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A proposito del libro "Lo scafandro e la farfalla" di Jean Dominique Bauby

Miracolo

Giancarlo Calciolari

Facendo non rinunciando a nessun istante: il miracolo è inevitabile. La sua «politica» infatti è quella del fare secondo l’occorrenza, senza opportunismi. Possiamo chiamarlo ancora «miracolo» perché non è la ripetizione di un fatto già accaduto e perché quel che accade facendo resta irripetibile.

(21.05.2005)

Il miracolo non viene dal cielo della parola, seppure lo richiede, ma dal paradiso del fare. Detto altrimenti, il miracolo non viene dalla logica, ma dall’industria delle cose. Non viene nemmeno dalla logica di Dio, che non è la teologia (quest’ultima è un discorso attorno a Dio e non una logica), ma la logica delle idee, quelle che operano alla scrittura dell’esperienza.

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Hiko Yoshitaka, "La maschera", 2000, olio su tela, cm 18x24

È una logica delle operazioni. Ovvero Dio non agisce per miracolo positivo o negativo, ma opera al compimento delle cose, come affermava l’irreligioso Spinoza. Non si tratta quindi di definire una teologia o una ateologia del miracolo, ma d’accorgersi che nell’esperienza quel che è chiamato miracolo è quanto accade facendo. Senza il fare, senza l’industria delle cose e l’impresa del tempo, il miracolo è atteso e poi sempre disatteso: ossia quando arriva la grazia è sempre accompagnata dalla disgrazia. è facile scartare come inattuale l’elaborazione del miracolo.

Eppure, senza religiosità né antireligiosità, occorre esplorarne lo statuto, il caso, come di quel giornalista francese, Jean Dominique Bauby, che ha scritto Lo scafandro e la farfalla, comunicando con un apposito alfabeto con la sola palpebra dell’occhio sinistro, poiché era rimasto paralizzato completamente dopo un rarissimo incidente vascolare. Dopo il successo pressoché istantaneo del libro, Bauby si reca a Parigi e muore senza poter raccogliere il frutto della sua impresa disperata.

Una sua frase singolare pone una questione difficile da elaborare. Dice Jean Dominique Bauby, che era stato redattore capo della rivista "Elle", buongustaio, insomma un bon vivant: che cosa può capitare a chi va a Lourdes in ottime condizioni di salute? La paralisi.È Il miracolo negativo. La paralisi come contrappasso della credenza di vivere nel miracolo positivo. In questo caso l’orizzonte è forgiato dalla genealogia positiva e dalla genealogia negativa, dalla predestinazione al bene e dalla predestinazione al male: dal ciclo, dal cerchio, dal circo del positivo-negativo, come se l’ironia fosse beffardamente davanti a noi. Mentre invece è sempre alle nostre spalle, come ironia della sorte: alto-basso, ricco-povero, bello-brutto... La genealogia è il frutto della credenza stessa in un ordine immobile, una gerarchia divina che va dall’anima all’animale, e che si propone l’animazione degli umani. E la loro illuminazione va dall’anticonformismo del conformista al conformismo dell’anticonformista. Come ciascuno ha modo di provare nella sua esperienza. Si tratta dell’uomo come mutante, che cambia sempre di pelle indossando la divisa o l’uniforme, che trovano il loro prototipo nella pelle del serpente del Genesi.

Il miracolo non ha nulla a che vedere con la metafora spirituale della serie positiva e di quella negativa. Il miracolo è ciò che avviene facendo; e giustamente se la genealogia esistesse ci esonererebbe dal fare. Perché fare, intraprendere, inventare se si è già predestinati al miracolo positivo o negativo? La predestinazione è l’ordine totemico dove l’animale di fantasia (come nell’araldica) è quello della copertura sociale, e quindi anche della scoperta, proprio nel senso di uno strip-tease che nella maschera del nudo ritiene d’aver sollevato l’ultimo velo di Maia.

Non è per nulla un caso che Adamo e Eva prima di cedere alla tentazione del serpente nudo sono entrambi nudi ma senza vergogna; e dopo la trasgressione non sono per nulla come Dio ma assomigliano al serpente, provando vergogna per la loro nudità, nascondendosi come le bestie. La nudità del serpente è la copertura. In tal senso l’animale fantastico è la copertura. L’animale è già l’algebra dell’apertura. è già a pezzi, ossia animale destinato a incrementare il massacro della Storia.

Non c’è la copertura dell’apertura originaria delle cose. Non c’è la pelle della bestia da togliere all’uomo affinché ritrovi la sua vera natura: questo uomo nudo è ancora una bestia. Un uomo naturale, senza arte né invenzione. Mentre lo statuto dell’uomo richiede l’arte, l’invenzione e la scienza. Quindi ciò che la copertura è supposta coprire è un’altra copertura. Come nella credenza che nell’uomo alberghi un altro uomo: assassino o innocente nato, leone o pecora. Oppure che nel politico dimori l’animale: si può leggere in questo senso l’animale politico di Aristotele.

Questa algebra antropologica, che è sempre una zoologia, può divenire estremamente sofisticata e complicata: dalla personalità multipla al serial-killer, che a suo turno sarà sacrificato come animale sugli altari dei mattatoi dell’epoca. La copertura è la morte, e non semplicemente copertura di morte. E l’animale di fantasia, che Freud chiamava totemico, in quanto fantasia di padronanza dell’apertura incommensurabile delle cose, è la morte. Quindi l’animale e la sua copertura non sono altro che due forme di morte. Ossia la morte non arriva mai a coprire la vita ma solo un’altra morte. Ecco il ciclo della copertura: dalla morte alla morte passando per la morte. E le eventuali rinascite annunciano solo il prossimo episodio di morte.

Allora lo scafandro di cui ci parla Jean Dominique Bauby non è la copertura della farfalla, il meraviglioso animale in cui vorrebbe anche reincarnarsi dopo morto, ma è un omeomorfismo della farfalla e viceversa, come un cerchio che piegato attorno al suo centro diviene un otto, che a sua volta dispiegato attorno al suo centro ridiviene un cerchio. Questa topologia dell’animale fantastico è sempre un discorso della morte dell’uomo, del figlio, come ben insegna la metamorfosi zoologica narrata da Franz Kafka. Come cessa l’ordine della bestia, tra pecore nere e pecore bianche, tra falchi e colombe, tra biscioni e vipere, tra animale positivo e animale negativo? Facendo secondo l’arte, la cultura e la scienza della parola. Secondo la logica particolare a ciascuno. E facendo non rinunciando a nessun istante: il miracolo è inevitabile. La sua «politica» infatti è quella del fare secondo l’occorrenza, senza opportunismi. Possiamo chiamarlo ancora «miracolo» perché non è la ripetizione di un fatto già accaduto e perché quel che accade facendo resta irripetibile.

Pubblicato su "L’Altra Reggio", n. 74, 1997.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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