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Il portatore, il passatore nel senso kafkiano di questo spazio deterritorializzato non è altro che l’artista

La sovranità è solubile nel ciberspazio?

Fulvio Caccia

Inducendo una nuova configurazione dello spazio pubblico, il ciberspazio favorizza la restituzione della sovranità soggettiva alla comunità degli uomini. In questo contesto, la riconduzione del primato dello spazio di deliberazione sul sociale e sul privato ridiventano una tappa inaggirabile per il rinnovo di questo valore. Lo spazio dell’arte non mirà a altro.

(24.11.2008)

Porre la questione della sovranità corrisponde a stabilire il suo corollario, ovvero il rapporto che la sovranità intrattiene con il territorio, e meglio ancora, nel caso di cui ci occupiamo, con l’assenza effettiva di territorio. Ancora, occorrerebbe definire quello che intendiamo per territorio, per ciberspazio e evidentemente, per sovranità ( che per quanto appartenente al popolo sovrano è passata come ciascuno sa per ogni sorta di metarmofosi).

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Hiko Yoshitaka, "Materia della scrittura", 2004, acrilico su juta, cm 87,5x 105,5

Per fare questo, adopero una prospettiva che appartiene alla lingua, alla società e al diritto, attraversandoli: intendo parlare della prospettiva artistica, più particolarmente della maniera in cui lo scrittore contribuisce a conferire valore al nuovo spazio emergente e lo fa avvenire in quanto spazio pubblico.
"Ogni discussione sulla cultura - affermava tempo fa Hannah Arendt - deve in qualche modo prendere come punto d’appoggio il fenomeno dell’arte."

Perché? Perché l’arte è la creazione delle forme il cui la fine risiede nell’espressione della bellezza. Ora, niente più soggettivo che i criteri di valutazione del "bello", che variano a seconda delle epoche e delle scuole di pensiero. Questa soggettività che nessuno interpreta come una bellezza, costituisce in verità la sua forza, poiché rinvia ciascuno al proprio spazio interiore. Spazio che non tollera frontiere, né legame di sovranità. In effetti, per essere veramente in misura di creare, d’innovare o di farsi un’opinione su un oggetto qualificato come artistico, è necessario di dimenticarsi, di mettersi a distanza dalla propria condizione e dalle idee che abbiamo sull’arte. È in questo scarto che sorgono le immagini, le impressioni a partire dalle quali potranno essere create delle nuove forme o, nel caso in questione, che si elaborano su di loro un giudizio costruito e argomentato che non avrà altro valore in sé che quello di esprimere un punto di vista. Questa abitudine di ricettività e astrazione può essere considerata come l’espressione stessa di uno spazio soggettivo e, quindi, di una libertà.

La nascita di questo spazio soggettivo sposa l’emergenza dell’individuo chi si afferma nella storia con l’atto di ribellione.
L’uomo che dice "no" all’autoritarismo, alle dominazioni, si manifesta dapprima nella sua rivolta come un’individualità che prende la sua interiorità, il suo spazio, la forza e gli argomenti per uscire dal rango e manifestarsi in quanto nuovo soggetto politico. Albert Camus lo ha magistralmente dimostrato.

Il portatore, il passatore nel senso kafkiano di questo spazio deterritorializzato non è altro che l’artista. È con la creazione, i suoi oggetti, che fonda quello che si chiamava già "civiltà" e che oggi si chiama "cultura". D’altronde questo termine promosso dall’intelleghenzia, uscito dalla classe media tedesca alla fine dello XVIII secolo per emanciparsi dall’uomo civilizzato alla francese, si è da allora generalizzato. Occorrerà attendere gli anni 1980 affinché l’Unesco proponga una definizione di cultura che "ingloba, oltre alle arti e alle lettere, i modi di vita, i diritti fondamentali dell’essere umano, i sistemi di valore, le tradizioni e le credenze".

L’arte e la città

Si pone quanto meno un breve richiamo. Dall’origine, l’arte è figlia della potenza. Per i greci, l’arte esce armata dal cervello di Jupiter. Atena, patrona delle arti, è anche patrona della città greca per eccellenza: Atene. Non è un caso, poiché l’arte si articola direttamente sull’attività umana e dunque sullo spazio umano stesso. Provenendo dal sanscrito, che vuole dire "rito", l’arte rinvia (già) a "arma", dal latino armus, prima ancora d’indicare l’attività professionale e manuale, significato che dominerà il medioevo. E nel XVIII secolo, con lo sviluppo dell’estetica e delle culture nazionale che prenderà il suo senso attuale di "belle arti".

Questa rottura, sopravviene nel momento della scoperta dell’America e delle tecniche di riproduzione come la tipografia, e segna un tornante decisivo.

Essa ha per effetto di staccare progressivamente l’arte dall’insieme dell’attività umana (spazio pubblico) per farne un’occupazione a parte, alla quale dedicarsi nella solitudine dello studio o dell’atelier. Le cattive lingue diranno: la torre d’avorio. La via stessa dell’artista diviene allora profondamente individualista, ermetica, incomprensibile al semplice mortale poiché la sua missione è ambigua, e a ben guardare impossibile: rinnovarsi creando novità. Un’attitudine che le avanguardie nutriranno esacerbando la distanza che separa "coloro che sanno" (l’élite del popolo) da "coloro che non sanno".

A che cosa corrisponde questa marginalizazione? Come l’arte è giunta a rinchiudersi nella sfera del privato, a sovrapporsi allo "spazio delle mentalità" a cui è stata consegnata "agli arresti domiciliari", come missione, per divertire gli spiriti, per emozionare i cuori e accessoriamente per prepararli al cambiamento per questa sorta di capillarità, di genio segreto che si presta a coloro che ci sono in apparenza stranieri?

Arte, Valore e impegno

È difficile riassumere il lungo sviluppo rievocato da queste questioni. Direi tuttavia che l’artista, con la sua opera, produce questa cultura di cui si nutre lo spazio pubblico; e lo fa secondo tre modalità. La prima è il conformismo che consiste nel prendere la forma del modello ambiente accontentando il pubblico nel senso del pelo, e non del contro pelo. Ma la storia preferisce all’originale l’imitazione. La seconda è basata sul rifiuto, la trasgressione, inizialmente identificata. Si tratta al contrario di prendere l’opinione ricevuta a contro pelo. L’assunzione del rischio è massima, il rendimento è nullo all’inizio, s’accresce in modo esponenziale via via che l’artista vede la sua quotazione aumentare nella borsa dei valori del capitale simbolico, spinto a diventare lui stesso, più tardi, un ponte che si tratterà poi di demolire.

Poiché l’arte è per eccellenza creatrice di valore, in senso proprio e figurato. Sia che si tratti di valori etici, estetici o propriamente mercantili, la quotazione di un pittore, di un scrittore, è indicizzata alla capacità d’imporsi in uno spazio culturale e mercantile che avrà anticipato, indovinato, ricomposto. Maggiore sarà la sua anticipazione, e più forte sarà la sua perennità e quindi il suo valore.

L’impegno dell’artista ha costituito e costituisce la variante etica di questa valorizzazione, la sanzione del suo ruolo d’interfaccia tra lo spazio pubblico e lo spazio privato, anche intersoggettiva.
Questo impegno che trasforma l’artista in intellettuale è sorto, come noi sappiamo, a partire della fine del Grande Secolo. Questo ha dato il meglio e il peggio. Il meglio, è quello di denunciare le ingiustizie e le esazioni che spesso gli stati e i loro apparati commettono in nome della ragione di stato. L’impegno di Émile Zola nell’affare Dreyfus è esemplare in questo. Il peggio sopravviene quando l’intellettuale diventa parte di una corporazione, si forma come classe e legittima gli abusi di potere apponendo la sua firma in calce della "ragione". La situazione catastrofica nella quale si trova l’Africa non è estranea a questa collusione. La Jugoslavia l’ha conosciuta recentemente. Il concetto di "epurazione etnica" è stato dapprima un rapporto dell’Accademia delle Scienze di Belgrado che Milosevic si è inseguito incaricato d’applicare.

La natura del potere

L’arte e il potere sono sempre stati sopra intimamente legati. In fondo che cos’è il potere se non la possibilità di costringere qualcuno a obbedire. Questa costrizione può esercitarsi con la forza o con la persuasione. Ora, come scriveva Rousseau "Il più forte non è mai abbastanza forte per essere il padrone se egli non trasforma la sua forza in diritto e l’obbedienza in dovere." Il passaggio dall’obbedienza al dovere, riguarda l’artista in generale e lo scrittore in particolare. Qui risiede la chiave della potenza. È per l’intermediazione del potere simbolico dell’artista, che tempo fa era ancorato nel sacro, e per la sua mediazione che una convinzione privata diviene pubblica.

Scrive Régis Debray: "Uno spirito non può agire sull’altro che prendendo corpo nella materialità sensibile (parola, scrittura, immagini), che si mette su un supporto... Un’opinione che non ha i mezzi di farsi conoscere non è più un pericolo." Non si potrebbe essere più chiari.
È l’arte che arma un opinione, gli conferisce la sua forza d’urto, la sua visibilità e la rende legittima. Non è l’arte un’arma, come l’abbiamo visto, secondo l’etimologia latina? Non è un caso che Platone cacci il poeta dalla sua Repubblica poiché la sua parola poetica, fondata sul principio di trasgressione e della rappresentazione del linguaggio, rischierebbe di sviare i giovani dalla diritta via e di mettere in pericolo la città. Questa condanna ha avuto valore d’esempio. D’allora, la ragione dimora il valore sovrano, posto dinanzi da coloro che pretendono di detenere il potere e d’esercitare l’autorità nello spazio pubblico della città. È per questa via che la ragione marginalizza l’immaginazione e diviene "politica", ovvero esclusivamente consacrata "al governo degli uomini". Questa rottura era senza dubbio necessaria per fare avvenire lo stato, grande ordinatore di uno spazio pubblico unificato.

Nell’occidente, la sovranità anticipa l’avvenimento dello stato moderno che sorge a partire del XIII secolo, parallelamente alle "lingue volgari" e ben presto nazionali, così come più tardi la societas a partire dal XVII secolo. Lingua, società, diritto: questa triangolazione non è fortuita e riflette l’avvenimento di un nuovo soggetto e, in questo caso, degli stati europei che si affermano di fronte alla decadenza dell’impero e al papato in pieno sviluppo.

Alla visione dell’universo esclusivamente sottomesso all’autorità pontificale e al potere imperiale, gli stati occidentali sostuiscono quella di un mondo scoppiato in seno al quale ciascuna entità politica nuova (il regno) deve assicurare la sua indipendenza, non solamente affermando la sua sovranità, ma anche costruendola e gestendola, nello stesso tempo sulla scena mondiale, come anche nell’ordine interno.

Si ritrova qui, nella sua forma chimicamente pura, l’attributo stesso della potenza che celebra l’ingiunzione papale "urbi et orbi", oppure la formula più recente del villaggio globale cara a Marshall MacLuhan " occorre pensare globalmente e agire localmente", il globale, aggiunge una variante decisamente contemporanea.
Questa ubiquità, questa velocità, quella di essere dappertutto nello stesso tempo, è il modo operativo di un potere ormai sovrano e autonomo e capace d’unificare un territorio che esso produce e universalizza. Tempo fa l’impero, giustamente la chiesa universale, poi lo stato monarchico, poi nazionale, domani questi grandi insiemi socio-economici mondializzati che sono l’UE, l’ALENA, scandiscono le tappe giuridico-politiche d’una omogeneizzazione dello spazio di più in più complesso.
L’emergenza del ciberspazio, ci rinvia o coincide etimologicamente, con la governabilità dello spazio, si situa nella continuità di questa sovranità e di queste rotture. Poiché riconfigura e quindi sposta le tre componenti essenziali della sovranità, nell’ordine: la lingua, la società, il diritto. La creazione di Internet nel 1974 risulta dalla creazione di un linguaggio comune, il Transmission Control Protocol, che corrisponderà più tardi ai famosi protocolli TC/IP.

Certo è difficile ai non iniziati di considerare il linguaggio informatico come un linguaggio in sé. E per tanto, il suo avvenimento corrisponde a quello di una lingua veicolare, la lingua della città nuova e quindi, la lingua del diritto come quella introdotta in Francia con l’ordinanza di Villiers Côtrets nel 1560. Dieci anni più tardi, il poeta Joachim du Bellay dava a questa lingua veicolare il suo lustro elevandola al rango di lingua letteraria eguale al latino, al greco e all’ebraico, lingue di riferimento, se altre ce ne sono.

Centocinquant’anni prima, un certo Dante Alighieri aveva aperto la breccia affermando che la lingua "la più nobile" è il volgare, perché è stata la prima che il genere umano abbia mai impiegato; perché tutto il mondo ne gode, anche se si diversifica in parole differentemente pronunciate; e infine perché è "naturale". Ma la proposta di Dante va al di là dell’ingiunzione del principe per imporla sul territorio con la forza della legge. Per l’autore della Divina Commedia, l’illustre volgare è la lingua del desiderio comune a tutte le città, senza che appartenga a una sola in particolare.

A più di sette secoli di distanza, all’ora della mondializzazione e del ciberspazio, l’intuizione del poeta è più che mai d’attualità. Inducendo una nuova configurazione dello spazio pubblico, il ciberspazio favorizza la restituzione della sovranità soggettiva alla comunità degli uomini. In questo contesto, la riconduzione del primato dello spazio di deliberazione sul sociale e sul privato ridiventano una tappa inaggirabile per il rinnovo di questo valore. Lo spazio dell’arte non mirà a altro. Ci invita a dimorare costantemente in relazione con la nostra soggettività (e non solamente con la nostra ragione).

Occorre aggiungere che questo spazio emerge con forza in occasione di ciascuna crisi e di ciascun cambiamento tecnologico. Questo è il caso della mondializzazione. Ecco perché lo spazio pubblico, in quanto valore universale, non può essere preservato se non è messa in piedi un’autentica politica del "gusto". Il gusto, spiega il Dizionario storico della lingua francese, "è attitudine a discernere le bellezze e i difetti". L’uomo e la donna di gusto nel XVIII secolo hanno contribuito, e questo non è un caso, all’emergenza delle Lumières e al rinnovo dell’universalismo che vi è connesso.

Ora, nessuna manifestazione del gusto senza affermazione della singolarità.

L’essenziale di questo contributo è stato presentato nel corso di un colloquio intitolato "Internet, un nuovo spazio pubblico?" tenuto a Parigi il 28 novembre 2003 e organizzato congiuntamente dall’associazione i Canadesi in Europa e il COMMINT.

Fulvio Caccia, poeta, romanziere, saggista, giornalista, è direttore della rivista online "Combats" di Parigi.


Gennaio 2004


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