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Una questione che riguarda i più e non solo qualche caso isolato

Cos’è il cannibalismo?

Giancarlo Calciolari

Occorre l’anoressia intellettuale, che non è l’inappetenza: non c’è nulla da appetire, anche perché la sostanza è ipostasi e implica la realtà dello "stare" in luogo del fare. Facendo ciascuno vive d’aria.

(1.08.2004)

Sottrarre la vita al cannibalismo, restituirla alla sua intellettualità, richiede l’analisi del cannibalismo. Scrive Armando Verdiglione in "Homo cannibalis" nel libro "La famiglia, l’impresa, la finanza, il capitalismo intellettuale" (2002) che sul cannibalismo di massa si fonda un business gigantesco, che ha chiamato il business della morte. E quindi si tratta anche dell’analisi di questo business.

Luciano Loatelli, "Metamorfosi", olio su tela

Il cannibalismo è un dettaglio museografico degli orrori nella storia dell’uomo? Oppure è rimasto in una sola tribù antropofaga sfuggita al cannibalismo del turismo di massa nella geometrizzazione del globo che, per altro, non lascia una casella inesplorata? Potrebbe anche essere svanita l’ultima tribù e l’uomo cannibale emergerebbe incomprensibile e spaventoso come una rarità? Lo riscontriamo solo in occasioni speciali come quella dei sopravvissuti nelle Ande del 1974, oppure come nell’episodio d’Issei Sagawa, del 1981, il giovane giapponese che aveva divorato l’amica olandese che l’aveva rifiutato? Oppure nel caso del divoratore di genitali, il russo Andrei Chikatilo, maestro e commesso viaggiatore, che negli anni 80 violentò e uccise 52 persone? Oppure nel caso del cuoco del Montana, Nathaniel Bar-Jones, che negli anni 90 avrebbe ucciso e mangiato diversi bambini? Oppure nel caso del perito elettrotecnico Armin Meiwes che nel 2001 ha divorato vivo un ingegnere "abbastanza" consenziente?

Nel diario del 23 novembre 1492 Cristoforo Colombo scrive in spagnolo per la prima volta la parola caníbal, "cannibale". E poco prima, domenica 4 novembre 1492, aveva visto degli uomini con il volto mascherato da cane e divoratori di uomini. Cannibale è mutuato da canis (cane) e caniba (termine arawak: cattivo, feroce), nome di una popolazione delle Antille, variante della radice car (termine arawak: saggio, bravo, forte), dalla quale viene caraibi.

Già per l’ebreo cattolico Cristoforo Colombo, il cannibalismo pone la questione dell’antropofagia e dello zoomorfismo. In parte, il cannibalismo è cinismo, canismo: l’uomo come cane. Nella mitologia greca, verso le Indie, ci sono dei selvaggi con la testa di cane che abbaiano. E il barbaro, escluso dal sistema aristotelico, è coniato come parola per omofonia del ba-ba-ba, come colui che non parla la lingua comune, convenzionale, quella che procede dall’uno che ritorna al punto di partenza, ovvero che procede dalla chiusura contro l’Altro.

"Homo cannibalis: ovvero dell’indifferenza in materia di salute": questo è il titolo completo del capitolo citato del libro di Armando Verdiglione. È indifferenza in materia di vita, poiché la copia divora le copie, mancando sempre l’originario, e non solo l’autore ricercato dai personaggi.
Precisando qualcosa della differenza in materia di vita, quella che Armando Verdiglione chiama "differenza sessuale": le cose procedono dall’apertura e non dalla chiusura; e l’eucaristia, il ringraziamento, è l’interrogazione aperta. Il dubbio intellettuale.

L’apertura non si rappresenta mai come orifizio in cui circola la sostanza, nel senso che la rappresentazione non sostituisce l’apertura. Malgrado l’inesistenza della rappresentazione, la società cerca di fondarsi sull’ontologia, ora sacra ora profana. Nel cannibalismo, l’animale è l’altra faccia di Dio: la zoofagia è l’altra faccia della teofagia.

Nella scala pagana cha va appunto dall’animale a Dio passando per l’uomo, quanti tra i circolatori sistematici (cani esoterici e barbari essoterici) sono in grado di dire "grazie"? Quanti, senza più cinismo e barbarie, si rendono conto che le cose procedono dal ringraziamento e non dall’ingrato gratificante sistema (formato da due o più sottoinsiemi in lotta)? Il ringraziamento è il modo dell’apertura originaria. Scrive Armando Verdiglione: "Togliete il ringraziamento e avete l’homo cannibalis, avete il sistema. Il sistema è cannibale. Questa è la coniazione di Aristotele: la coniazione del sistema" (La famiglia..., 72).

Quando il sistema cannibale (il sistema è il cannibalismo in azione), non solo dell’uno, della sua serie, ma anche del due, dello zero, del tre, dell’Altro, cerca d’installarsi, amando o odiando, tra totem e tabù, dire grazie è ironia, vale a volgere ogni seguimento di sé o dell’altro in proseguimento.

L’homo cannibalis toglie il ringraziamento e non deve nulla a nessuno: ecco l’invidia e l’ingratitudine. L’autonomia e la sua proprietà di essere senza maestri (è un ritornello dell’epoca). L’autonomo non ha da consultarsi con nessuno. Non ha nulla da fare. È tutto scritto nel dna. All’uomo cannibale basta affaccendarsi a morte, anche evitando di lavorare. Deambulare. Circolare, tra l’originale e le copie, affinché nulla emerga d’originario.

La negazione del ringraziamento è già il cannibalismo. L’ingratitudine è propria del cannibalismo, che non si sazia mai e non può mai dire "grazie". E l’inquisizione del sistema cannibale, che esige il "grazie" pena la prigione o la morte, apre la campagna per nuove requisizioni dispiegando ogni cellula sociale. Il nuovo caso mediatico di cannibalismo non è mai l’epifania di qualcosa ma l’alba di un’ondata di una nuova generazione della nomenclatura. Anche nel caso dell’operazione mani pulite quale caccia alla rappresentazione dell’Altro nel "cinghialone", che come ognuno sa è stato sacrificato e divorato tutto.

L’altro aspetto dell’eucaristia, dell’atto di Cristo come ringraziamento, l’altro aspetto è l’alleanza originaria più che nuova alleanza. L’alleanza dalla quale procede il non dell’avere e il non dell’essere è senza più genealogia, per l’appunto dell’avere e dell’essere; alleanza come modo del legame/slegame, della simmetria/asimmetria.
Negata l’alleanza, gli umani fanno cerchio, divorano e si divorano: il cerchio dell’homo cannibalis, con estrema sopraffinatezza, poiché appartiene alla dotta schiera.

Armando Verdiglione si chiede come avvenga che ognuno faccia dell’alimentazione una religione. Tra l’epoca new age di ieri e l’epoca ombelicale di oggi, che mostra l’origine, l’ombelico come presunta origine, come il naturalismo stesso delle cose, ognuno abbocca sempre al cannibalismo. E oggi, nell’occidente, è più religione la dietetica che le cosiddette religioni, sopra tutto per il laicismo. La dietologia è la teorizzazione comune del cannibalismo, che non si sbaglia a dosare le cose, perché "nient’altro viene mangiato se non la materia morta" (La famiglia..., 72).

Le teorie politiche e poi i loro derivati (ideologie, mentalità, moralità) sono cannibaliche. Forse per questo in francese "régime" qualifica anche la dieta.
Franz Kafka afferma che lo scrittore non partecipa al sistema cannibalico. La missione di vita per ciascuno è talmente pragmatica, e non impossibile, che ognuno preferisce rosicchiare il suo osso, il significante della genealogia, che è anche il significante del desiderio dell’Altro, se non fosse che la genealogia esiste solo come fantasmatica.

Verdiglione scrive in Edipo e Cristo la nostra saga: "per lo psicanalista è arduo non rimanere invischiato, e non subire il destino d’Orfeo divorato dalle Baccanti. Le Baccanti sono professioniste di questo discorso? Orfeo è un super professionista perché lo accetta, e accettandolo viene divorato, così diventa la quintessenza della purezza. Questo è il cannibalismo" (68). Dev’essere mangiato il male, per mantenersi amenti o dementi, e pertanto membri dottissimi della schiera.
"In che modo Orfeo può sfuggire al cannibalismo che le donne compiono nei suoi confronti?" (65). A Orfeo, come a Dante, come a ciascuno, occorre tenere altro viaggio, ovvero non adagiarsi nei viaggi preconfezionati, prepagati, previssuti.

È solo con Freud che qualcosa è introdotto della cucina e del cibo senza più la morte, e si trova tra le righe di Totem e tabù (1913). Ma nessuna lettura che si attenga alla conoscenza s’imbatte nel testo di Freud, e in nessun altro. Non c’è lettura da fare del mito della prima festa dell’umanità, di quello che Freud chiama il pasto primordiale, in modo storicistico, e non c’è da fare nessuna archeologia della psicanalisi, la tradurremo ancora in una gnosi personale, attribuirremo a Freud quel che è il nostro fantasma. Si tratta di leggere Freud nell’attuale, ossia di leggere e di confrontarsi con la sua lezione.

Freud narra il mito scientifico del padre. Una fiaba, senza credenza in nessuna verità reale, ovvero senza nessun cibo per il cannibalismo. Gli antropologi, e altri logologi, l’hanno discusso, smontato, confutato. C’è chi ha sviluppato tutta l’algebra dell’attacco contro il ricercatore, che si trova a dire qualcosa che altri non intende, perché non parla la lingua comune e nemmeno il gergo di una casta. Ma non si tratta che fosse vero quel che Freud diceva rispetto a un presunto fatto di vero cannibalismo, ma della materia intellettuale che si trova a articolare di una fantasmatica, che è quella sulla quale si fonda la società: il totem e il tabù.

La società, non automaticamente, si fonda sul totem e sul tabù, sul loro impossibile sistema. Allora: qual è lo statuto intellettuale della societas che non si fonda più sulle genealogie naturalistiche del potere ?
Narra Freud che un giorno i figli si riunirono, uccisero il padre, a torto o a ragione ritenuto il possessore delle donne, dei beni, delle merci, degli oggetti. Lo uccidono per impadronirsi delle donne e delle cose, perché ne erano privati dopo l’essere stati cacciati fuori dal villaggio con la pubertà. Cominciano le questioni. Cominciano i contrappassi e i contraccolpi di questa fiaba, che non sorprende Freud, ma ognuno. L’assassinio del padre per liberarsi comporta l’istituzione di due cose: il totem e il tabù. Ucciso il padre viene eretto un totem, un animale al posto del padre messo a morte, e Freud lo chiama animale totemico.

E permane in Freud una oscillazione tra sostituto del padre e sostituto della sua impossibile destituzione.
Freud non dice che l’animale totemico è sostituto del figlio, che è il modo corrente di leggere l’episodio d’Isacco e di Abramo nella Bibbia. L’agnello, l’ariete, nella Bibbia starebbe al posto Isacco. Lacan ha ribadito che l’agnello sta al posto d’Abramo. E solo così abbiamo una chance d’intendere che non c’è più sacrificio umano, che non c’è più cannibalismo. Che cosa si offre nel paganesimo a Dio? Il cibo. E occorre intendere che per Dio si tratta qui del delegato superione che garantirebbe la serie degli inclusi alla buona genealogia. Mentre il dio minore sarebbe quello della serie degli esclusi.

Com’è che Isacco non è più cibo per Dio? Com’è che Abramo non ha più da divorare il figlio, e com’è che il figlio non ha più da immolarsi, ovvero da autodivorarsi? Perché non c’è il dio cannibale, il dio con la maschera di cane quale garante del cinismo universale, l’altro nome delle genealogie di potere, impotenza compresa, non esclusa la rivolta degli impotenti.

Non solo il totem, ma il tabù: i fratelli hanno compiuto il crimine, per avere le donne e ottengono d’interdirsele (sorge la sacralizzazione, il rispetto, e la desacralizzazione, lo stupro), stabiliscono un limite tra l’interno e l’esterno, e c’è l’endogamia e l’esogamia, all’interno le donne sono oggetto tabù, in particolare la madre. Si tratta di evitare la donna messa in posizione di madre: non è da intendere realisticamente che l’incesto è l’incesto con la mamma. Già credere che le cose siano a portato di mano è l’incesto. La mentalizzazione dell’atto è già l’incesto. Ritenere che l’atto è di pensiero e non di parola è già l’incesto.

Poi, Freud narra dell’uccisione rituale dell’animale. Questa è la ritualità, il ritualismo, non il rito: c’è un rito originario, strutturale. Quindi ritualmente gli uomini, i fratelli che hanno ucciso il padre e che hanno eretto un totem al suo posto, prendono l’animale, lo uccidono, lo divorano: sangue, carne, ossa, sino alla santificazione del sangue comune. Non deve restare nulla del cadavere del totem. E Freud aggiunge alla sua fiaba cose interessantissime per intendere il discorso comune e sfatarlo: i fratelli sono euforici. Freud parla di "gioiosa festevolezza". Ma si lamentano e piangono. Allora non si capisce molto: gioiosi e piangenti? Dalla gioiosa festevolezza al pianto funebre? E si vestono della pelle del capro, ne imitano i gesti e ne imitano la voce.

Allora, sul principio d’imitazione sociale, il conformismo e l’anticonformismo, ci molti elementi su cui riflettere. Quando qualcuno presume di mettersi nei panni dell’altro non fa che vestire dei suoi panni l’Altro. E quindi in tal senso non abbiamo nessun accesso diretto al testo né di Armando Verdiglione né di Jacques Lacan, né di Freud. Nessun accesso diretto al testo che sfugga al controtransfert, ossia al pettegolezzo.

Se noi conosciamo un testo, ci votiamo al commento, che è la tecnica più comune che ci sia dell’università. Il commentatore crede nella torta e prende una piccola parte riducendola in briciole, fondando sulla briciola il rimpasto della sopravvivenza. E così "n+1" è il più grande filosofo dell’epoca perché commenta "n". In altri termini, il transfert senza identificazione forma dei logici matematici sull’orlo della vita, senza alcuna pragmatica, e l’identificazione senza il transfert forma dei politici sull’orlo del crimine, senza alcuna logica.

Freud chiama il mito del padre dell’orda primitiva (ma anche seconditiva, terzitiva...): il primo pasto dell’umanità. La fantasmatica che esplora Freud è il cannibalismo, il sistema cannibale. Qual è l’uomo di questo sistema? È l’uomo cannibale. L’uomo definito dall’animale e dall’altra sua faccia, il divino.

In particolare, nei casi dell’uomo dei topi e dell’uomo dei lupi, Freud inventa la sessualità e sfata l’erotismo, quindi il cannibalismo. Nei Tre saggi sulla teoria sessuale infantile (1903) Freud dice: "l’oralità, il cannibalismo". Eppure serie sfinite di xerox etero e omosessuali si attengono al fantastico stadio dell’oralità e alla sua altra faccia, l’analità. L’oralità, l’analità e la genitalità sono appannaggio del cannibalismo, la forma più diffusa di teoria erotica infantile. L’oralità erotica corrisponde a mordere l’altro o a mordesi (la coda). L’analità esplora l’altra faccia dell’uomo-tubo. E la genitalità si occupa di riprodurre il tubo. Mentre gli esperti del tubo occupano posti gloriosi nella nomenclatura.

Certamente il cannibale è "loico", come dice Dante del diavolo, che povero o ricco sempre diavolo resta, nella sua ontologia del tubo.

Verdiglione distingue fra cannibalismo paterno e cannibalismo materno, tra pasto d’amore e pasto d’odio, tra pasto di solidi e pasto di liquidi, tra pasto sostanziale e pasto mentale, distingue tra cannibalismo e vampirismo. Sono pasti che circolano dappertutto, procedono dal cerchio, i pasti della disintegrazione, quindi, del cerchio.
Il cannibalismo è incondizionato, indeterminato e vago. E per questo vaga.

I cannibali godono tutti di perfetta salute, la salute che viene dal banchetto drogologico e farmacologico, quello che nega la pulsione. Si tratta d’intendere anche come la spirale incommensurabile è tolta a vantaggio del sistema circolare?

C’è chi si accorge che il sistema cannibale può installarsi in un istante. Il filosofo Albano Unia, lettore di Husserl, ha scritto che è il sistema d’Aristotele s’installa in un attimo. Quasi nell’istante zero, per una magia e un’ipnosi tendente all’infinito.

I tre principi del sistema (il principio di non contraddizione, il principio d’identità, il principio del terzo escluso: cioè la morte, il discorso della morte, la morte come discorso) s’installano in un attimo, ma s’installano anche là dove c’è un itinerario intellettuale, basta abboccare a qualche fantasma, ossia a qualche impossibile copia della vita originaria. L’artista, lo psicanalista, l’imprenditore non sono esenti da questo rischio anche quando si attengono all’originario. Non è una tentazione che riguardi solo Gustave Flaubert, Antonin Artaud, George Cantor, Dino Campana, Leopoldo María Panero, Réjean Ducharme...

La Bibbia invita persino a non indugiare sulle sembianze di una donna bellissima. Il discorso della morte direbbe che nessuno è escluso dalla tentazione del serpente: mangiare simbolicamente l’Altro per divorarsi realisticamente.
Per esempio, il mobbing (ri-creazione americana di un universale), una sorta di coalizione di gruppo contro qualcuno: è una forma di cannibalismo, che talvolta è speculare. Orfeo è speculare alle Baccanti, che possono essere anche tutti uomini. Speculare è chi si pone come vittima, in questo caso del mobbing.

Quando interviene la persecuzione, ovvero quando in un attimo il sistema cannibale si applica, certamente come tentativo impossibile, dire grazie è ironia, è volgere la persecuzione in proseguimento.

Quindi, in ciascun momento il sistema cannibale può installarsi, anche lungo un itinerario intellettuale. La tentazione sostanziale e mentale non è dell’Altro. Nessuna lotta contro la tentazione inintellettuale che non la edifichi. Nessuna esclusione del pregiudizio applicando il dubbio metodico di Cartesio. Occorre l’esame linguistico del pregiudizio per giungere al giudizio, senza più soggetto, come accade nell’esperienza di Peirce.

Il sistema cannibale in ogni istante può colpire un prodotto: olio, burro, vino, pane e quindi attribuirgli il bene o il male, attribuirgli la dicotomia. Che cos’è il sistema? E il tentativo di istituire, sistemare, la dicotomia, il due tagliato in due, e allora l’homo cannibalis si trova a avere a che fare con la crescita algebrica inarrestabile, irreversibile del rimedio o del veleno, con contraccolpi, contrappassi e contrattempi, perché lo stesso alimento può risultare rimedio o veleno. La salita e la discesa algebriche e geometriche del rimedio e del veleno: cercato un rimedio si trova un veleno. Allora, mangiare oro può risultare un modo della coprofagia che in ultima istanza è sempre necrofagia. Che cosa mangia l’homo cannibalis, che cosa prediligie? Il cadavere squisito, il corpo del crimine, il cadavere che non c’è, il cadavere del padre che non muore.

Il business del sistema cannibale è quello della morte del padre. E il cannibalismo di massa scimmiotta quello d’élite. Eppure, il sistema cannibale non toglie nulla all’itinerario intellettuale di ciascuno, che invece l’analizza, lo dissolve, e volge in proseguimento le istanze che nega.

Tolta la sembianza, la dimensione originaria dell’immagine, l’apparenza cerca la corrispondenza biunivoca per diventare realtà, e sorge l’ipotesi di che cosa stia sotto l’apparenza. Se si potesse togliere il suo velo...
E allora l’homo cannibalis si agita, si eccita, imita i gesti dell’animale totemico, ne imita la voce, e presume che tolta la sembianza occorra divorare ciò che sta sotto. Il pasto sostanziale è questo, e richiede una certa ginnastica dell’apparenza.

L’apparenza è la mentalizazione impossibile della sembianza nella sua anatomia, nel suo tempo, questo è il pasto mentale. Si tratta di due facce: la sostanzialità e la mentalità. La sostanza: ciò che sta sotto. L’apparenza (quasi un velo sopra la sostanza) è l’altra faccia della morte: è la nozione stessa di fine delle cose. Se le cose appaiono non sono indistruttibili perché possono scomparire, finire.

C’è chi fa l’apologia della teofagia, mangiare Dio, perché? "Questo è il mio corpo, prendetene, mangiatene" è letto come cannibalismo. No, l’atto di Cristo non è a portata d’animale politico. Basterebbe il libro della Genesi per sospendere il cannibalismo, proprio con la lezione del pasto di cenere del serpente. L’Uomo, il Figlio di Dio, viene non per cancellare la legge del Padre, ma per compierla. L’atto di Cristo è la sospensione del cannibalismo, che si è esercitato al massimo grado contro di Lui, contando sulla presunta assenza di scrittura e di traccia, ovvero di copertura sociale.

Ironia estrema, "prendetene e mangiatene tutti" è la transustanziazione, l’assenza di sostanza; ma questo c’è già, incompiuto, nella Bibbia, c’è già nel Genesi. La tentazione di Eva è quella formulata dal serpente, di mangiare il frutto per avere la conoscenza del bene e del male, attribuita a Dio. Chissà perché Dio dovrebbe essere così semplice e banale (umano) da avere la conoscenza del bene e del male?

Ognuno è nudo come il serpente, che forse non è astuto. Il termine ebraico per astuto e per nudo è lo stesso termine, perché non c’erano le vocali. Alcune traduzioni dall’ebraico danno il serpente nudo non il serpente astuto e questa nudità, guarda caso, è quella di Adamo. "Ora tutti e due erano nudi, ma non ne provavano vergogna". Poi, dopo la caduta, "si accorsero di essere nudi". E Adamo, uomo, terrestre, interpellato da Dio ("Dove sei?"), risponde: "Ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto". Adamo ha vergogna. Prima era nudo, senza vergogna: in che statuto era? E poi, è curioso, a proposito del cibo, come Dio ingiunga al serpente di cibarsi solo di cenere. Non è ancora l’araba fenice.

Ebbene, porgere l’altra guancia è volgere la persecuzione, che il sistema opera contro chi non l’accetta, in proseguimento, senza abboccare al regno della serie delle uni-guance che non si sporgono.

C’è un’alleanza nella parola che è originaria, più che una nuova alleanza, che non è l’alleanza tribale, quella dei fratelli che si riuniscono e poi divorano l’animale, si mettono la pelle del capro e ne imitano la voce. C’è un’alleanza senza più genealogia, senza più ereditarietà. Nella Bibbia, le genealogie sono impossibili: per chi uccide Caino c’è la condanna per sette generazioni, ma c’erano solo Adamo e Eva per la vendetta.

L’alleanza originaria, senza genealogia. L’apertura. Negata l’alleanza, gli umani fanno cerchio, divorano e si divorano.
L’alleanza è l’apertura, non è la relazione biunivoca che lega un elemento all’altro, un appartenente al clan con l’altro, in modo che gli altri siano esclusi. Questa è la genealogia che funziona. C’è anche la genealogia che non funziona, quella degli esclusi. C’è la genealogia dei giganti della montagna e c’è la genealogia degli scalognati della pianura. I grandi e i piccoli, i giganti e i nani, i grassi e i magri. Fantasmi che s’installano togliendo l’alleanza, per esempio, evitando la gratitudine.

Chi oggi è in condizione di dire "grazie", chi oggi è in condizione di dire che qualcuno è o è stato maestro nella sua vita? Lo spirito dell’epoca non vede nemmeno l’ombra di un maestro. Ognuno, nella contemporaneità, è nato senza maestro. Curioso. C’è moltissimo da imparare e sono così rari i maestri.

La formulazione del filosofo, strangolatore della moglie, Louis Althusser, epistemologo del conflitto, era quella, che non sorprende, d’essere il maestro del maestro. Si dichiarava maestro di se stesso. E questo gigante diventava nano, andava a farsi fare gli elettrochoc perché aveva la depressione: pareva mettere in discussione tutte le mitologie del pianeta, e non metteva in discussione quella della malattia mentale. Cioè il padre del padre diventava il nano del nano, il figlio del figlio, l’allievo dell’allievo. Maestro/allievo è un dispositivo intellettuale, si può prendere come dispositivo convenzionale, e allora abbiamo l’allievo che deve superare il maestro, il maestro che sbarra il passo all’allievo, eccetera.

Negare la gratitudine è gia balzare nel cannibalismo. Negare la gratitudine, negare l’alleanza, negare l’apertura è gia votarsi al cannibalismo, è gia l’uno che divora l’altro. Se non c’è il modo dell’apertura, ma ognuno presume di procedere da un totem, prima o poi s’imbatte nel tabù: divorando e divorandosi, senza il transfinito, incenerendosi. Mentre la polvere di stelle, la pulvis è indice dell’infinito in atto; e solo allora il cannibalismo non c’è più. La polvere, immangiabile, non lascia strada alla cenere.

L’uomo cannibale è l’uomo comune, è quanto di più comune ci sia il cannibalismo, è l’uomo mortale di Aristotele, sino a Heidegger e oltre.

L’homo cannibalis è un esperto contabile, ha la contabilità delle ragioni di malattie, ovvero applica il controllo affinché tutto circoli. Ma la quadratura del cerchio non riesce all’uomo cannibale. Chi è l’uomo cannibale? È l’uomo finito, l’uomo che procede dalla fine delle cose, è l’uomo che è spacciato, che è disposto a divorare tutta la quantità pur di evitare la qualità, con la presunzione, la nobile menzogna, che la qualità sia l’accumulo di quantità.

Il capitalismo ingenuo, anzi no, il capitalismo ingenuo è molto interessante: il capitalismo "scafato", cioè che naviga bene nelle correnti delle acque comuni, è il capitalismo che ritiene che la qualità venga per somma di quantità, ordinale, ordinaria. Anche tutte le certificazione di qualità vengono date basandosi su una algebra della qualità, non sono criteri di qualità quelli che vengono applicati, ma questa qualità viene per una somma algebrica di tante quantità. Certamente è posta la questione della qualità, ma non è ancora la qualità assoluta.

Qual è rispetto alla vita il nostro compito? È sottrarre la vita al cannibalismo, in ciascun istante, come auspica Erri De Luca, che vorrebbe salvare qualche parola dalle fauci della bestia?

La partita non è gia scritta, non è già data: occorre restituire alla vita la sua intellettualità, la sua logica che non è comune né universale né poliversale, la sua particolarità, la sua sessualità che non è l’erotismo. La sessualità è la politica dell’Altro non escluso, è la politica dell’ospite che non è rappresentabile nello straniero, nelle varie forme dell’altro. La sessualità è il pragma, senza più erotismo.

L’erotismo è un compromesso, poiché non c’è nessun cannibalismo intellettuale. La sessualità richiede il tempo, e sta ancora prima dell’alleanza, sta ancora prima dell’apertura, sta ancora prima dell’incominciamento, richiede tra gli elementi del principio: l’anoressia intellettuale.

L’intellettualità è già lì nell’anoressia sessuale, che non è l’anoressia mentale. Inappetenza sessuale perché non c’è sostanza, non c’è mentalità, perché la tentazione è intellettuale. Quindi che non c’è più appetenza che divenga la competenza delle nomenclature: non mangio più, non appetisco più, perché non c’è mai stato il cannibalismo e non c’è mai stato il vampirismo se non come fantasmi.

Le forme più note di cannibalismo sono: mangiare il cervello e mangiare il cuore, dal simbolo al reale. Che cosa fa il nipotino di Freud, il nipotino del professore universitario, il nipotino del tappezziere, il nipotino dell’aggiustatore di biciclette? Il divoratore del cervello dello zio. È il pasto d’odio. Ti mangio, ti distruggo: l’altro sono io, io sono l’altro.

Che cosa dice il cannibale? Che cosa rimprovera all’altro? Gli dice: io sono giovane, apprendista, aggiustatore di biciclette, mi sono accorto mio caro che tu sei un pinco pallino come tutti, non sei un vero aggiustatore di biciclette, un vero aggiustatore di biciclette le mette così e non così. Appunto, un istante dopo: io sono l’altro, io sono l’aggiustatore di biciclette, e così prosegue di cooptazione in cooptazione, di filiazione in filiazione, tutti i mestieri sociali, tutti i corpi e tutte le corporazioni. Prima gli dice: tu sei Satana, tu sei Dio minore, poi gli dice: io sono Satana, io sono Dio maggiore. In ogni caso, cannibale è l’Altro, e allora: io sono l’altro, io devo dare da mangiare all’altro che è in me, io deve dare a mangiare a me stesso come altro, perché l’altro sono io, io sono l’altro...

L’altro pranzo è quello d’amore, non è più divorare il cervello ma divorare il cuore, per esempio prendendosi a cuore le cose o facendo per il buon cuore proprio o dell’altro.

Il cervello e il cuore della vita non sono organi, ma dispositivi. Il cervello della vita è dispositivo di direzione. Il cuore della vita è dispositivo di navigazione. Dispositivi che non mancano mai, anche nello smarrimento cannibale, che è quello di andare dritti, perché all’infinito, a forza di andare nel futuro a divorare l’altro, ci si mangia la coda nel presente, tornando da lauti pasti nel passato. Questo è un apologo del matematico Kurt Gödel, che aveva qualche problema con il cibo per essere solo logico e non pragmatico. Negli ultimi anni non mangiava quasi più. Il logico se non affronta il pragma, la politica, il fare, e non solo i paradossi del cerchio, si divora. Il caso di Kurt Gödel è questo. E il grande logico,matematico, se non affronta il pragma, divora e si divora. La questione alimentare di Kurt Gödel è questa.

Affinchétutto circoli e scorra, il cannibale deve coprire l’apertura, senz’Altro.
L’homo cannibalis lavora sempre per l’Altro, per il suo bene, compiendo l’ultima economia del male. Anche quando si rappresenta come isolato, l’uomo cannibale non è mai solo, ha sempre questo altro, come un doppio di sé da nutrire o da divorare. L’homo cannibalis è homo eroticus, uomo mortale, perché nulla per lui esula dal discorso della morte, neanche la cifrematica, che risulta un sapere inutile per gli scaglionati della sua nomenclatura.

L’indifferenza in materia d’itinerario ("ogni strada è buona") trae con sé il cannibalismo, l’animazione, l’ominizzazione, la drammatizzazione; l’idea di base è quella della morte della materia in particolare del tempo, anche nell’idea di essere giovani, che c’è tutto il tempo per fare. Ancora. Circolando.

L’homo cannibalis è una rarità? È l’uomo comune, è quanto di più comune e diffuso ci sia. L’homo cannibalis non è semplicemente chi si crede padrone, è anche chi si crede schiavo: l’anfibologia non è svolta, è colui che divora per necessità, per sopravvivere, e giustifica la sua cucina e il suo cibo, spadroneggiando o schiavizzandosi.

L’uomo cannibale, sempre circolando, può anche apparire, scomparire all’improvviso, uscire da un sistema cannibale e entrare in un altro, da una tribù a un’altra. E così, senza l’eucaristia prima o poi ci si divora, carne e sangue.

Chi risulta presente nella circolazione non ha più chance di intendere di chi risulta assente. Chi è nel passato, chi è nel presente e chi è nel futuro. Chi è l’uomo del sistema. Chi è l’uomo cannibale. Attenendoci alla questione intellettuale e ai dispositivi intellettuali non abbiamo nulla a che spartire con il cannibalismo, non corriamo nessun pericolo di essere divorati o di divorare nostro malgrado o buongrado. Nessun errore tecnico attenendoci alla questione intellettuale. L’errore tecnico più comune è l’erotismo come magia o come ipnosi, l’errore tecnico più comune è il cannibalismo. La circolazione.

Il cannibalismo con chi ci sta dinanzi (o dietro nella presunta genealogia) può essere avvallato per opportunismo, volontario o involontario, esplicito o no, dichiarato o no. L’opportunismo diventa la complicità, che è sempre cannibale, che è sempre il litigio infinito con divorazione infinita.

La questione aperta, come attesa assoluta: non c’è nulla da attendersi, non c’è nulla da appetire, questa è l’anoressia intellettuale. Allora è altra la vita, altra dal sistema del cannibalismo. E allora si tratta del cervello senza più cannibalismo e il cuore senza più vampirismo.

Se chi dovrebbe porsi come interlocutore è preso nella fantasmatica del cannibalismo, ovvero dell’appartenenza (sino a far banda da solo), non toglie nulla all’atto originario in cui ciascuno si trova. L’ipotesi, "se... allora", se l’altro è cannibale allora anch’io... vale a togliere l’originario, ovvero a installare le sue estreme sentinelle, quali i contrappassi e i contraccolpi (solitamente letti come sventure o malattie).

Il cannibalismo, la falloforia sociale, si fonda sul peccato, sul male, sul negativo, sull’incesto, attribuiti all’Altro, che viene divorato per farne l’economia. Il cannibalismo porta allo sbiancamento, alla santificazione del sangue comune. Ogni cannibale deve compiere l’economia del cannibalismo dell’Altro.

Per il cannibalismo, appena le cose cominciano, appena debuttano, sono già troppe, onnipresenti, sostanziali, pesantissime, e si ritrovano in ogni angolo del cerchio della morte.

L’homo cannibalis non ha nessun interesse per la parola originaria (per l’arte, per la cultura, per la scienza), sopravvive del fantasma, della copia, della funzionalità e della circolarità della sostanza e della mentalità delle cose. La prolessi del cibo sostanziale e mentale risulta una metessi del cibo intellettuale: anche divorando tutta l’intellettualità non si approda mai al cibo intellettuale. Questo è lo scacco del cannibalismo e il fiasco del vampirismo. L’albero del bene e del male non arriva a "coprire" l’albero della vita.

Nel senso anzi detto, il cannibale, che non esiste, se non come fantasmagoria, come tentativo impossibile di controllo sull’oggetto e sul tempo, è prolisso, e per questa assenza di brevità è, per dire così, sempre colto sul fatto, presunto. È proprio perché è prolisso che l’homo cannibalis ha fretta, e dalla fretta si butta, e buttandosi si divora.

L’araldica, quale insegna del cannibalismo, cerca l’algebra e la geometria della bocca, del ventre e dell’ano. L’homo cannibalis è tentato, per non dire che è la tentazione stessa, dall’algebra e dalla geometria della vita, è tentato di trasformare le pietre in pane, e di trasformare la cenere in sangue, nei filtri d’amore e nei filtri d’odio. Le pietre e la cenere.

Indegna la vita pietrificata e incenerita dell’uomo cannibale, che oscilla tra il ricatto e il riscatto. L’uomo cannibale è animato dalla volontà di sostanza, l’altra faccia della volontà di morte.
La fattualità, il fatto, il cannibalismo, sono senza impresa, senza fatturato, senza il tempo, solo la presenza e l’assenza, il mordi e fuggi. Il cannibalismo cerca la qualità nella quantità infinita potenziale, ovvero nella qualità ordinale e ordinata, non uscendo mai dal cerchio. Il fatto escludendo l’atto lascia intatta la fame cannibale, anche a pancia piena.

Qual è il cibo che non è alla portata dell’ homo cannibalis? Il cibo non distruggibile e inintegrabile dal cannibalismo? È il cibo intellettuale: non è commestibile, non è digeribile, non è integrabile. La cucina dell’homo cannibalis è quella della disintegrazione, disintegrazione dell’alleanza per fondare il patto di sangue e non il patto della riuscita; sangue nella sua quantità ordinale e ordinaria. Disintegrazione dell’alleanza, disintegrazione del due, disintegrazione dell’uno con il principio d’identità, disintegrazione del figlio, e quindi il pasto dell’infanticidio, disintegrazione del tre con il principio del terzo escluso, il pasto di liquidi, il pasto d’odio, il pasto matricida.

Il vampirismo e l’alcoolismo, tra il solido e il liquido, cercheranno la liquidazione impossibile del nome e del tempo. Per chi si prende come cannibale, attenendosi ai criteri di somiglianza e dissomiglianza, il cibo intellettuale è cattivo e il nutrimento è illogico. Mentre Sant’Agostino definisce la fede come nutrimento, come logica delle operazioni. La cucina della disintegrazione per l’unificazione ideale, personale o nazionale, è cannibale, ossia provinciale. Lo stesso vale per la cucina destrutturata e per la cucina rivisitata.
Pasto d’amore e pasto d’odio. Pasto di solidi e pasto di liquidi. Solidificazione e liquidazione, anche liquidificazione. Sostanziale e mentale. Corporeo e psichico. Circuito dei solidi e circuito dei liquidi. Aporie del cannibalismo.

L’homo cannibalis è l’uomo della visione, della previsione, della supervisione e della postvisione e è sempre una mondovisione, una visione del mondo, una visione mondata dall’abisso, dalla sembianza, nella presunzione dell’apparenza; e tra i vari cibi dell’assurdo del cannibalismo c’è anche il velo, mangiare il velo, per un verso vel e per un verso schermo. Digestione difficilissima quella dell’homo cannibalis, in effetti, è una vita senza digestione intellettuale.

Solo l’uomo cannibale ha abitudini alimentari e tabù alimentari. E l’abito del cannibale nemmeno all’infinito raggiunge il dispositivo. Solo il cannibale mangia ciò che vuole. Il cannibale è l’uomo del totem e del tabù, che si pone l’alimento davanti. E il latte è versato o da ingurgitare. E il vino è ora prescritto e ora proibito.
Mangiare per avere: modo di avere. Avere il mangiare. Mangiare come simbolo fallico dell’avere. Mangiare per essere: modo di essere. Essere il mangiare. Mangiare (e non mangiare) come simbolo fallico dell’essere. L’avere e l’essere sono categorie del cannibalismo.

Tolto il due c’è il sistema alimentare con le sue due tavole, quella dei rimedi e quella dei veleni, e ogni alimento risulta spacciato, non trovando mai lo spartiacque tra il rimedio e il veleno, altrimenti la nomenclatura (ovvero i doganieri dello spartiacque invisibile) svanirebbe come i vampiri al sorgere del sole. Tolto il due, ognuno volge l’alimento in sistema, in alimentazione, in religione alimentare con la sua tavola dei veleni e con la sua tavola dei rimedi, con il grasso da mangiare, con il grasso da bruciare.

Il dialogo è senza intellettualità: mangiamoci, erotizziamoci, circoliamo, magicamente e ipnoticamente.
Tolto lo zero il cannibale s’impianta al totem e deve divorare il cervello dell’altro per saper dove andare, deve divorare il cuore dell’altro per sapere come amare, deve mangiare la mano dell’altro per sapere come operare, deve mangiare gli attributi sessuali per sapere come generare, affinché muoia e rinasca nell’eterno gioco a papà e mamma. Il banchetto platonico, il dialogo, vale: mangiamoci, litighiamo, divoriamoci; e che cosa viene mangiato? Ciascuna volta il veleno, l’antidoto, il negativo, per raggiunge la pura idealità nella circolarità, per rimanere in linea.

Il vegetarismo è la forma più alta di teofagia e la cucina biologica è tanatofila.
Mangiare Dio per essere, mangiare Dio per avere, per essere come Dio e per avere l’avere di Dio: è questa la più alta forma di animalizzazione. Questo Dio non é neanche antropomorfo: è bestiale, non è Dio come fede, come operatore assoluto della riuscita delle cose.
L’uomo è già fatto a immagine e somiglianza di Dio. Questo è un teorema: non c’è più immagine dell’immagine, non c’è immagine di Dio. Mangiare Dio è l’idealità, la teofagia è quella prolessi che si realizza nella metessi, zoofagica. Mangiare Dio risulta il pasto di cenere.

La visione del mondo è la mondofagia, il sistema cannibale divora il visibile. La ginecologia fantastica include la divorazione degli organi sessuali, come in Igawa. Se il cosiddetto rifiuto della gigantessa olandese per il piccolo Igawa era persecuzione, la negazione del ringraziamento è già il cannibalismo, la credenza che sia tutto un pesce grosso che mangia un pesce piccolo.
La visione della realtà, quale algebra e geometria del reale, è ancora prima della relazione. Il suo realismo pragmatico accetta la morte e la macelleria umana per la realizzazione dell’amore senza odio, dall’aula di anatomia all’aula del tribunale, in tutte le cellule del sistema.

La visione è senza sembianza: è l’apparenza con la sua altra faccia che le sottostà. La sostanza. Quindi lo strip-tease dell’apparenza per la vera e sostanziale realtà appartiene al cannibalismo. Apparenza come velo del velo. Ciò che sta sotto, da scoprire, è l’altra faccia della morte: e sta sotto (sub-jectum) in quanto essere per la morte. La visione del mondo è un eufemismo per la mondofagia, la cui specialità è l’immondizia, l’apice della mondizia.

La struttura ontologica della genealogia è inseguita dal cannibalismo e dal vampirismo per la certificazione del loro statuto, affinché la ragione della carne e la ragione del sangue, quali aspetti della ragione fallica, spazzino via la ratio sexualis.

L’uomo cannibale è nomenclatore di se stesso, nel senso che agisce in nome proprio, in piena autonomia, ovvero nella delega completa a Dio, che risulta fatto a sua immagine e somiglianza. E per questo è ridicolo. Piccolo o grande Dio.
L’homo cannibalis predilige il cadavere squisito, il corpo del crimine; e oscilla tra l’eccitazione e la calma, com’è riscontrabile non solo con gli imputati nei processi di cannibalismo.

L’homo cannibalis non si ammette alla vita originaria e cerca l’accesso. Quindi non ammette le pratiche sessuali: lo psicanalista, il cifrante, il brainworking. Non ammette il fare, la poesia. Non ammette la cucina intellettuale. Prediligie l’erotismo e l’acucina del crudo e del cotto.

Il cannibale è cannibalizzato: è l’uno che si divide in due. Due sotto insiemi di uno. Senza eucaristia. Il pasto nudo e crudo, anche quando il crudo è poi cotto. Mangiando il midollo mirifico della genealogia fallica: è sempre la propria coda a essere divorata dal cannibale, anche quando nella presunta realtà del fantasma divora l’altro.
L’uomo cannibale è finibile, finito, spacciato; teme che il pane finisca e che le cose siano senza moltiplicazione, senza l’infinito attuale, e quindi cerca il cibo necessario per sopravvivere. Non il superfluo. E la necessità si esercita contando e calcolando, in modo che nulla sfugga alla circolazione.
Temuto è il pane dell’esilio al punto da preferirgli il pane della schiavitù.

Secondo il Genesi, l’homo cannibalis è fatto a immagine della bestia, proprio ritenendo di mangiare Dio. Mentre il messaggio biblico è: "Non c’è più teofagia".
Mangiare Dio? Mangiare l’uomo? Mangiare l’animale? E il miele diviene cenere.

La teofagia, l’antropofagia e la zoofagia sono la stessa cosa. L’uomo è posto in un continuo che va da Dio all’animale. Questo nella ternarietà pagana, non nella trinità e non nella trialità. Quindi, anche i cannibali hanno un dio, cannibale, bestiale, che con i suoi accoliti detta l’ordine delle imbandigioni.

Il cannibalisno come cannibalismo dell’altro ha la sua apoteosi nella congiura dei cannibali, che non riesce, a meno d’intendere la rovina come riuscita. Non inganni la circolazione dei cannibali: ognuno insegue la quadratura. E non accetta l’ironia sulla formula divina: due più due uguale a quattro. Formula che uno psicocannibale metteva sempre al di sopra del suocero psicomaestro.

Il cannibalismo dell’oggetto e il cannibalismo del tempo. Il cannibalismo che si esercita sull’economia togliendo il progetto e il cannibalismo che si esercita sul tempo togliendo il programma. In effetti, il cannibalismo si esercita sull’economia togliendo il progetto e il vampirismo si esercita sulla finanza togliendo il programma. E anno dopo anno i progetti rimangono nel cassetto, e risulta superfluo formulare un programma. Così, qualsiasi cedimento sui dispositivi da instaurare per ciascuno comporta la diminuzione di immunità, e la materia pare svanire, e si può parlare in buona o cattiva sostanza di cannibalismo. Il cannibalismo è la spartizione sino al divoramento. A ognuno la sua parte di mirifico midollo dell’umanità politica. La parcella della pulsione gregaria.
Il cannibalismo economico allontana il progetto. Il cannibalismo finanziario allontana il programma. Basta l’osso.

Mentre, occorre ribadire, nessun errore tecnico attenendoci alla questione intellettuale. L’errore tecnico più comune? L’erotismo: la credenza nella magia e nell’ipnosi. Ovvero credere di saperci fare con gli oggetti e credere di saperci fare con i soggetti. Automaticismo degli oggetti e automaticismo dei soggetti. Sapere cosa mangiare e come mangiare. La civiltà del bere e del mangiare non ha ancora mosso i suoi primi passi originari e si svolge nella complicità.

La complicità sulla base del fantasma è cannibalismo, sia nel caso dell’altruismo che in quello dell’egoismo: l’uno che si divide in due è complice di se stesso. E risulta duplice l’uno e duplicato l’altro. Si hanno così: il cannibale e i doppi per duplicazione magica; il vampiro e i doppi per duplicazione ipnotica. L’homo cannibalis non è mai solo, per lo meno è in compagnia di se stesso. Oppure è isolato anche tra un milione di persone nella quinta strada di New York. E questa proposizione è deducibile, seducibile, inducibile, eccetera, perché il cannibale è l’uomo dedotto, indotto, sedotto, tradotto...

Il principio del gusto dell’homo cannibalis cerca di obiettivare il sembiante, insomma di rendere edibile la carne impassibile.

L’uomo cannibale ha una linea di vita e si tiene in linea, grasso o magro che sia. La linea di vita è l’altro nome della sopravvivenza. Anche l’attenzione all’alimentazione dell’altro, per tenerlo in linea, appartiene al cannibalismo. Impedire a qualcuno di riempirsi lo stomaco è il miglior modo per ingrassarlo.

I predicatori che nel XIII secolo cercavano d’impedire ai cristiani di riempirsi il ventre, s’indirizzavano al presunto popolo delle città e delle campagne parlando nel loro linguaggio e nelle loro storie edificanti e pontificanti, il rospo occupa il primo posto. Animale genealogico. Anche Lacan crede che occorra ingoiare il rospo, per accedere all’ordine simbolico.

La condanna della gola non è mai stata un dogma; nata nel III secolo dai monaci del deserto è stata imposta dieci secoli più tardi dalla Chiesa ai laici. Perché, come la gola, la gourmandise è diventata una dei sette mali del mondo cristiano. Dante fa precipitare i golosi nel terzo cerchio dell’inferno. Che ci fanno sprofondati nel fango sotto la pioggia nera e glaciale? Il fango, ipotiposi della sostanza. George Bataille ha scritto che avrebbe voluto nascere dal fango, senza padre.

Anthelme Brillat-Savarin si interessa di cucina o di cannibalismo o di entrambi? Narra di non aver trovato soddisfazione nel termine di gourmandise perché inestricabilmente associato alla goloseria, quello che va giù per la gola, quello che circola di orifizio in orifizio.
Gourmet da gourmand è lo stesso etimo, era l’assaggiatore, era quello che andava a portare su il vino dalle cantine. Il gourmet, era l’assaggiatore di gola e poi insomma distinguerebbe il fino, il grosso. Allora se distingue il fino è gourmet, se distingue il grosso è gourmand; noi lo tradurremo con buon gustaio e buona forchetta, la buona forchetta per il grosso che non esclude che sia un buon gustaio, il buon gustaio che non mangia "solo" per riempirsi.

Allora mangiare fine, mangiare grosso, mangiare leggero, mangiare pesante è come parlare del più o del meno, è evitare la cucina, è evitare la sessualità abbracciando l’erotismo (certamente: ora più ora meno). Del gusto, Brillat-Savarin, cerca la fisiologia, altri cercheranno la biologia, la psicologia, la sociologia. Roland Barthes ha scritto la psicosociologia, non del gusto ma dell’alimentazione.

Prima della definizione di gourmandise (goloseria) c’è da parte di Brillat-Savarin un’introduzione della nozione di gourmandise sociale, che avrebbe preso tre aspetti dalla cucina ateniese, romana e francese.

La definizione per astrazione è senza intesa, non c’è proprio il "definiamo e intendiamoci" come scrive Brillat-Savarin, che dà una definizione erotica della gourmandise, dice: la gourmandise est une référence passionée, raisonnée et habituelle pour les objets qui plaquent le coup. E una definizione non per astrazione ma per visione. Rientrerebbe quindi, nel pathos, nella malattia, ma ragionata, molto ragionata, senza la ragione dell’Altro ma con tutte le proprie ragioni.

L’uomo definito per la gola, la bocca o l’ano è tale in quanto tolto dall’atto di parola. Appartiene al sistema cannibale l’attenzione per quello che entra o esce dagli orifizi del corpo umano, poiché il midollo mirifico della caninità (dell’umanità e della divinità) vi fluisce senza posa. Il divino è senza Dio (e l’umano è senza l’Uomo): il sistema pagano del dio superiore e del dio inferiore è cannibale, come nel paganesimo greco.

La cucina del ricordo è il ricordo della cucina, è la cancellazione della traccia, è la cucina come combinatoria già data, come codice, per irreggimentare gli umani, per farli circolare.

Mangiare è un piacere e risponde al principio del piacere? Allora è la morte. Ce l’ha come altra faccia della sostanza, ma è la morte. Il cannibalismo non insegue il crudo più del cotto, o viceversa: si esplicita tra necrofagia e coprofagia.

Secondo i fisiologi del ricordo del gusto, non si potrebbe avere ricordo per più di dieci anni nello stesso gusto, e quindi, avrebbero trovato una spiegazione scientifica alla dimenticanza del gusto della madeleine di Proust, che in questo caso è letto come cannibale.

Qual è la lingua buongustaia, la lingua della goloseria come dice Roland Barthes, la langue gourmande? La lingua cannibale.

Una parte della cucina come sogno alchemico di prelevare l’essenza, lo spirito delle sostanze, la quintessenza del nutrimento, è da ascrivere alla santificazione del sangue comune, alla purificazione del cadavere eccellente.
Il cannibalismo esercitato con il capitale negativo è quello che la teologia chiama il peccato capitale, e la gola sarebbe uno di questi peccati.

L’homo cannibalis ha le sue preferenze, le sue abitudini, il cervello più che il cuore, il cuore più che il cervello e ha tanti cibi cattivi, tanti cibi che non può mangiare, tanti cibi che lo fanno ingrassare e talvolta lo fanno anche dimagrire: è l’uomo del totem, è l’uomo del tabù, è l’uomo della cucina prescritta, è l’uomo della cucina proscritta.

L’alimento, che non è il cibo, sta di fronte a lui appeso all’albero, posto dinanzi. L’homo cannibalis redige all’istante la tavola dei rimedi e la tavola dei veleni, i cibi buoni e i cibi cattivi, è il nomenclatore di se stesso, si dice che cosa gli fa bene e che cosa gli fa male, che cosa riesce a mangiare e che cosa non riesce a mangiare; e lo stesso alimento, nella sua differenza insormontabile più che nella sua stessità, per certuni è rimedio e per altri è veleno.

La congiura dei cannibali è la fantasmatica che sorge nel tentativo impossibile di togliere lo zero, l’intervallo, il due, l’uno, il tre. Il numero originario, la logica particolare e anche la sua politica. È curioso come l’homo cannibalis inquisisce l’intellettuale, l’artista, cerca di divorarli mangiandone il cervello, il cuore, la mano, raramente i libri, e li accusa di cannibalismo e di vampirismo.

La nomenclatura cannibale, esecrando il cannibalismo, non può ammettere l’unica elaborazione teorica che introduce un’altra nozione di cucina, un’altra nozione di gusto, un’altra nozione di cibo del quale c’è traccia dall’eucaristia alla cena di Machiavelli, sorta nel corollario della Cena di Leonardo. In modi differenti il cannibalismo si è esercitato con Freud, con Lacan e con Verdiglione. E prima con Giordano Bruno, con Tommaso Campanella...

Sostanza: tale è la fortuna di alcune parole, ciò che sta sotto, eppure l’eccellenza dell’inghippo in materia di vita autentica sta nell’impossibile tentativo di porre le cose dinanzi, la "prestanza", il cibo buono o cattivo è posto davanti, sta davanti. È la lezione dei congiurati.

Nelle quattro formule della trasparenza del sapere anticipato (io so che tu sai che io non so, io so che tu sai che io so, io non so che tu sai che io non so, io so che tu non sai che io so) ciò che è mangiato è il cervello, il cervello dell’Altro, perché la non ammissione dello zero, della responsabilità, dell’autorità, richiede di mangiare l’Altro per sapere dove andare, per sapere come circolare.

Il cannibalismo è elettivo, selettivo e anche secrettivo, secerne la vischiosità. Tolto il ringraziamento (che come instaurazione dissipa il cannibalismo) i cannibali sono invischiati a giocare a papa e mamma, e a credere che l’umanità si basi sull’economia del totem e del tabù.
Il cannibalismo richiede una cucina psicofarmalogica e psicodrogologica, la cucina del rimedio e del veleno. Quindi l’ingratitudine è propria dell’uomo cannibale, l’uomo che più ne mangia e più ne vuole, l’uomo per cui l’appetito viene mangiando, homo famelicus che qualora digiunasse sarebbe per meglio divorare, per trasformare - come ognuno lo sa - le pietre in pani.

Gli inquisitori, i perfetti cannibali, avevano già dépiécé, divorato, Lacan. Quindi, con l’affaire Verdiglione la questione non è stata quella di divorare Lacan per interposta persona, ovvero con Verdiglione come animale totemico: si trattava della questione Verdiglione, dell’ineludubile questione intellettuale per ciascuno nel pianeta.

Il dispositivo alimentare è il dispositivo poetico, il dispositivo dell’ingegneria, il dispositivo intellettuale, scrive Armando Verdiglione.

E la salute viene dal dispositivo alimentare. Non si tratta mai di chiedere a ognuno come sta, vale già a istituire ciascuno come chiunque, come homo cannibalis. Non c’è lo stato di salute; nello stato di salute c’è l’attribuzione di una proprietà del tempo all’oggetto: è lo stato cannibale, lo stato temporale, lo stato che finisce per divorazione, consumo, toglie l’anfibologia della bocca.
Possiamo pensare che qualche cosa finisca, che il cibo finisca, che finisca il pane, e il companatico, che si muoia di fame, come diceva Freud. Questo è cannibalismo.

L’assenza d’entusiasmo, o l’assenza di confronto, porta una paura enorme: fa sì che ognuno divenga soggetto, e si faccia coda. Coda, serpente, fallo, circolarità, divoratore e divorato. Il cannibalismo è questo! E l’animale anfibologico è cannibalico. Questo animale è stato assunto come fondamento nel discorso occidentale e viene riproposto anche nella propaganda della telecomunicazione, benché con la telecomunicazione - con la comunicazione da lontano, ovvero con la scrittura e il suo compimento, con la scrittura della memoria - non abbia nulla a che fare. Sperare che il fare finisca è una prerogativa del cannibalismo. Fare che nel cannibalismo è tolto per affaccendarsi, per la circolarità delle cose. Homo cannibalis è il morto affaccendato. Il sogno del cannibale? Appunto, che il fare finisca.

Il dispositivo pragmatico induce al superfluo, non richiede il cibo necessario, non richiede di mangiare per vivere e nemmeno di vivere per mangiare. Il superfluo è costituito dal cibo intellettuale.

Scrive Verdiglione, solo se la memoria mostra la corda e il filo del tempo, il cibo è nutrimento intellettuale. È una questione complessa, ma qualsiasi abboccamento al sistema, al cannibalismo, partecipa al cannibalismo, insomma porgere l’altra guancia è rispetto al cannibalismo. Ringraziare se si è offesi è rispetto al cannibalismo.

Senza la cena nessuna resurrezione. La resurrezione procedendo dall’eucaristia è già nella Cena. La resurrezione, la missione del figlio, l’uno diviso da se stesso e non l’uno cannibale, l’uno unificante, identico a sé. Un uno unico unificante: questo è il cannibale, è l’unità nell’unificazione delle cose.

"La cena, il nostro banchetto, procede dall’eucarestia" (La famiglia..., 73)
Nel ringraziamento la traccia dell’assenza di genealogia. Il cannibale, infatti, è uomo genealogico, sempre in cerca d’autore, il delegato superiore (o il delegato inferiore in quanto candidato al posto superiore) della sua economia dell’assassinio.

Occorre il patto intellettuale. Il patto di sangue è genealogico, mai patto per la riuscita. Ogni cordata per il potere, sempre in nome del bene, è cannibale. La dotta schiera è quella più cannibale.

Occorre l’instaurazione dell’oggetto della pulsione."Il sembiante, scrive Verdiglione, è l’occasione stessa dell’itinerario". Ciò di cui ha orrore l’uomo cannibale: la carne, il pane. Il sembiante è il teorema dell’irrappresentabilità delle cose. E già in Freud l’oggetto ha una definizione paradossale: rappresentante della rappresentazione. Ma, per l’appunto, malgrado la coorte di filosofi, la rappresentazione crede nella vita parallela che non c’è, crede nell’incarnazione profana, quella dell’animale nell’uomo, dall’uomo lupo all’uomo cancro. L’uomo del segno: l’uomo rassegnato a rispondere alla domanda "di che segno sei?"

Occorre l’anoressia intellettuale, che non è l’inappetenza: non c’è nulla da appetire, anche perché la sostanza è ipostasi e implica la realtà dello "stare" in luogo del fare. Facendo ciascuno vive d’aria.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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15.11.2017