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Lettura del Genesi

La mitologia della partenogenesi post-moderna, la clonazione

Giancarlo Calciolari

La clonazione è un passaggio all’azione dell’albero di Porfirio.

(21.05.2005)

Perché nel Genesi Dio pone nella pianta la conoscenza del bene e del male? Dio non crea l’uomo dall’albero ma dalla terra. In ebraico Adamo è il terrestre, l’argilloso, in questo senso "uomo". Quando nella versione concordata Dio dice "Uomo, dove sei?", nella versione ebraica c’è scritto "Dove sei, Adamo?"

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Hiko Yoshitaka, "Temeritas", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

La proibizione divina riguarda l’albero della conoscenza, e quindi per dir così, la conoscenza dell’albero, mentre gli altri alberi, quelli della vita, non ne sono soggetti, e si può cibarsene tranquillamente. Quando l’uomo prende l’albero come modello del sapere e comincia a cibarsene, invece della conoscenza del bene e del male ha quella della sua nudità terrestre: polvere è e polvere ritornerà. Del paradiso terrestre e dei suoi alberi della vita non c’è nessun controllo. Inutile cibarsi dell’albero della morte: la conoscenza del bene e del male è sempre sapere sulla morte e di morte. La trasgressione per possedere il paradiso ideale, quello prospettato dal serpente, comporta la cacciata, la caduta.

La conoscenza dell’albero è oggi inseguita in modo particolare attraverso la partenogenesi, la nascita vergine, senza fecondazione, la riproduzione di certe piante. Il termine in voga è quello di clonazione, che deriva sì dal greco klon (germoglio) e da klan (spezzare), ma entra nella terminologia botanica inglese come clon nel 1903, e corrisponde all’italiano innesto.

Il clone in biologia indica dapprima un modo di discendenza per moltiplicazione vegetativa o partenogenesi. Per metonimia indica l’individuo ottenuto in tal modo, senso che è poi migrato nell’uso figurato, in particolare nel contesto americano della fantascienza e in seguito dell’informatica. Ora, con questo carico fantasmatico, la recente clonazione di alcune pecore illumina d’immenso il dibattito che per altro si tiene all’ombra dell’albero della morte, come se l’etica consistesse nel decidere se questo tentativo di riproduzione del simile sia da proibire o meno.

In tal senso non ha torto Pino Rotta quando nota come questo scandalo distragga dalla distruzione perpetrata, diremo noi, sugli alberi della vita. Ovvero di come la questione non verta sulla riproducibilità o meno della vita con la clonazione, ma di quale vita sul pianeta e sulle galassie. Come vivere. I biologi, che talvolta sono più dei tanatologi, assomigliano a Renato delle Carte, ossia a Cartesio quando a un amico mostra un vitello nel suo cortile dicendo: ecco, tutta la mia biblioteca!

Dal totem animale al totem vegetale della conoscenza non c’è nessun passo da fare, si tratta dello stesso discorso. Anche nel caso degli automi: senza ricorrere alla fantascienza angloamericana, restiamo al caso Descartes, che voleva costruire una donna automa, una giovane donna, insomma una bambina. L’automa aveva anche un nome: Francine. La bambina che aveva avuto da Hélène Jans e che morì a cinque anni, lasciandolo nel dolore. Certamente, se il filosofo, rivaleggiando con Dio, avesse carpito il segreto dal libro della vita, avrebbe potuto fa rinascere la bambina. Indagare il corpo può sembrare un’impresa demiurgica, quasi che il cadavere della lezione di anatomia celi la verità peraltro introvabile nella Bibbia.

Il corpo è una macchina? La macchina può ridiventare un corpo? Dal Golem a Frankenstein, dal cyborg al clone, le creature fantastiche che simulano la vita sono il frutto di quale simulatore di simili? La stretta conformazione a un modello che implica il clone non è un rischio: è già realtà. È il conformismo planetario in atto, contro l’arte, la cultura e la scienza. Chi insorge contro la clonazione, come chi la santifica, è già conforme ai dettati della società che si fonda sul totem e sul tabù. Ma la società non ha nulla di naturale, è artificiale, nel senso che è un’invenzione temporale, non rispondente a un modello prestabilito. Per riprendere la lezione di Dante: a ciascuno conviene tener altro viaggio, altrimenti la bestia - dal serpente a Dolly - ci fa tremare le vene e i polsi.

E sugli itinerari singolari, poetici, scientifici, poggia una società che non si nutre di paura. A questa altra società Leonardo ha portato un contributo immenso. La sua stessa lezione di anatomia non è stata ancora accolta dalla medicina scientifica: quando indaga la testa si accorge che il cervello non è naturale. Parla di cervello artificiale.

La testa non è animale né vegetale: vive di artificio, senza prendersi per l’artefice della vita. Questa è la nascita e la rinascita per Leonardo. Questo, il rinascimento. Questa, la genesi. Il titolo del primo libro della Bibbia è Genesi, il secondo Nomi. Certamente genesi deriva dal greco genesis, nascita e da genos, stirpe, discendenza. Eppure la serie dei nomi non fonda una genealogia, né divina come propone una certa lettura della Bibbia, né animale come crede l’antropomorfismo, né vegetale secondo tanta simbologia gnostica.

Il nome nella sua funzione pone il cominciamento, ciascuna volta nell’atto di parola, nella logica e nella struttura della vita. Da qui la serie inserializzabile dalla clonazione. Resta impossibile il controllo dell’origine delle cose. In capo alle cose... In testa alle cose... Nient’altro che la favola. La favella. La parola. In principio era la Parola. Prima d’essere tradotto con Genesi, il primo libro della Bibbia è in ebraico Bereshit, in testa, in capo, in cima, da rosh: testa.

"Helios", n. 4, 1997.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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19.05.2017