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Analisi delle mitologie del cuore

Il cuore intellettuale

Giancarlo Calciolari

L’approdo è della nave, alla qualità; mentre l’approdo alla costa è nella circolarità. Lungo la navigazione, il cuore entra nella fiaba e nella favola della parola originaria: sino al cuore del pianeta e al cuore delle galassie.

(14.12.2009)

Il cuore come cifrema, come proprietà della parola, ossia senza più la gnosi, senza più la conoscenza, senza più la metafrase dei luoghi comuni, trova i primi termini del suo statuto intellettuale già nel Genesi, dove non è questione di conoscenza ma di albero della vita. È stato preso l’albero della conoscenza del bene e del male come albero della vita: quasi che l’economia del male, prendendo il bene come ideale supremo, riuscisse a raggiungere l’albero originario.

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Hiko Yoshitaka, "Equivoco", 2003, ceramica, cm 28,5 x 28,5

Ci sono due alberi nel Genesi, e non uno solo. L’albero della vita non sta di fronte, rappresentato come albero della conoscenza. E l’albero della conoscenza è l’albero parallelo, l’albero delle copie, dei doppi, dei sosia. Lo pseudo-albero nemmeno all’infinito raggiunge l’albero della vita per farsi prendere come l’originale. Accorgersene richiede la scienza della vita e la lettura originaria, che dissipa il discorso della morte. La cifrematica è la scienza della vita che vanifica la credenza nella conoscenza delle cose, che è sempre conoscenza della morte, significazione della fine delle cose.

Nella Bibbia l’ipotesi della conoscenza, ossia della rappresentazione, è già dissolta. In particolare, nell’Esodo, il Signore dice di non farsi idoli, di non farsi immagini di ciò che sta in cielo, di ciò che sta in terra e di ciò che sta sott’acqua.

Come gli umani tengono conto di queste indicazioni? Pare quasi in nessun modo. La filosofia è china nell’adorazione della rappresentazione (da amare o da odiare), della presentazione, della presenza, dell’ente, dell’essere. E la teologia quale compromesso tra il monoteismo e il politeismo è giunta all’Essere supremo, a un dio che è un superuomo, nel senso di iperumanizzato. La filosofia appende l’essere e l’avere all’albero della conoscenza. La rappresentazione è l’altro nome del ricordo, che è sempre di copertura.

Certamente, Freud esplora i paradossi del discorso filosofico e lo irride quando a proposito dell’oggetto parla di rappresentante della rappresentazione. Ma ancora Lacan è affascinato dalla presenza e dall’assenza, che ritrova nell’algebra booleana e che pone a fondamento della catena significante: dove un significante rappresenta un soggetto per un altro significante.

E a proposito del cuore, quante rappresentazioni se ne sono fatte gli umani, dalla letteratura alla filosofia, dalla medicina alla psicanalisi? Il cuore come metafora del centro della vita e delle emozioni. Dal cuore di Ulisse che latrava di Omero al cuore di tenebra di Conrad, al cuore di cane di Bulgakov. Dal cuore di leone al cuore di pietra. E già c’era la metafora del cuore di pietra e del cuore di carne in Ezechiele (36,26): "E vi darò un cuore nuovo... E toglierò dal corpo il vostro cuore di pietra e darò a voi un cuore di carne".

Prima è cominciato con il cuore, che gli antichi credevano la sede della memoria, delle emozioni, dei sentimenti, delle passioni, dei pensieri, dei desideri, dell’intelligenza, della volontà. Poi, si è introdotta la testa, il cervello, la ragione. Apparentemente ci sarebbe la questione di attribuire la direzione della vita al cuore o al cervello (e ogni organo avrebbe le sue ragioni). La psicoletteratura sull’argomento va dal cuore nazionale di Edmondo De Amicis al cuore personale di Susanna Tamaro. Del resto, se la testa è tra le nuvole, può capitare l’abbaglio di andare nella presunta direzione di dove porta il cuore. Dove va questo cuore? Circola. L’ipotesi è quella del cervello senza intellettualità, senza direzione: e in tal senso il cuore si confermerebbe come organo. Fantasma di fantasma, come lo chiama Peirce.

Il cervello senza il cuore? Il cuore senza il cervello? Il cervello freddo, senza il caldo delle emozioni? La testa calda? Il sangue bollente? Il sangue freddo? Amare con tutto il cuore? Occorre un gran cuore? Essere senza cuore? Avere un cuore di pietra? Parlare al cuore di una persona? Parlare al cuore del popolo? Mirare al cuore dello stato? Lasciare le cose al buon cuore dell’altro? Non credere al proprio cuore? Donare il cuore a qualcuno, per poi essere senza cuore? Stare a cuore? Sentirsi stringere il cuore? Un tuffo al cuore? Struggersi il cuore? Avere a cuore? Prendersi a cuore? Spezzare, trafiggere, strappare, schiantare il cuore? Rubacuori? Perdersi di cuore? Cuori solitari? Qual è il cuore che misura il sangue a partire dalla sua economia nell’ultima goccia? Qual è il cuoreil cui sangue è diventato bianco, comune, santificato? Il cuore della vita? Il cuore del pianeta? Il cuore del Vaticano? Il cuore del Kremlino? Il cuore di Pechino? Il cuore dell’Europa?

Illocalizzabile il cuore, come il cervello. Qual è il cuore della vita senza più centralismo né marginalismo? Il cuore della memoria? Il cuore della vita, senza più la conoscenza, non ha più da combattere per una presunta centralità da togliere al cervello. Il centro della vita è stato posto ora nel cervello, ora nel cuore, dopo avere esautorato il fegato quale sede specifica dell’essenza umana. Ne è rimasto un residuo: di qualcuno che ha coraggio (che avrebbe un cuore forte) si dice ancora che ha fegato. E la metafora del coraggio si compie dallo scoraggiamento all’incoraggiamento, quale modo di circolare su e giù e sempre con paura, cercando la concordia ideale: l’accordo (nell’etimo influenzato da corda), che si realizza come discordia. Questione di frutti dell’albero della conoscenza, che nelle sue elegie duinesi Rainer Maria Rilke moltiplica negli "alberi di cordolio in fiore".

Il centro non è dispositivo. È condizione. È la carne. E il cuore non è di carne. Il centro della vita è il sembiante. Centro vuoto, punto vuoto. È stato posto ora nel cervello ora nel cuore, ovvero nel tempo come durata, affinché il centro nasca e poi finisca; insomma, per un controllo del centro e della periferia.

Ora, che il centro della vita stia nel cervello o nel cuore corrisponde a prenderli per macchine del tempo: l’una lo risparmia e l’altra lo misura. Il cervello, naturale o artificiale (il computer) ci farebbe risparmiare il tempo e il cuore ci darebbe il ritmo naturale della vita. Ritmo cardiaco, animale. Il cuore artificiale? Il pendolo, il metronomo, il termostato, l’orologio. Anche i polmoni come macchine di respiro, il fegato e i reni come macchine di filtraggio. Sempre il corpo umano come macchina di Cartesio.
Il centro della vita nella gnosi, quindi, prima nasce e poi finisce. Le sue macchine si basano sulla fine del tempo. Eppure il cuore, senza più la dogana della durata, non è più pendolo né metronomo né termostato né pompa né tamburo.
Condurre la vita basandosi sul cuore e sul cervello che si fondano sulla fine delle cose, da una parte vale a imbattersi nell’infarto e dall’altra nell’ ictus. Il colpo al cuore e il colpo al cervello.

Il centro non è dispositivo di direzione, non è dispositivo di vita: è la sua condizione. Il centro è la carne. Verdiglione scrive che solo con Cristo avviene l’introduzione della carne. Prima c’era il cadavere. Il soma. Anche nella Bibbia, le indicazioni rispetto al cibo e al mangiare riguardano quali animali mangiare e quali non mangiare. L’animale è ancora lì. C’è ancora la questione dell’animale, del quale non dovremo crearci idoli. Non va da sé che gli umani vadano diritti al cibo. Non c’è questo contatto diretto con il cibo. L’animale sbranato non va mangiato. È un’indicazione clinica, oltre che biblica. Però, ancora, c’è il cadavere dell’animale sbranato. C’è il sospetto di divenire immondi toccando il cadavere. C’è ancora una dietetica negativa. Non è ancora proibizione, ma un’indicazione, spesso paradossale.

"Non mangerete i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male", ma non perché non si possa farlo, o perché sono proibiti, ma perché non c’è questo albero di fronte. Eva lo pone nel mezzo del giardino, e è già un ricordo di copertura. E leggendo il Genesi, si trova che Dio nel centro del giardino pone l’albero della vita: non dice mai dov’è l’albero della conoscenza del bene e del male, del quale dice: "Non mangerete i frutti". Sono indicazioni paradossali.

Nel Genesi c’è la cifra di alcune questioni. Il Genesi dà per acquisito che non c’è cucina del sacrificio, che l’animale non potrà mai stare al posto di Dio. In Totem e tabù Freud arriva a dire che l’animale totemico è il sostituto del padre morto, del padre messo a morte, tolto: non sostituto del padre. Perché il padre non muore. E il nome del nome non resta. Il sostituto dell’elemento negato è animale. L’ariete non sta al posto di Isacco, non sta al posto di Abramo, non sta al posto di Dio. Non sta al posto dell’idea.

L’animale, anche il serpente, è l’angelo che abdica, è l’angelo che prende paura, è l’angelo caduto, è l’angelo decaduto. L’infanticida.

È curioso come il cuore sia sede dell’anima (dallo stesso etimo sorge "animale"), dell’intelligenza e delle sensazioni già per Cicerone e poi risulti la sede del male, della malattia, del peccato. Per Calvino: "L’anima è una spelonca piena di tutte le immondizie e di tutti i fetori", e per Pascal: "Il cuore dell’uomo è vuoto e ricolmo d’immondizie". Sia Pascal che Calvino evitano la transustanziazione e l’uomo diviene un tubo di circolazione della sostanza, ora mondizia e tal’altra immondizia.

La carne, non il cadavere. E il cuore non è di carne, non è il cuore che Ezechiele vuole dare all’uomo, e non è il cuore che l’uomo vuole dare all’uomo per trapianto chirurgico come cuore di porco o per trapianto fantastico come cuore di cane.

Noi possiamo intendere perché Ezechiele dice vi toglierò il cuore di pietra e vi metterò il cuore di carne. Perché chi non accoglie il messaggio, chi non accoglie la via senza compromessi, come risultato ha il cuore di pietra. Ma non si tratta di una metafora chirurgica di sostituzione di un organo a un altro. Anche perché il cuore di carne è il cuore di cane, il cuore zoomorfo o antropomorfo. E il cuore di carne è il cuore di pietra: si tratta di un omeomorfismo, ossia di un frutto della topologia fantastica.
Bulgakov in Cuore di cane esplora il trapianto dell’essenza umana nel cane, che diventa sempre più uomo eppure mantiene il cuore di cane. E poi, l’umanizzazione del cane comporta la canizzazione dell’uomo. Il cinismo. La canaglia. Per Bulgakov, il cane che umanizzato rimane cane è l’araldica del comunismo.

Il cuore non è cuore di tenebra né cuore di cane. Non è centro del sosia umano, né centro del sosia animale. Ritenendo di avere un buon cuore d’uomo, che cosa succede nell’impresa di vita? Capita di distogliersi dalla direzione dell’impresa, e di stare molto attenti alla propria e all’altrui caninità: al proprio cuore di cane e al cuore di cane degli altri. Cuore di cane o cuore di lupo. Bisogna stare attenti a preservare il proprio buon cuore e a non offendere il cuore dell’altro. S’instaurano dispositivi conformisti per una rappresentazione che dovrebbe diventare un simbolo condiviso da tutta l’équipe. E qual è l’intervento? Non più in modo originario, ma come sosia di se stesso.

Qual è il sosia? Quel personaggio dal cuore di cane o di lupo che cerca il compromesso per evitare il cannibalismo nel quale si adagiano i tutti: tra cuor di leone e cuor di coniglio. Personaggi dal cuore duro o tenero, dal cuore buono o cattivo, dal cuore grato o ingrato, dal cuore forte o debole. E l’animalismo dell’Altro richiede l’animalizzazione del pianeta. E il capitano non bada più ai dispositivi di direzione, ai dispositivi di riuscita. Non bada alla strategia, all’intellettualità, alla qualità della vita, ma pensa al cannibalismo ambiente, a come fronteggiarlo. E allora deve instaurare dispositivi convenzionali, zoomorfi, affinché, per esempio, chi è ritenuto essere il secondo non lo divori.

Quindi, affermare che il cuore non è il centro del sosia, dello sdoppiamento umano, non è un dettaglio teorico e astruso. È una credenza foriera di contraccolpi e di contrappassi quella nel sosia. Copia dell’altro che è sempre una cattiva copia di sé. Mentre il sé è originario e non ammette rappresentazione, nemmeno nello stress: il cuore non è stressato, perché procede dallo stress, l’altro nome della forza di vita.

Perché il cuore non è il centro del sosia? Perché non c’è il punto che nello spazio si divide e si duplica e si serializza. Perché il punto è atomo, e come indica il suo etimo è indivisibile. Il centro, il punto, è quel che distingue della serie il sentiero dal bordo. Joseph Conrad in Cuore di tenebra vede la ciurma, ovvero conosce già l’itinerario dell’uomo. E dice che l’ultimo compagno, il reietto ci restituisce a noi stessi. Noi? "Noi" come indice dell’infinito o come indice di un collettivo di duplicanti? Per Conrad, l’ultimo compagno è il sosia, poiché questo altro reietto sarebbe una parte di noi.

"Il nostro compagno segreto - il nostro cuore di tenebra - è un tamburo invisibile percosso dai suoni dell’aria, un vuoto buio, pieno di echi selvaggi". Il cuore di tenebra di Joseph Conrad è il cuore dell’animale uomo, dell’uno che si divide in due, si doppia e ogni doppio potrebbe essere lui. Dal re dei re allo schiavo dello schiavo. Il cuore del sosia.

Questa fantasmatica del sosia, quale toglimento richiede per sorgere come sentinella assurda della vita? Viene tolta l’originarietà dell’uno, che diviene preda del mondo degli originali e delle copie. E l’originale è copia, poiché la copia stessa non è originaria.

Sembra una gran cosa, quando qualcuno vede tra i reietti - che non esistono - suo padre o sua madre, suo fratello o sua sorella, suo figlio o sua figlia. E già vedere reietti è una forma di razzismo, ancora più se si ammanta di altruismo. Ognuno vede nell’altro il proprio grottesco autoritratto.

Chi porge la mano intellettuale all’ospite non ha di fronte un reietto e nemmeno un eletto. Vedere in qualcuno un personaggio fatto a propria immagine vale a togliere l’Altro, a metterlo a morte, a sopprimerlo. È una forma estrema di razzismo. È negare l’ospite. L’ospite è senza rappresentazione. Neanche dell’ospite c’è immagine. L’ospite è inimmaginabile, incredibile, non è mai quello. Né eletto né reietto.
Qualcuno potrebbe aspettarsi solo ospiti eletti alla sua tavola.

Allora, il nostro cuore di tenebra è un tamburo invisibile, percosso dai suoni dell’aria, un vuoto buio, pieno di echi selvaggi? Un tamburo, sempre macchina per misurare il tempo, per scandirlo. Un tamburo percosso dai suoni dell’aria? È un organo naturale. Un tamburo organico ai suoni d’aria. Rappresentazione impossibile dell’organo umano. Il cuore è un vuoto buio? C’è qualcosa del centro vuoto ma riempito di buio. Un vuoto buio pieno di echi selvaggi? Voci naturali, quali altra faccia della vox populi dei reietti. Cuore selvaggio, cuore di tenebra. Il sosia dentro di noi è una bestia. E qual è questo uomo che è già doppio, e dentro di sé alberga una bestia? Hobbes. Homo homini lupus. È un’invenzione di Conrad? L’animale uomo o l’uomo animale. Il cuore del sosia è il cuore dell’animale razionale di Aristotele. Il cuore come metafora dell’organismo, del corpo realistico, dell’immutabile.

Freud annota che l’organo è appena zona erogena nella sembianza. Nulla di organico, nemmeno al partito e nemmeno alla chiesa: così il cuore non è centro del sosia umano né centro del sosia animale.

Le cose, dice Armando Verdiglione, procedono dal due, dall’apertura, non dalla chiusura (che richiederebbe di spaccarla in due, di fenderla, per effrazione, per rottura). Anche il cuore procede dall’apertura. E c’è chi sostiene che occorra avere il cuore rotto a ogni indugio per dirigere un’azienda. Ma evitare il cannibalismo rinunciando al cuore vale a immolarsi. L’azienda è destinata a bruciarsi in olocausto a un dio fatto a immagine dell’imprenditore.

Il doppio, il sosia, inquieta l’America di Conrad e la Russia di Dostoevskij. Come sorge? Applicando il principio d’identità ognuno vede doppio, ognuno vede il doppio dell’altro. Se il cuore non è il cuore della vita originaria, come introduzione al transfinito, ognuno vede nell’altro il suo doppio senza cuore che lo ucciderà.
È solo l’estremo realismo di chi toglie il sogno e la dimenticanza, il fare della vita, che avrebbe quel realismo chirurgico da strappare il cuore di qualcuno per dire che è un organo. La dimostrazione è sempre un massacro.

Il cuore e il cervello non costituiscono un sistema bipolare in lotta per l’egemonia della vita. Il centro della vita è la carne, sempre irrappresentabile. Nel senso dell’incarnazione delle cose. Nel senso del verbo che si fece carne. È la carne intoccabile, della quale non c’è più sacrificio né olocausto. La carne della transustanziazione. Non è la carne dell’animale la cui trasmutazione con la cucina porterebbe al cotto non più immondo e che possiamo mangiare. Questi sono aspetti che si trovano nella cucina dell’Antico Testamento prima, e che permangono nel compromesso tra cristianesimo e paganesimo. Con Cristo s’instaura la carne non più cucinabile, è la carne come colore della vita, come specchio, come sguardo, come voce. Non la carne come specchio della società, non la carne come lacerto dell’animale da vedere, da significare.

Cristo sospende la conoscenza nell’animale e nell’animalismo. Né pasto del figlio, né pasto del padre, né pasto di Dio. Non c’è più pasto di amore e pasto di odio: gli umani si cibano di nutrimento intellettuale e non di amore e di odio. Né pasto del cervello né pasto del cuore.

È così raro incontrare i tentativi impossibili della cucina magica e ipnotica? Mangiare il cervello e mangiare il cuore apparentemente sembra quanto di più lontano dalla nostra società, invece è quanto di più comune. L’uomo comune divora il cervello e il cuore dell’Altro. L’alter-ego, l’x-man, il braccio destro, il delfino, il miglior allievo mangiano il cervello dell’Altro.

Quale necessità intellettuale c’è nell’epoca odierna di mostrare l’ombelico? C’è qualcosa che attiene a un progetto e a un programma di vita nell’obbligo sociale per le ragazze di mostrare l’ombelico? Il luogo di origine naturale? Si tratta di un progetto e di un programma di vita convenzionale. Che cosa mangiano queste fanciulle? Mangiano il cervello comune e appendono alla collana (secondo un mito raccontato da Claude Lévi-Strauss ne L’uomo nudo) il cuore dei ragazzi come monile. E così i ragazzi con indosso la maglia del giocatore di calcio di successo si rappresentano come prostrati, appesi e pendenti. E così avranno il cuore di tenebra da economizzare per realizzare l’ideale del cuore di luce.

Tali questioni sono pragmatiche e non astratte o libresche o morali. E le aritmie in crescita o in calo - accelerate o decelerate - emergono come contraccolpi a quel discorso che fa del cuore la sua metafora privilegiata. Scrive Boris Pasternak nel Dottor Zivago: "Le pareti del mio cuore erano di carta"; ma ognuno è fatto di carta già stampata o, per dirlo come Schreber, è fatto fugacemente.

Le aritmie emergono come contraccolpo all’impossibile naturalizzazione del ritmo della vita, al tentativo di gestire il ritmo della vita con un ritmo animale. Curiose naturalizzazioni, che non sono altro che algebra e geometria della vita. E ritmo animale che si precisa spesso come ritmo cardiaco. Le musiche postmoderne sono spesso scandite da un ritmo caricaturale del battito cardiaco. Con l’algebra di Boole possiamo ottenere infinite musiche cardiache. Ovvero il ritmo cardiaco non è più il ritmo della vita, perché non lo è mai stato. Il ritmo non è naturale.

L’interesse per le musiche cardiache va a spasso con la mostrazione dell’ombelico. E di quant’altro. Sono occasioni, apparentemente perse, per interrogarsi sul ritmo della vita. Perché non sono malattie, non sono il male. Anche il contraccolpo, l’infarto come risposta all’impossibile realizzazione del discorso ossessivo, è un indice della struttura delle cose, della sua intoglibilità. Non è il male della vita, ma la vita nella sua insopprimibilità.

Qual è la credenza, non solo del discorso ossessivo? Il cuore come sede delle emozioni, tagliate in due: buone e cattive. Il cuore come sede reale del male, del negativo, del peccato, dell’incesto; e come sede ideale del bene, del bello, del positivo. E le stesse cose sono state dette e si dicono intorno al cervello.

Omero, Odissea, XX: "Il cuore di Ulisse, dentro latrava... E battendo sul petto egli reguardiva il suo cuore: ’cuore, sopportasti ben altra vergogna...’. Disse così Ulisse assolvendo il suo cuore nel petto. E si acquietò, il suo cuore, obbediente."
È un colloquio con se stesso, quello di Ulisse? Forse tra cuore e cervello? Il cuore reguardito è metafora di un corpo all’interno di un altro corpo. È il sosia che ognuno avrebbe dentro di sé. Ulisse parla al cuore come se parlasse a un altro sé. E non può che parlare a sé sdoppiandosi.

Dovrebbe forse autocontrollare il suo cuore? L’infarto è il contraccolpo all’autocontrollo del cuore. La battaglia è di ciascun istante e Ulisse non ha più tempo per parlare al suo cuore. Non ha più tempo per coltivare il ricordo. È così che Ulisse non muore d’infarto. Il ricordo varrebbe a rimettersi nello spirito. Il ricordo può intervenire come "malattia" del cuore, poiché rincuorarsi avverrebbe nella presunzione di essere deboli di cuore. Quando il ricordo pesa, c’è il contraccolpo dell’occlusione, dell’infarto. Quando nella scalata sociale si rischia di fare en-plein, può giungere l’occlusione come sentinella intoglibile dell’apertura e del punto vuoto. E risulta inattribuibile il due al cuore nel cuore aperto e nel cuore chiuso. Metafore della sincerità e dell’omertà.

Come si dissipa la credenza nel doppio, che tanto affascina Conrad e Maupassant, Dostoevskij e Borges? Facendo. Poiché Ulisse, come accade, potrebbe avere capito tutto e proprio per questo non menare nessuna battaglia; e morire d’infarto, al colmo della conoscenza.

Nessuno è esente dal fantasma. Anche in un itinerario dove c’è traccia dell’intellettualità può capitare di rappresentarsi le cose, ovvero l’assurdo. Facendo non c’è più algebra né geometria del tempo. Chi vede le cose misura il tempo, lo risparmia. Tolto il tempo per via della sua misura, ognuno ha cuore alle cose, ognuno si cura di sé e si cura dell’Altro; e farà quando raggiungerà l’accesso, la soglia del fare. E intanto sopravvive. È chiaro che nessuno la pensa così: nel realismo stremato del due più due fa quattro. Per ciascuno, due più due fa dieci. Questione di aritmetica, non di algebra

Anche la stalla sta nella parola. Cristo non conta gli apostoli, che non sono né una buona né una cattiva dozzina. Cristo moltiplica, non algebricamente. Le cose crescono, questione dello zero. Le cose si quantificano e si qualificano, questione di transfinito.

Sfatare la fantasia di origine (stalla o stella) è sfatare il realismo cannibalico attribuito al Signore dai farisei. Il realismo è senza progetto e senza programma di vita: è naturalistico. L’umano dal cuore naturale, sia che abbia un cuore di cane o che abbia un cuore di leone, sia che abbia un cuore di pietra o che non abbia cuore, si crede soggetto. Nel Genesi c’è già il soggetto come assurdo, come creazione fantastica: il prostrato, colui che si prostra davanti agli idoli. Il prostrato si getta, si fa sotto, si fa soggetto: è soggetto. Chi si prostra a adorare l’impossibile rappresentazione delle cose si sdoppia, si quadrupla, dalla doppia coscienza alla personalità multipla, si moltiplica algebricamente e geometricamente e si fa legione. Si fa diavolo e s’incarna nelle pecore (mantenendo il lupo in posizione ideale per la perfetta padronanza cannibalica) e si butta nel burrone.

Capita che la sensazione dello scorrimento del tempo colpisca il cuore dell’uomo di disperazione; ma il tempo non passa e non scorre. Se passasse lo potremmo misurare e se scorresse lo potremmo risparmiare. Queste rappresentazioni sono le due mnemomacchine impossibili: il cervello per risparmiare e il cuore per misurare.
Come comincia il cuore intellettuale? Comincia con la sospensione della presunta rappresentabilità delle cose. Questione di vita e di morte. L’albero della vita. L’apertura. Mentre la gnosi si pone il dilemma tra il bene e il male dell’albero della conoscenza. E la pretesa di conoscere se stesso non cessa di fare suicidi, mentre la pretesa di conoscere l’altro non cessa di fare omicidi.

Questa è la teorematica, lungo quanto Armando Verdiglione indica come il cuore non sia una macchina per misurare il tempo. Si tratta di un commento al testo di Armando Verdiglione?
"Noi" siamo suoi lettori e ci atteniamo alla libertà della parola. Sì, siamo in questa barca, in quest’avventura. Certamente, come Pietro il pescatore, che ha inteso il messaggio di Cristo, seppur con qualche cedimento. Ma quanti pescatori incontrarono il messia, anche imbattendosi nel suo messaggio, e poi continuarono a pescare come se non fossero mai sfiorati dalla questione della vita assoluta? Nulla li tocca di questa nuova avventura. Allora, noi possiamo trovarci sulla barca e avere una direzione verso la qualità e essere tentati dallo sbarcare sulla costa, e fare così come fanno tutti. Ma di quale cervello ci nutriamo quando sbarchiamo? "Così fan tutti": ci nutriamo del cervello comune. Il cervello convenzionale. In tal senso siamo il sosia di noi stessi.

Il commento non è del testo, poiché il testo del commento è il commento stesso, quale elusione del testo. Il testo è da restituire e rimane sempre incommentabile. Il commento è del ricordo che ognuno ha dell’impossibile cancellazione della traccia.

Ecco il commento - che è un lamento - che la moltitudine fa all’esperienza di Mosè: "Come stavamo bene quando eravamo vicini alla pentola della carne e mangiavamo pane a sazietà". L’accusa è di avere trascinato la moltitudine nel deserto a morire di fame e di sete. La moltitudine è "morta di fame e di sete" non a causa di Mosè, ma lo era proprio sin da quando si credeva vicina alla pentola della carne mangiando pane a sazietà. Solo il morto di fame sta vicino alla pentola della carne. E Mosè si accorge che la lamentazione si rivolge a Dio e non all’uomo Mosè.
L’ingratitudine procede dall’uno che si divide in due, anche nel caso della moltitudine. E la gratitudine che si attiene al quantificatore universale risulta la sua altra faccia.

Dal capire qualcosa all’intendere nella vita l’essenziale, c’è il varco del fare. Questo non lo garantisce nessuno. La garanzia è illocalizzabile nella persona. Garante è il sembiante, non il luogotenente della rappresentazione.
Freud e Lacan vivono a lungo. Eppure muoiono di cancro. L’uno al palato, l’altro all’addome. Qual è il cibo del cancro al palato e del cancro allo stomaco? È il lupo, è l’agnello? L’animale nell’animale? La soggettività residua e inanalizzata di Freud e di Lacan.

L’animale anfibologico è il modo d’introdurre il due. L’animale senza ontologia, senza genealogia delle forme: anche senza la forma-lupo e la forma-agnello. E dal due procede il cuore della vita, che non è più il centro del due, il cuore della genealogia. Non è cuore dell’animale anfibologico. Il cuore come indice dell’introduzione dell’infinito nella vita.
È questa l’assiomatica del cuore della vita? Il cuore è dispositivo del ritmo? È dispositivo pragmatico? L’assiomatica già distoglie il cuore dalla conoscenza. Il cuore è senza più gnosi. Senza la disputazione nomenclaturistica per la centralità o per la marginalità del cuore e del cervello. L’assiomatica comincia con la sospensione della presunta rappresentabilità delle cose. Tale è l’indicazione biblica.

Dante: "mangiare il cuore"! Il cuore come ironia. Leonardo: il cuore è "in strumento mirabile intenzionato dal sommo maestro". Il cuore come strumento. Machiavelli: "parlare da cuore o parlare con arte". Il cuore non più naturale. E procedendo lungo questa via, la cifrematica distoglie il cuore dal totem e dal tabù. Armando Verdiglione nella Peste parla del cuore del tempo. E altrove, ne Il giardino dell’automa: "La mnemotecnica assolda il cuore al servizio della psicocardiopatologia". E nell’Albero di San Vittore Verdiglione parla di "dolori al cuore". Mentre nella Congiura degli idioti: "La metafora del cuore mostra l’automa come il tempo misurabile".

Il cuore senza più misurabilità è il cuore senza più la morte: il cuore che non è più veicolo della morte bianca, della moratoria universale, che con gli affari di cuore - sentimentali, emozionali, chirurgici o farmaceutici - cerca invece il purissimo business che monderà l’immondizia trovata dagli operatori ecologici Calvino e Pascal (che ha perfezionato il calcolo delle probabilità per vincere al gioco della vita come lotteria, come lottizzazione del pianeta).

L’approdo è della nave, alla qualità; mentre l’approdo alla costa è nella circolarità. Lungo la navigazione, il cuore entra nella fiaba e nella favola della parola originaria: sino al cuore del pianeta e al cuore delle galassie.

Intervento al congresso "Il Cuore", Milano, 4-6 luglio 2003, Villa San Carlo Borromeo.

"Il Cuore. Atti del congresso internazionale", Spirali, 2004, pp. 231, € 25.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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19.05.2017