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A proposito del libro di Jacques Attali "Trattato del labirinto"

Jacques Attali, la saggezza e il labirinto

Christiane Apprieux

Dire nomade non implica di diventarlo, e solo rappresentato potrebbe trovare il suo futuro nel misticismo, come propone Attali, per l’appunto, il paradiso senza il labirinto, cioè il paradiso ideale come promessa del labirinto senza il paradiso. E per questo Attali va da un labirinto all’altro, e per quanto dica la formula del "labirinto dei labirinti", non accoglie il paradosso dell’infinito potenziale.
Quindi la chance sta nell’intervallo, nel transfinito che sospende la credenza nel cerchio.

(1.06.2003)

La retta via dei principi filosofici che porta all’abolizione dell’Altro, anche e sopra tutto nelle forme dell’altruismo, è sospesa. Interessa a Jacques Attali nel "Trattato del labirinto" (Spirali, 2003, pp.216, € 20,00) la via labirintica. C’è l’istanza di un altro itinerario.

Anche se rimane che la via labirintica è un omeomorfismo della linea retta tanto aborrita. Poiché la linea retta all’infinito è un cerchio. E la via labirintica, proprio in quanto rappresentata, è una sommatoria di archi di cerchio. Si tratta del postulato di chiusura, della morte, non dell’apertura della vita.

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Hiko Yoshitaka, "Omaggio a Jean-Michel Vappereau", 2007, bronzo a cera persa

Il labirinto non è contingente, non sta nell’intervallo del fare, perché il labirinto è reale, senza appartenere a nessuna realtà convenzionale.

Confiscando l’infinito, il filo d’Arianna è posto nel labirinto senza via di sbocco. E la via risulta, come dice Attali, di labirinto in labirinto. Eppure Dio opera affinché il labirinto si scriva e esiga la scrittura del paradiso.

Se il labirinto fosse contingente, il paradiso sarebbe dato come divino, ovvero come ideale da realizzare, non abitato dal fare. Così, senza il labirinto, il giardino è ideale, sempre promesso in un avvenire radioso.

Per Jacques Attali, il labirinto appartiene a ognuno, che può avviare un cammino di saggezza, che tuttavia resterà sempre labirintico, senza paradiso.

Ma ciascuno, divenendo dispositivo di vita, senza più debiti con l’ontologia, può trovare l’impasse, che non è il vicolo chiuso ma la via di sbocco.

Qual è il tempo per Jacques Attali? È il tempo dove non si può evadere dal labirinto. Non c’è nessun ricerca e nessun progetto nel Trattato del labirinto che tengano conto di ciò che si getta dinanzi, l’oggetto, il sembiante. Infatti, tolto l’oggetto, il labirinto si fa cerchio, cioè uroboro, con l’attesa infinita del progetto per la ricerca o della ricerca del progetto.

Il labirinto non è il luogo in cui ci si smarrisce. L’idea di vedere il labirinto è l’idea stessa di vedere l’uroburo, di animalizzarsi, di avvolgersi su di sé.

Il labirinto non è nemmeno più uno strumento come la clessidra, perché il tempo non è misurabile. Il labirinto non richiede più l’attribuzione del tempo allo spazio. Il paradiso è senza più clessidra, ovvero l’attribuzione del tempo al filo di sabbia della clessidra non lo rende pertanto filo d’Arianna.

L’andata e il ritorno nel labirinto proposte da Jacques Attali richiedono sempre un cerchio nel labirinto. E la spirale nel labirinto di Attali indica l’istanza di un altro labirinto e tuttavia è soltanto un cerchio.

Il labirinto non è attribuibile al pensiero, per cui non c’è nessun pensiero labirintico. Anche perché, tolto il fare, tutti pensieri sono labirintici.
La corda e il filo d’Arianna non stanno nel labirinto, non sono una proprietà del labirinto.

Per Jacques Attali, l’errore è condizione del progresso, del ritmo del tempo. "La costruzione di una teoria scientifica non cessa d’essere un labirinto. L’errore resta la condizione del progresso". Ma l’itinerario non è progressivo né regressivo.

Il labirinto di Attali, per quanto si avvolga su di sé come l’uroboro, dissipa la credenza nell’uomo rotondo o quadrato. E lo stesso labirinto come geometria della conoscenza non riesce più, e del resto non è mai riuscito.
Il labirinto di Attali è una tentazione impossibile, e introduce un controsenso nella strada di tutti.

Nessuna gnosi del labirinto, non c’è conoscenza dell’uomo come labirinto, perché l’assenza di gnosi dell’uomo è data dall’ammissione del figlio nella parola. Non c’è più il centro del labirinto, perché il centro è vuoto, e come sembiante è condizione del labirinto.

Quale il labirinto che Attali trova anche nei sogni da decifrare per giungere al cammino della saggezza? È ancora il labirinto nel cerchio. La scommessa richiede il cammino della saggezza come cammino del l’identificazione e non più come cammino della conoscenza. E la saggezza di Jacques Attali incrina ma non dissipa la credenza nella conoscenza.
Il testo scritto sulla parete della prigione, del labirinto stesso, è un ricordo di copertura, è il discorso della morte al posto dell’esperienza di vita.

Attali crede nel nomade come creatore di Dio. Mentre ciascuno è nomade delle galassie, e non trova riparo nell’ombra del creatore e nel viaggio. Dio opera alla scrittura. E la solitudine rimane impartecipabile.

Non ha torto Attali di dire che Dio è antropomorfo, per l’appunto fatto a immagine dell’uomo, è l’altra faccia dell’uomo, Dio è l’uomo animale, nel senso che nel labirinto si tratterebbe sempre dell’uccisione dell’animale.

Dire nomade non implica di diventarlo, e solo rappresentato potrebbe trovare il suo futuro nel misticismo, come propone Attali, per l’appunto, il paradiso senza il labirinto, cioè il paradiso ideale come promessa del labirinto senza il paradiso. E per questo Attali va da un labirinto all’altro, e per quanto dica la formula del "labirinto dei labirinti", non accoglie il paradosso dell’infinito potenziale.

Quindi la chance sta nell’intervallo, nel transfinito che sospende la credenza nel cerchio.

Christiane Apprieux, artista, codirettore di "Transfinito".


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19.05.2017