che non ci sia nulla da aggiungere suo testo, oppure che ci sia un contributo da dare al suo testo. Non c’è nulla da aggiungere o da togliere a quello che dice, a quello che fa e a quello che scrive Verdiglione. Aggiungere e togliere qualcosa all’Altro è il modo del conformismo e dell’anticonformismo di santificare il sangue comune, di prendere l’altro per vittima sacrificale e di purificarlo sino a renderlo un prodotto qualsiasi.

Non c’è nessuno che sappia qualcosa dell’Altro. Il confronto è col testo di Verdiglione e non col "suo" testo. Se il testo è suo l’uno si pone come figlio senza testo e senza testa, senza cervello artificiale. Per ciascuno leggere il testo di Verdiglione corrisponde a esporsi alla trasposizione poetica. Ognuno è supposto saperla lunghissima sulla teoria di Verdiglione e dà ricette all’Altro per non saperne niente dell’idioma e della poesia che lo riguardano in quanto "ciascuno". La teoria, propone Verdiglione, segue la funzione di esibizione.

Ebbene, rinunciare alla funzione di esibizione, alla funzione di figlio nella sembianza, vale a prodursi come esibizionista in quella che si crede una famiglia d’origine e invece è un dispositivo che poggia sull’originario. La teorematica non formula esclusioni: il "non c’è più" è un dramma solo per il banchetto drogologico, per il pasto di atomi di sapere. La teorematica non annuncia l’assenza di sostanza né l’avvio della caccia alla sua ricerca: afferma che la sostanza annunciata come fantasma materno non esiste nella logica e nella struttura delle cose.

La teorematica richiede l’idiomatica e la poematica, la logica e l’industria, e non segnala quindi la fine di qualcosa che avrebbe a che fare con l’impero sostanziale: riscontra che l’idea dell’impero non impera mai sulla parola. Tra l’altro, il successo dell’impero, da quello romano a quello sovietico, coincide col suo fallimento. Quindi la teorematica ciascuno la trae dall’esperienza, dalla sua scienza. Non mi pare che la teoria tenga: la sovrapposizione tra la logica delle dimensioni e la logica delle relazioni crea il circolo vizioso, quello del ritorno in ripristino. Lo stesso cerchio che moltiplicato per tre diviene il nodo borromeo, di cui Lacan dice che non c’è teoria. Lo stesso Lacan che diceva che la sua teoria tiene.

Dire che ciò che tiene è la parola è preciso, eppure è un’altra definizione per astrazione a essere richiesta per ciò che tiene. La relazione è legame e slegame: se fosse ciò che tiene sarebbe genealogica. È in tal senso che il nodo di Lacan tiene e lo tiene. La topologia delle relazioni si fonda sulla genealogia.

La rinuncia spazza via l’acquisito e anche la teoria, a meno di sostenere che ogni contributo di cifrematica è un contributo alla cifrematica dove la somma resta invariante, ossia che si tratti di contributi che valgono zero. Certo la parola tiene la sua presa, di modo che chi rinuncia gira in tondo attorno allo stesso fantasma materno, alla stessa famiglia supposta d’origine. E per questo il cerchio è l’impossibile fantasia di far quadrare la spirale e non solo i conti. Che cosa tiene? La posizione tiene e non senza il dispositivo. Divenire dispositivo facendo, senza affacendarsi né paralizzarsi. Senza alternativa. Non tiene né il supposto, né l’imposto né il trasposto sapere, che non sarebbero altro che una forma di metateorema di deduzione, offerto dal marchio della bestia, dal nome del nome.

La coerenza è del fantasma e non del dispositivo, che volgerebbe nel sistema formalizzato. La coerenza non è nemmeno della teoria, che diverrebbe subito una metateoria funzionante sui principi dell’episteme, escludendo idee, gesti, sogni, considerati incoerenti, e quindi con la credenza che gli esclusi dalla metateoria navighino in un sistema incoerente, in cui ogni proposizione sarebbe un teorema, dove l’assenza di metasegno, di zero dello zero, indicherebbe l’azzeramento di ogni proposizione. Questo capiterebbe nel caso in cui la logica matematica fosse presa come la lingua dell’essere. Il teorema viene dalla pragmatica. Non appartiene alla logica ma all’industria.

Quello che la logica matematica chiama teorema, per la cifrematica è un postulato, dunque da articolare. Lo zero, l’uno e l’intervallo hanno uno statuto assiomatico e non sono postulati. Invece dell’arte, della cultura e della scienza, la gnosi dei postulanti propina la salsa ecologica e la cucina del sistema naturale, conformista. E più è sociale e più si vuole naturale, e più la cucina è presa come soluzione finale. Tale è il protocollo di Hitler nel suo campo di tutti gli orrori, che è stato assorbito dal principio stesso dell’orrore, pensandosi dalla giusta parte, dalla giusta causa, magari a favore del nuovo naturalismo dal nome di ecologia. Così, non letto, invisibile, opera il testo nazista.

Nazista è buona parte della biologia, della sociobiologia, della psicoterapia, del discorso politico, del discorso pubblicitario. Del "discorso" che è sempre un postulato di morte. E per inciso, tutto questo è solo luogo comune, luogo naturale, dato per scontato. Senza la strega non si fa un passo, diceva Freud, parlando della sua teorematica, che chiamava metapsicologia. Senza teorizzare non si fa un passo, ma occorre che non sia supposto quello dell’uomo naturale, che non esiste. L’avventura umana è commedia. Divina. Dall’inferno al paradiso. Artificiale. Sotto il segno dell’arte e della cultura.

Che enigma la Divina commedia di Dante Alighieri, che ingloba nel suo interno gli inutili commentari che hanno cercato di ammansirla, spiegarla, ammaestrarla per renderla comune alla mitologia societaria dell’epoca. Che enigma il ritratto della Gioconda di Leonardo da Vinci. Che enigma la metapsicologia di Sigmund Freud. Che enigma i matemi di Jacques Lacan, i cifremi di Armando Verdiglione.

È possibile leggere Dante, Leonardo, Freud, Lacan, Verdiglione non sulla base di un sapere comune, e nemmeno sulla base dell’incomune teoria di Verdiglione. Si può intendere sulla base dell’idiomatica e della poematica che ciascuno acquisisce. Il resto, ideale, è la morte.

Senza il fare il testo è il commento dello scriba scolpito sul personaggio, lo stesso di cui pensa di poter impunemente occupare lo scanno. Gli scriba, scrive Matteo, dicono e non fanno. E quindi girano in tondo. La metateoria, se esistesse, sarebbe una teoria del metasegno, del metapadre, del metazero, della metamerce, della metacucina: una teoria del cerchio. Per questo nelle varie teorie uroboriche circolano le merci, le donne, i soldi, i numeri. In particolare la teoria del cerchio di Lacan, dalla catena, al nodo e poi alla treccia, cerca la coerenza nelle relazioni, cerca la gerarchia divina. Ma Lacan non si accorge che il principio di rotazione universale è dato dal postulato del nome del padre.

Pierre Soury, il consigliere topologico di Lacan, avverte la punta della questione, prendendo però il teorema "non c’è più genealogia" come un dramma. Ma "non c’è più" non è una causa né un effetto. Soury s’accorge che "c’è un circolo vizioso" e che "il rovesciamento, retournement, era già là, nella scelta di alcune catene", ma non arriva a leggere Lacan, a confrontarsi col suo testo, crede che si tratti di aggiungere qualcosa al suo stesso "dossier", così si toglie di mezzo perché "uno stock di catene e un anello in più a ciascuno regolerà la sua sorte". Quindi non solo senza teoria non si fa un passo, ma anche senza il passo non c’è nessuna teoria. Per esempio, il passo di firmare i suoi scritti, Pierre Soury non lo ha mai fatto.

1996.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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30.07.2017