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Tolto Dio ci creano due delegati pagani : il dio superiore e il dio inferiore

Theologia. In materia di delega a Dio

Giancarlo Calciolari

La legge della parola è il compimento della scrittura della sintassi, e l’indelegabile, l’impensabile, Dio, opera a questa scrittura della ricerca e non solo.

(21.05.2004)

Nessun gancio appeso al cielo e nessuna maniglia nell’aria. E sulla terra, neanche l’ombra di un garante: l’agente generale dell’agenzia di assistenza e protezione dei maggiori, oltre che dei minori, bene e male s’intende.

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Hiko Yoshitaka, "Omaggio a Jean-Michel Vappereau", 2007, bronzo a cera persa

La teologia è la ricerca sulla divinità? E Dio è divino, o la divinità è ancora una prerogativa fantasmatica dell’umano? La teologia come dottrina delle cose divine, della natura di Dio, è quindi una pretesa antropologica? Oppure la teologia designa la lettura commentata dei testi sacri? E se il commento non è altro che la cancellazione soggettiva del testo, la lectio divina rimane una convenzione nomenclaturistica? Possiamo attenerci alla Theologia christiana (1123) d’Abelardo, come allo studio delle questioni religiose fondate su testi sacri? E come la conoscenza di Dio e dei suoi attributi sfugge ai panni del conoscitore? La teologia era la mitologia o la cosmogonia del monoteismo? La teologia sino al XVII secolo riguardava solo il cristianesimo? Perde il suo primato di "scienza di Dio" diventando teologia naturale nel 1551, designando la parte della filosofia che tratta della teologia che si fonda sulla ragione? Dalla teologia positiva del XVII secolo alla teologia negativa del XX secolo si gioca una partita di puro prestigio? In altri termini, l’umanissima falloforia, che si nutre di omicidio e di suicidio, ovvero di morte, attribuisce a Dio la responsabilità del massacro? E come questa delega a Dio diventa la carne e il sangue della trasmutazione umana? Come l’homo theologicus e il suo sosia, l’homo atheologicus, sono l’incarnazione senza transustanziazione?

Armando Verdiglione nel libro Il brainworking (Spirali, 2002) scrive: "Il discorso nevrotico è l’impossibile teologia positiva. Il discorso psicotico è l’impossibile teologia negativa". Il discorso è l’impossibile teologia. La teologia come impossibile, perché le negazioni della vita (discorso nevrotico e discorso psicotico) non riescono. Ovvero la teologia, il discorso su Dio è la negazione di Dio, il discorso come causa, positiva o negativa, nevrotica o psicotica. Theos e Logos: Dio e logica del discorso pagano che nulla hanno da spartire con il monoteismo. A cosa corrisponde la presunta nominabilità e rappresentabilità di Dio della teologia? Dio è a portata di mano e di cervello umani?

Ognuno, in quanto soggetto del discorso, è tentato dall’impossibile delega a Dio. La teologia è il discorso della delega a Dio: ci pensa Lui, ma anche ci penso io, ci pensano loro, ci pensa il popolo, ci pensa il principe, ci pensa il tiranno, ci pensa la massa, ci pensa..., al posto del pensiero ci sarebbe chi pensa per il delegante. Già è impensabile pensare a Dio. Pensare il pensiero. Come il pensante potrebbe risultare pensato da un "io penso"? Delega all’idea già ideata, già pensata, apparentemente da Dio, ma in effetti è il luogo comune del delegante. Ci sarebbe il delegato che pensa per il delegante, il postulante per l’assistenza e per la protezione. Tale è il modo comune di porre la questione di chi pensa, la questione del pensiero, la questione della logica del pensiero, della logica delle idee.

Non c’è discorso di Dio, su Dio, propriamente, e che i nomi di Dio siano innumerevoli è perché il nome di Dio non è il nome di Dio. Il significante "Dio" non arriva ha nominarlo, a rappresentarlo. E risulta un bisticcio linguistico "Dio" perché viene da theos e non ha nulla a che spartire con il dio greco del politeismo. Astraendo un Dio dal politeismo non si ottiene Dio del monoteismo.

Il pensato, il già pensato, quindi, non il pensare. E che cos’è il già pensato? Il sapere come causa, il sapere di tutti, lo stock di sapere universale, il fondo del sapere comune che apparentemente, oggi, starebbe in internet e in qualche archivio, come l’archivio del Vaticano, l’archivio del KGB e d’altri servizi più o meno segreti. Il deposito dei luoghi comuni, il pensato, perché il pensato non restituito nel testo è proprio lasciato al luogo comune, anche all’ hortus conclusus di Jacques Lacan, il "tesoro" dei significanti.

C’è chi ha scritto che la metafrase (la frase di tutte le frasi, o l’infinito potenziale di tutte le frasi) sarebbe Dio se esistesse un metalinguaggio, se esistesse un garante del linguaggio per tutti gli umani, e sarebbe Dio come garante della protezione e dell’assistenza del soggetto. Dio come delegato, il soggetto come delegante: la delega a Dio per avere una garanzia, una protezione e un’assistenza per tutta la vita, dalla culla alla tomba. E il luogo comune che funzione avrebbe con la delega a Dio? Il luogo comune rappresenta un soggetto per un altro luogo comune: è così che nella società conformista e anticonformista tutto significa, tutto circola e tutto scorre.

Allora "il discorso nevrotico è l’impossibile teologia positiva" comporta la delega all’Altro, come delega a Dio. C’è Dio nella nevrosi? Dio c’è e è supposto agente, delegato, lui risponde e opera il miracolo, non sempre, ma nell’idealità, al punto che l’attesa è sempre attesa del miracolo. Nella seconda formulazione di Verdiglione, "il discorso psicotico è l’impossibile teologia negativa", si tratta della delega a sé, nella supposizione che Dio non esista. Il discorso psicotico è ateista, e può spingersi sino a presupporre il Dio nascosto, Deus absconditus. La prima formulazione considera il Dio agente, con l’agenzia mondiale che baderebbe a tutti gli uguali, e la seconda il Dio inagente, per esempio ne Le Horla di Guy De Maupassant Dio è imboscato nello spazio, quindi non agisce.

Dio senza delega, non più agente, non è fatto a immagine e somiglianza degli umani, ma opera: Dio è operatore. L’idea opera, l’idea è fede, Dio è fede, non la fede in Dio che sarebbe ancora il Dio agente o non agente, che è la sua consacrazione, ma l’idea, il pensiero, non il pensato.

Allora Dio come l’idea del punto più alto è l’unica idea che non è materna, che non è mia, tua, sua, nostra, vostra, loro, che non è di nessuno, che non appartiene, l’unica idea sulla quale non si può fondare l’appartenenza, ossia presupporsi figlio di una genealogia, per esempio, quella dove Dio agisce: nati da una teologia positiva, oppure anche dove Dio non agisce, nati da una teologia negativa, come nella genealogia degli scalognati, quella dei Giganti della montagna di Pirandello. I figli del Dio maggiore, i giganti, e i figli del Dio minore, gli scalognati.

Quindi, dove c’è il fantasma materno, dove c’è l’idea di padroneggiare l’idea, dove ognuno ha la sua idea della vita, delle cose, c’è la delega, c’è la delega a Dio. Quale Dio? Dio come fantasma degli umani?

Il fantasma materno che cos’è allora? È l’idea che dovrebbe agire per realizzare divinamente o diabolicamente la circolarità dell’uno che si divide in due, non è l’idea che opera. L’idea che agisce, questo è il fantasma materno; ma che cosa realizza? Realizza la circolarità, realizza la circolazione umana, l’uno che si divide in due e che ritorna all’unità facendo circolo, come l’uroboro, mangiandosi la coda. L’altra faccia del divino è l’animale.

La teologia è l’impossibile topologia del cerchio, anche dell’asfera, anche dell’anello toroidale, anche della striscia di Moëbius, dove l’interno diventa esterno, e l’esterno interno, e non c’è più questa distinzione; anche nel nodo Borromeo, anche nella bottiglia di Klein, che ha un foro e è come se avesse una torsione all’interno del foro: è sempre un anello toroidale. Anche nell’algebra dei polinomi della sopravvivenza, si tratterebbe sempre del tentativo di conoscere il cerchio, di conoscere la morte. La topologia stessa, discorso tenuto sullo spazio, è impossibile.

Ecco un luogo comune, così comune che l’ha detto un comunista: "due più due fa quattro". Il comunista dice che nemmeno Lacan, suo maestro e suocero, lui il delegante, metteva al di sopra di "due più due fa quattro": questa è l’idea di Jacques Alain Miller. Nemmeno Lacan (delegato) metteva al di sopra di questa formula Miller (delegatario e delegante). Qual è l’idea che domina Jacques Alain Miller? Che due più due fa quattro, questa è l’idea materna, al punto che si ritiene il successore di Lacan e s’interroga quindi, sulla struttura che lui chiama del successore, di N+1, perché potrebbe aprire la formula e trovare il passaggio da N a N+1 e avrebbe capito che cosa si trasmette, qual è la verità che si trasmette. Il bacillo della psicanalisi pura? Miller s’interessa al quattro. Si esercita nella quaternità, ovvero a come 4 = n + 1. Per esempio, da suocero a genero.

Il passaggio è impassibile e non si trasmette. Il successore è lo spirito; sempre questione attorno di trinità. Non è nella serie lo spirito, non è N+1, il successore non sta nella serie. Allora ci si può chiedere quale sia la trasmissione senza più circolarità.
La delega a Dio, all’idea, alla propria idea o all’idea dell’Altro, fonda il naturalismo del cerchio: tutto è naturale; e la teologia consacra il nome di Dio quale garante della piramide sociale. Tra l’altro, la delega a Dio lo crea doppio, Dio maggiore e Dio minore, anche nel testo delle Memorie del presidente Daniel Paul Schreber ci sono Ormuzd e Ariman. Tolto Dio, c’è il dio superiore e il dio inferiore, il dio buono, il dio cattivo o anche il dio onesto e il dio menzognero di Cartesio. Questa delega a Dio vale a fondare la fiducia o la sfiducia nell’agire di Dio (amabile o odiabile), chi ci crede e chi non ci crede. E chi non ci crede è nella teologia negativa, perché non è questione di credenza. Tale è il discorso che sorge tra Dostoevskij, I fratelli Karamazov, "Dio è morto", e l’elaborazione che ne dà il filosofo Nietzsche, e allora: se Dio è morto, l’uomo è naturalmente divino, ha la sua idea, un’idea divina; ma divino alla greca, cioè bestiale. Sono sempre incolleriti gli dèi, si divorano, si sbranano, mangiano i figli, si trasformano in animali (toro, ariete, serpente...), e quindi: se Dio è morto e l’uomo è divino, Nietzsche abbraccia il cavallo, che diviene idolo. Freud l’ha chiamato "animale totemico".

Raccontano gli storici che Nietzsche sia uscito di senno in quel frangente: a Torino, aveva scritto alcuni biglietti agli amici, chiamati poi i biglietti della follia, e per strada vede un cavallo che tira un carico, il cavallo si ferma, non tira più quel carico che è molto grande. Il conducente scende, frusta il cavallo e Nietzsche lo abbraccia per salvarlo dalle percosse. Da quel momento scuote la "corda pazza", direbbe Pirandello. Gli psichiatri e la sorella l’hanno imprigionato? La psicotizzazione era irreversibile?

Sant’Agostino nel De Trinitate ma anche nelle Confessioni s’accorge che ci sono due domande impossibili, assurde (per sordi): che cos’è Dio e che cos’è la verità? Ovvero non fa un’ontologia di Dio, non lo affronta da filosofo (Dio è questo o quello...), anche se la maggior parte dell’umana specie dice che cosa Dio non è. Nessuna ontologia di Dio e della verità, nessun discorso della verità fondata dall’essere. Che cos’è? Quando qualcuno si prova a dire che cos’è, quell’essere, proprio in quanto supremo, Dio, comincia a avere sembianza umana, sempre umana, così mortale da imparentarsi all’animale.

Quindi, idea, pensiero, enunciato, fede: ingovernabile l’idea, gli umani non governano l’idea e la megalomania non è dei soggetti, è delle idee. L’idea, il fantasma, scriveva già trent’anni fa Armando Verdiglione, opera in modo megalomane. Dio è ingovernabile, anche indelegabile. Nell’etimo, teologia è termine greco. Questo discorso su Dio sorge con la traduzione in greco dell’Antico Testamento e con la scrittura in greco dei Vangeli, ovvero tra i quattrocento e i seicento anni dopo la nascita della filosofia. Il dio greco non ha nulla di Dio della Bibbia.

Dicendo "Dio" non diciamo lo stesso Dio. Il dio greco è il dio del politeismo. Mentre il Dio del monoteismo è Dio come operatore. Quel che sorge con l’ebraismo e prosegue con il cristianesimo e poi con l’islamismo, è il monoteismo, è Dio come fede assoluta, non Dio come agente, che s’intrufola nella storia degli umani, com’è in tutta la mitologia greca e in parte nella Bibbia stessa. Occorre distinguere tra il dio d’Atene e il Dio di Gerusalemme. Tra il Dio che garantirebbe gli umani e il Dio che non è garante. Occorre intendere che dire "in nome di Dio" riguarda il dio d’Atene. In tal senso, il discorso islamico esce da Atene più che da Medina, giacché ogni sura comincia con "In nome di Dio". E non va confuso il testo islamico con il discorso eretto come compromesso con la filosofia greca: il testo concerne il fratello come certificazione del figlio e l’Altro per la sua melodia.

In nome di Dio, come in nome del popolo, si sono fatti i massacri della storia. Anche il Dio che riconoscerà i suoi è un dio pagano, è un dio superno che non garantisce nulla agli stessi superiors rispetto agli inferiors, il dio invocato nel massacro dei catari, che avrebbero dovuto distinguersi dai cattolici. Dieu reconnaîtra les siens ha garantito solo il massacro di catari e di cattolici.
L’ateismo più che il teismo toglie Dio: e i deleganti sono legione, un popolo di protetti e d’assistiti, un popolo di funzionari e di professionisti della morte di dio, tutti eguali, più o meno.

La psichiatria, la psicologia, la psicoterapia e la psicanalisi sono pseudoteologie, perché presumono di occuparsi dell’anima del delegatario (dell’obbligo al delegato dopo la delega a Dio in quanto delegante), dell’obbligato alla pazienza e al pathos, alla passione, al punto di chiamarlo paziente e di rubricarlo nel discorso del pathos, meglio noto come patologia. La psichiatria (che non è una prerogativa degli psichiatri di professione, ma riguarda massimamente la chiesa, l’esercito e il partito) chiama patologia la delega a Dio, ovvero il patto con il diavolo, e ne fa un business.

C’è la teologia che dice che cosa non è Dio e un altra teologia che dice che cosa è Dio. E com’è creato questo Dio nell’ontologia? A immagine e somiglianza dell’uomo. C’è la trinità che viene introdotta con il monoteismo cristiano e c’è la ternarietà, la pseudologica ternaria o logica della somiglianza (e della dissomiglianza) che è quella che esclude il terzo, che è la logica aristotelica e che nella mitologia comporta il dio, l’uomo e l’animale.

Il monoteismo dice: Dio come padre, come figlio e come spirito. E l’apporto essenziale di Sant’Agostino è che Dio non è una somma di tre unità. Dio non è algebrista e non algebrizza, come crede Platone.

Il Dio agente algebrico, il Dio postino geometrico che porta il pacco divino, è senza trinità.

La terniarietà mette l’uomo in una sorta di continuo tra il divino e il bestiale, e si realizza in tutte le permutazioni: dio è animale, l’animale è dio, l’uomo è animale, l’animale è umano, l’uomo è divino, il divino è umano... Con tutti gli sdoppiamenti, striplamenti e smoltiplicamenti: l’uomo diventa l’uomo interno e l’uomo esterno, cioè il greco e il barbaro, il ricco e il povero, l’alto e il basso, il tiranno e il popolo, ma anche Dr Jekyll e Mr Hyde, anche il sosia di Dostoevskij, anche il sosia di Conrad. Nel reietto là in fondo alla nave noi vediamo il nostro sosia, dice Conrad, quindi, un uomo che si vede, un uomo doppio, l’uno che si divide in due, che si fa in quattro, e che si serializza, sino al serial killer.

Ma il dogma biblico dell’irrappresentabilità riguarda anche il sé. Nessuna immagine di sé. Non solo non ci faremo nessuno idolo di ciò che sta in cielo, di ciò che sta in terra e di ciò che sta sott’acqua, ma non ci faremo nessuna idea, nessuna idea dell’albero, nessuna idea del bene e del male, nessuna idea dell’albero come albero della conoscenza. In tal senso andrebbe letto il Dio di San Paolo, che dice: "Io porto un Dio ignoto", Dio inconoscibile. Non c’è conoscenza di Dio. Appunto la conoscenza di Dio è la delega a Dio, e il dio delegato è umano, è un postino, è agente, porta il miracolo. Il soggetto sarebbe obbligato a ricevere il miracolo e Dio sarebbe obbligato a fare questo miracolo, poiché è eletto come agente nella vita degli uomini. L’avvenimento e l’evento sarebbero racchiusi nel miracolo teologico, il miracolo divino; e non il miracolo che viene facendo. L’evento, questo è il miracolo, quel che avviene facendo, quel che non c’era prima, l’ipotesi pragmatica, non l’ipotesi deduttiva dei delegatari (è per via di deduzione che sanno tutto). La delega è, appunto, non la logica delle idee, del pensiero, ma la logica dell’ideato, del pensato.
La mia idea, non solo l’idea che ciascuno presume d’avere, anche rispetto a Dio, ma anche ogni idea che non sia ciascuna idea, perché ciascuna idea opera e non agisce, è immaternizzabile.

E che cosa mangiano i delegatari? La tentazione del serpente è l’appetito per la delega: i deleganti mangiano il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male per essere come Dio. È mangiato il cervello di Dio. Per intendere, perché non c’è quel cervello lì, il cervello di Zeus è mangiato, e in effetti, che cosa diventano gli umani quando mangiano il cervello di Dio per essere come Dio? Si realizzano nudi come il serpente e sono fatti della stessa sostanza, il serpente è condannato a mangiare polvere e l’uomo a ridiventarla: polvere sei e polvere ritornerai. Si tratta del cervello del divino animale e dell’animale divino (Zeus o serpente). Il cervello naturale, il cervello in quanto divino animale, o animale divino, animerà la scena immobile, ontologica, dove non c’è il fare.

L’ontologia, per intronarsi, nega il fare e rende proprietà dell’essere un certo fare: da Alessandro il macedone a Adolfo l’austriaco. La questione che non ci sia il fare parte d’Aristotele e arriva sino a Heidegger. Aristotele si chiede che cosa resta quando togliamo il divenire e il fare dall’uomo, e Heidegger dice che l’uomo non è definito dal fare, kein machen, nessun fare, l’uomo è definito dell’essere, lo statuto sarebbe ontologico, nel discorso dell’essere, l’uomo è, e come Dio è. E che cos’è l’uomo, cos’è Dio e che cos’è la verità? Quando si comincia a rispondere che cos’è Dio, quel Dio lì ha sembianze umane, e quando si comincia a dire che cos’è l’uomo, quell’uomo lì è sempre animale. Che cos’è l’uomo? Un animale politico. Un animale parlante. L’unico animale che sa che dovrà morire. L’unico animale che pensa. L’unico animale che costruisce case. Eccetera. Che cos’è la verità? Quando si comincia a dirla, s’avvia la danza dei veli e lo strip-tease della donna.

Che cos’è l’uomo? Quando si comincia a dirlo risulta sempre una bestia. Cos’è Dio? Quando si comincia a dirlo, si veste di panni umani. Chi mangia il cervello dell’animale non può dire altro che l’uomo è animale. Ma non solo, anche una rapa può telecomandare un soggetto. Anche una rapa ha il suo soggetto alla rapa; se qualcuno mangia la rapa per evitare di mangiare l’animale si fa rapa e mira al naturalismo.

L’animalismo fantastico è una forma di naturalismo. La botanica fantastica è un modo del naturalismo, ma il soggetto può anche farsi pietra, come nella new-age che ha riempito le case di pietre e poi di polvere.
Se io, rispetto a ciò che accadde nella mia vita, metto una pietra in casa, sono telecomandato dalla pietra. Gli umani come pietre. E le pietre come umani. Mineralogia fantastica, come quella di Roger Callois. E la questione della new-age è la questione della polverizzazione dell’esperienza e della pietra dello scandalo.

Allora, l’individualismo spiritualista partecipa all’indifferenza in materia di Dio: "vivo egualmente bene o male se Dio esiste o non esiste" è il modo di dire che Dio agisce, e che c’è chi pensa agli agiti e agitati; oppure che Dio non agisce: è inutile fare un passo, un gesto, tanto Dio non esiste. Questo è già saputo, pensato, come luogo comune.

Il Dio che agisce con i miracoli divini è il Dio genealogico, fatto a immagine e somiglianza della nobile menzogna del tiranno. Il Dio che riconoscerà i suoi è sempre umano (umanissimo nel proteggere e nell’assistere i suoi e umanissimo nell’escludere gli altri). Anche credere che noi possiamo agire o meno, è la stessa cosa di dire che Dio agisce anziché operare. E con delega a Dio il profitto diviene giusto e ingiusto, lecito e illecito. Se il profitto è fatto in nome di Dio, o meno, regnano i doganieri di Dio, la nomenclatura di Dio, i cani di Dio, i domeni-cani, sempre giustificati a giustiziare le canaglie. Sempre illuminata questa nomenclatura che agisce in nome di Dio, ovvero che toglie Dio affinché la delega a Dio si realizzi.

Dire in nome di Dio è delegare a un delegato fatto a propria immagine e somiglianza; e la nomenclatura dei delegatari è sempre illuminata, fosforescente, sempre in odore di santità, ai funerali è sempre in prima fila, al vertice della piramide sociale e della solarità essoterica, con strani sosia nell’oscurità esoterica.
La delega a Dio reinstaura il paganesimo anche per il cattolico, quando si attiene alla sua idea, ovvero all’animale fantastico anfibologico, fra chi promette e chi dovrebbe trarre il profitto di questa delega, ovvero tra il padrone e lo schiavo.

Il delegatario in atto, il delegante, chi delega a Dio è obbligato, è obbediente al luogo comune, per questo, per esempio, chi fa ciò che vuole, ciò che sa, ciò che può e ciò che deve, riesce sempre a fare ciò che gli viene detto di fare, sopra tutto quando fa ciò che vuole. Per nulla paradossale, chi fa ciò che vuole è telecomandato dall’ideuzza che ha di Dio, che esista o che non esista.
Negato Dio, ognuno cede ovunque sente odore di femmina, odore di soldi, o sentore di fallo, l’olezzo stesso del potere. Tolto Dio, cioè l’idea del punto più alto, il colore che è una proprietà del punto è tolta, e resta l’odore; infatti, gli umani, in tutta la loro splendida ontologia, sanno sempre distinguere l’odore dei soldi, l’odore dei buoni affari e distinguere il male odore, il malaffare.

Con la delega a Dio, l’albero della conoscenza del bene e del male trionfa. Con la delega a Dio è la gnosi, ognuno conosce il mondo come le proprie tasche, e diviene indifferente in materia d’umanità, in materia di felicità e in materia di qualità, perché tolto Dio ognuno rinuncia alla sovranità e regna sovrana la quantità ordinale e ordinaria, il principio della tangente, a ognuno il suo posto, a ognuno la sua fetta, e allora l’ospite è sempre preso come un invasore. Se la torta mondiale è a numero chiuso, ordinale e ordinata, è già spartita dalle oligarchie.

Con la delega a Dio, gli umani oscillano tra il farmaco e il veleno, tra l’euforia e la disforia, circolano, vanno su e giù; e con la delega a Dio la malattia incombe: la malattia come fantasma di padronanza (è una padronanza mancata la malattia) sul male, sul negativo (sulla conoscenza del bene e del male), sull’incesto, sul peccato, per raggiungere la benattia ideale, il bene.
Con la delega a Dio, ognuno fa di testa propria, perché ognuno è divino; e è curioso come sia proprio questo "ognuno è divino" la base dell’indifferenza in materia umanità, poiché ci sarebbero i più o meno divini, e allora: i non divini vengono esclusi e rinchiusi nei campi di sterminio, sino alla soluzione finale.

Il mito del cristianesimo introduce la trinità. Ma proprio nella trinità, qual è la novità? Il padre c’era, la religione dei padri è l’ebraismo. È introdotto il figlio. Cristo giunge a compiere la legge, non è venuto per sovvertirla, ma per compierla.

Con il cristianesimo è ammesso il figlio. Fino a che non c’è stata l’ammissione del figlio, che cosa c’era? C’era l’accesso, la mitologia dell’accesso, e perché ci fosse l’accesso ci voleva l’iniziazione, ci voleva un accadimento, per esempio, i figli accedevano al governo dell’impresa solo se il padre muoriva. Il figlio nell’ebraismo non può fare nulla fino a quando il padre non muore.

L’uomo doppio è l’uno che si divide in due, al cominciamento. Allora l’uno dividendosi in due non si ammette. Non dividendosi da sé, non differendo da sé, l’unico si divide in due, e allora c’è chi ha l’accesso e chi no. Il greco ha l’accesso alla città e il barbaro no, c’è chi ha accesso alla lingua della città e chi no e fa bababa, questo è il barbaro, che come il tartaro è coniato per onomatopea. Inoltre la donna dovrebbe accedere allo statuto di donna: la questione arriva sino a Freud. Come la donna diviene donna? E così togliendo l’enigma donna si crea la donna senza enigma e la donna enigmatica: la donna che si paga e la donna che paga. Insomma, la teoria dell’accesso allo statuto di donna è una teoria della prostituzione.

Non c’è accesso allo zero. L’accedere, l’autorizzarsi sta nello zero: è il suo stesso funzionamento. L’accesso è lo zero stesso, la funzione di zero, cioè la funzione di nome, d’autore. L’accesso: lievito, accrescimento. E lo zero non va da sé che s’instauri, questo dice Freud nell’analisi dei casi clinici. Come s’instaura la rimozione, come il nome funziona? Funziona o ci dividiamo in due e ci facciamo in quattro e tiriamo a campare? Funziona o si liquida o si solidifica? Quando lo zero funziona il campo è intellettuale, non c’è più scampo.

Esodo 20, 2-5: "Non avrai altro Dio al di fuori di me, non ti farà idolo né immagine alcuna di ciò che è la su il cielo, né di ciò che è qua giù sulla terra, né di ciò che è nell’acqua sotto terra, non ti prostrerai dinanzi a loro".
La nozione di soggetto che emerge con Cartesio è la nozione di "prostrato" che c’è tra le righe. Chi si prostra e chi è il prostrato? Chi ha delegato Dio. Chi si fa soggetto, delega Dio.

Apparentemente, fare di testa propria, fare ciò che si vuole, non sarebbe una delega, invece è un modo di delegare. L’autonomia è anche un’ideologia veneta. Coloro che fanno di testa propria sono autocefali, con la testa che lavora in proprio, padroni della propria psiche. Questa è anche la modalità della religione ortodossa, le chiese si creano per autocefalia, un figlio minore diventando maggiore forma un’altra chiesa; e al posto del papato c’è la chiesa più grande e numerosa.

Dio non proibisce, opera alla scrittura delle cose che procedono dall’albero della vita, della memoria, della traccia originaria. Con la delega a Dio, la memoria non si scrive e ognuno vive di ricordi, di tabù del fare, e crede che sia proibito di cibarsi dei frutti dell’albero che sta nel mezzo del giardino.

Ogni accettazione e ogni rifiuto della rappresentazione dell’albero della vita nell’albero della conoscenza del bene e del male comporta l’accesso diretto e immediato a Dio, e anche allo scalino inferiore della presidenza, anche il nome di "capo di stato", togliendo il nome, il nome del nome è a portata di mano. Tolto il punto più alto, il punto più basso è a portata dei cani. Ognuno può accedere alla presidenza della nuova alleanza mondiale. E le canaglie, l’uomo buono se lo mangiano.

La santità dello spirito è il modo in cui opera Dio, l’idea del punto più alto. E senza santità, nessuna immunità: la sars diviene una bevanda come la cicuta, da assumere come il bene pubblico.

La sola idea che non sia di morte, che non proceda dalla fine del tempo: Dio, che è anche fede assoluta nella non rappresentabilità dell’itinerario. Mentre, con la delega a Dio, l’itinerario è un cerchio dove il punto di arrivo si doppia sul punto di partenza. Ognuno si fa animale circolare e circolante: merce tra le merci in circolazione. Con la delega a Dio, tutto è merce, mercificato, azzerato, senza lo zero. Tutto è numerabile, senza il numero.

Senza lo zero, senza l’uno: questo è il modo in cui Dio algebrizza (a ognuno la sua formula di vita). Senza l’intervallo: questo è il modo in cui Dio geometrizza (a ognuno il suo posto di vita). E la negativa dello zero, dell’uno e dell’intervallo viene chiamata: peccato, male, negativo, incesto.

Con la delega a Dio, ognuno si fa untore e officiante della colonna infame, la colonna del male, volgendo la relazione in delazione.

Schreber esplora l’impossibile delega a Dio, instaurando un filo diretto con un Dio necrofago attraverso i nervi e proprio per questo teme di essere lasciato e abbandonato alla scatologia. Il filo diretto è quello della marionetta di un burattinaio fatto a immagine della stessa marionetta. Il filo diretto sarebbe, se esistesse, il filo palpabile della genealogia (animale, umana o divina: è la stessa genealogia). Filo non della vita ma del bene e del male (bene ideale e male reale). Ecco il purismo, con la purga di sé e degli altri: bisogna purificare il filo da tutto il male affinché veicoli solo il purissimo bene. E non a caso Schreber ha il gusto del dolce e dell’amaro, per distinguere. E il sostanzialismo rovina nel testo di Schreber, al punto che il presidente dorme ugualmente bene o male con o senza sonnifero, proposto dal mentalista Flechsig.

La psicanalisi è dissipazione dello psichico, l’altra faccia del corporeo. La psiche e il corpo sono la psicotizzazione del pragma procedente dall’uno che si divide in due. Mentalizzazione e sostanzializzazione dell’esperienza.

L’analisi è proprietà di Dio, della fede, dell’idea, dell’operatore, del pensiero, dell’enunciato. L’analisi dissipa la credenza nel fantasma materno, nella sostanzializzazione del corpo e nella mentalizzazione della psiche. La trinità non è materna. Dio non è madre. Dio non agisce né per gli uomini né per le donne. Il Dio degli uomini e il Dio delle donne hanno la sembianza umana che i deleganti attribuiscono loro. La delega non toglie l’operatore. Dio non è servo e l’idea non serve per l’azione.

Tolto Dio è sancito l’antropomorfismo, anche quello degli dèi e quello degli animali. Infatti la teocrazia è una zoocrazia, e viceversa. Non ci sono più zoocrazie nel presente? Il cagnolino del presidente deve rimanere un dettaglio inanalizzato? Non c’è più nessuna araldica delle genealogie? La nozione stessa di genealogia è sia zoologica che teologica.

La parola è ingovernabile. Il governo è un dispositivo della parola e non sulla parola. E Giobbe non cerca il governo sulla vita: né ama l’idolo né odia Dio. Giobbe non si fa vittima, non accetta il soggetto e nemmeno l’essere. Il dolore e il lutto richiedono il dispositivo e si rivolgono alla qualità.

La negazione di Dio come operatore è la delega stessa e comporta la presenza soverchiante del Dio maggiore o l’assenza discreta del Dio minore, e la variabilità stessa del più e del meno.

Con la delega a Dio si sopravvive di paura, ma morire è dolce. L’eutanasia somministra la pasticca edulcorata contro la vita, che se ne va col Dio delegato e torna come contrappasso o contraccolpo (infarto, cancro, aids, guerra, stupro...), che gli umani prendono come una maledizione di Dio, oggetto della loro credenza o miscredenza. Non a torto: la delega a Dio comporta la maledizione, l’errore tecnico, l’acting out. Fuori da cosa? Dalla parola. Ma la cosa non riesce perché la parola non si rompe, è incorruttibile, e per questo sorgono le sentinelle estreme, che nel ricordo vengono dette flagelli o maledizioni, e invece sono quello che resta di autentico in vite spese nell’inautenticità. Giobbe non accetta la piaga maligna che lo colpisce dalla pianta dei piedi alla cima del capo, e si gratta con un coccio tra la cenere. E la piaga non lo piega come soggetto al male. E Giobbe non muore di cancro né di infarto, ma "sazio di giorni".

La delega a Dio comporta la congiura della dotta schiera: degli idioti, degli imbecilli, dei cretini, degli stupidi, dei deietti, dei reietti, degli eletti e dei seletti e la pazzia delle marionette, degli zelig, dei vampiri, dei burattini, ossia di ogni attore che si presuma appartenente a una favola sociale. Svolgendola ovviamente in modo personale.

Dio è idea inconoscibile, irrappresentabile, innominabile. Dio è impensabile. Non c’è idea dell’idea. In tal senso, s’intende che la delega a Dio non è a Dio ma a un suo surrogato umano, in effetti lo toglie per una operabilità della vita facile, che poi risulta impossibile. Il "soggetto" non riuscirà nelle sue imprese, indica il Deuteronomio, 28, 29, in quanto già pensate, e quindi ideali, e diviene visibile, bersaglio delle maledizioni. E questo partire da Adamo, che solo dopo la trasgressione "mostra" la nudità.

La medicina preventiva contro la vita potenzialmente già malata (sino all’idea di morte deambulante) per sanare il guasto originale che mina la salute di ognuno (come s’evince dai dispacci del sanitarismo mondiale) s’impianta sulla delega a Dio. Nel senso che la vita e la morte sono irrappresentabili, e quindi ogni idea della vita e ogni idea della morte sorgono con la delega a Dio, maggiore o minore. La delega al Dio minore ha altri nomi e una sua letteratura: è anche il patto con il diavolo. Ma lo stesso Dio maggiore può risultare diavolo, come insegna Schreber. E chi proclama la catastrofe, chi sa leggere le scatole nere di tutti i guasti erige la teocrazia, che è senza Dio, ovvero è il regno della delega totale.

La morte di Dio è una sottolineatura della delega a Dio, che non scalfisce il monoteismo. Nella morte di Dio è il dio greco che muore e rinasce sulle sue ceneri. Il Dio del monoteismo non muore.

Dio opera alla scrittura della verità, che non ha bisogno di credenti né di miscredenti. Chi è il soggetto della credenza e della sua apoteosi, la miscredenza? È l’essere per la morte, poiché tolto Dio la funzione si umanizza e si definisce a partire dalla sua fine. La verità in gioco nella credenza è la sua negazione e per questo quando si rivela è un luogo comune. È solo per questa via che Heidegger ha potuto credere, per più di un attimo, nel nazismo come manifestazione dell’essere, ma poi il Dio maggiore è diventato un Dio minore.

A partire dalla delega a Dio, i commentari del testo invisibile, inviolabile, illeggibile, educano al terrore, all’orrore, al panico, allo spavento. L’importante è circolare e pagare il dazio per le proprie catene.
La delega a Dio comporta la negativa della memoria: il ricordo. E la peste si può spacciare e il numero si può enumerare. Ognuno dà i numeri credendo nell’ordinalità e nel dio algebrista. Pazzia ordinaria, che quando vince alla lotteria diventa straordinaria. Pazzia ordinaria e pazzia straordinaria dei morti affaccendati.

Con la delega a Dio gli umani mancano il fare e si affaccendano dietro e davanti, sopra e sotto il conduttore delegato dell’abduzione, la figura impossibile della negazione dell’opera. L’abduttore supremo dovrebbe rivelare la verità degli affaccendati (trasduttori, seduttori e seduttori), il loro destino glorioso di esseri non toccati dal fare: avrebbero come miracolo il capitale senza capitalismo, dal legalismo delle lotterie all’illegalismo della fuga con la cassa dell’azienda. Sognando la divina proporzione. E l’improporzione quotidiana risulta diabolica, ovvero destino inglorioso.

La delega a Dio generalizza e toglie l’intellettualità dalla vendita, e un aspetto si coglie nella vendita degli umani, anche a pezzi. La vendita degli organi. Questo è lo spaccio della bestia trionfante sul quale insiste Giordano Bruno, che non ha ancora trovato i suoi lettori, che ne restituiscano il testo senza più fascino per la sua morte. La vendita di sostanza e di mentalità è lo spaccio della bestia, per questo San Giovanni indica nell’Apocalisse che solo chi porterà il marchio della bestia potrà vendere, dallo psicofarmaco allo psicogiornalismo. Il bestiario personale e sociale. Il varco è infinito e incalcolabile dal bestialismo della vendita alla vendita intellettuale. La vendita è senza più spaccio de la bêtise, secondo, anche, la lezione di Gustave Flaubert.

Non tutto è in vendita. Dio è invendibile e è per questa invendibilità che lo spaccio degli umani è impossibile, non per la lotta contro la svendita degli umani, che partecipa all’infame business, anche per avere accettato la delega a Dio. Il tribuno del popolo, il difensore degli oppressi, ha già delegato a Dio, in altri termini ha già venduto l’anima al diavolo, e ne rivendica il salario.

Tolto Dio, gli umani boccheggiano senza aria, senza memoria, senza autorità, senza capacità, senza intelligenza. E i modi di avere e di essere, la possessione e l’ontologia, il benavere e il benessere, non sono la via d’uscita e promuovono la teologia, la delega a Dio. Per altro la blasfemia annota l’innominabile.

Dio come operatore lascia a ciascuno il suo progetto e il suo programma, senza sbarramenti verso la verità. E che cosa ci sarebbe senza progetto e senza programma, ossia senza viaggio? L’uomo naturale, convenzionale, normale. La sopravvivenza dell’uomo marchiato dalla morte. Ebbene, Dio impedisce che ci sia chi si creda lontano o vicino dal lui (come voce), dall’io (come sguardo), dal tu (come specchio). Dio impedisce la credenza nel filo diretto - breve o lungo - con il divino, che dall’altra parte, direbbe Gödel, avrebbe il maligno. Il cerchio del bene e del male. In tal senso, tolto Dio gli umani girano in tondo: ognuno consegna il filo e la corda in mano alle parche, esperte nella facoltà di taglio. Taglio che dovrebbe separare la proporzione dall’improporzione, realizzando il rapporto aureo, cosicché chi nasce proporzionatamente rotondo non può morire improporzionatamente quadrato. E così sorge e risorge il problema dell’accesso al quadrato o al cerchio, alla nevrosi o alla psicosi. Problema di guardiani e di doganieri, che riguarda anche il geniale Lacan.

Tolto Dio noi viviamo (sopravviviamo o sottoviviamo) in un cerchio, sino alla sua impossibile quadratura, nel sistema, nel tutto, nella circolarità e nella sua impossibile atomizzazione trigonometrica. E la psicanalisi non sovverte la circolarità se non alimentandola.
Tolto Dio, l’inconscio è definito come luogo della possibilità del negativo, lasciando intendere che la coscienza sarebbe il luogo della possibilità del positivo, che per ragioni di business non viene più inseguito.

Dio non è interlocutore. Certamente, nel paganesimo, può capitare che Dio squarci il muro e ci parli nella nostra lingua, mentre il diavolo parlerebbe sempre in una lingua incomprensibile. Ma di che Dio si tratta? Del delegato che parla con la voce auspicata o temuta del delegante.

Dio ha addetti e non addetti ai lavori? Per gli eletti ci sarebbe la mostrazione di Dio? Per i reietti ci sarebbe la cecità? Dio non appare né si nasconde. Dio non sta nel visibile, quindi nessuna mostrazione né dimostrazione di Dio. Il Dio la cui dimostrabilità è data per deduzione logica è delegato del logico che lo ha creato. La disputa teologica è nomenclaturistica, per gestire in schiavitù gli umani. La domanda sulla credenza in Dio appartiene a Menone, mentre al suo schiavo appartiene la risposta.

La celebrazione della morte di Dio, e anche la celebrazione della sua rinascita politeistica in un florilegio di sette, è dominio degli psicopompi e della gnosi. La conoscenza del bene e del male è il discorso della delega a Dio, dell’azione senza operazione, che si realizza seguendo la via del serpente. Ma malgrado gli umani si sforzino di obbiettivare Dio per amarlo o per odiarlo, ossia per servirlo per meglio essere serviti, nella speranza facile di essere riconosciuti come appartenenti alla schiera degli eletti, Dio rimane intoglibile. E i reietti saranno eletti e viceversa.

Dio indica come la relazione non sia sociale, ovvero di eutanasia. La logica delle operazioni procede dalla logica relazionale. Il Dio superiore e il Dio inferiore, il Dio benefico e il Dio malefico, non stanno al posto di Dio ma della sua negazione.
L’atto del padre è l’accesso alla vita originaria, non già scritta, non già destinata e nemmeno predestinata. L’idea del padre è l’operatore sintattico.

L’atto del figlio introduce il corpo e la carne, prima c’era il cadavere e la "polpa" dell’animale. Cristo introduce la transustanziazione. Il cibo intellettuale. Il nutrimento originario. Inconfiscabile. Inimmagazzinabile, indoganabile. L’idea del figlio è l’operatore frastico.
Lo spirito è il successore, l’operatore pragmatico, abduttivo, e il suo atto è quello di successione. Nella delega a Dio, successore è l’altro figlio, il fratello, N+1. Per questo la delega è il modo stesso del fratricidio, da Romolo e Remo all’ultima guerra mondiale (sempre presunta preventiva e in effetti post-ventiva).

Dio non offre nessun appiglio all’essere e all’avere, poiché opera alla scrittura della vita originaria. Inagibile Dio. Intollerante. Irreligioso. La fede non ammette fedeli né infedeli, che mirano al teismo, alla delega a Dio per essere protetti e garantiti e avere tutta la sostanza della terra, del cielo e del paradiso.

Ciascun punto dell’itinerario è il punto più alto, e Dio come idea del punto più alto opera senza codificarsi, senza regolamentarsi, senza significarsi. Dio connette il punto e la funzione, per questo il punto è mobile e la funzione è compimento. Tolto il punto, Dio è delegato potenziale (e per questo ritenuto impotente dall’ateismo) e nulla più si compie. In tal senso l’ateismo è la completa resa all’impotenza presunta di Dio: è la delega sino allo stremo.
Dio non chiede il diritto di operare ai suoi commentatori e opera al compimento delle cose sino alla loro scrittura, alla loro estrema qualità. E compiendosi le cose, ogni ipotesi di funzione di morte si dissipa. Ogni ipotesi di delega a Dio si vanifica e risulta una deduzione soggettiva per essere e per avere la morte.
Dio non opera di meno per il fatto di essere tolto o negato. Dio non si lascia togliere. Gli umani chiamano l’intoglibilità maledizione di Dio.

Il Dio delegato è senza trinità, è unario. È così che l’ammissione del figlio volge nella mitologia dell’accesso.
Il dubbio teologico sull’esistenza di Dio è il dubbio di sé. Procede dall’idea che ognuno ha di se stesso. Forse Dio non esiste? E tiriamo il campo, questo è campare: misuriamo il campo, lo tagliamo bene, ci facciamo un orticello, all’interno regnamo e ognuno è il soggetto nello stato libero di se stesso, in perfetta autonomia, in perfetta delega a Dio. Dio sicuramente farà qualche miracolo per l’orto, è un Dio orto-dosso, orto-genico, tutto nell’ontologia, nell’ortologia.

Noi non abbiamo capito tutto: procediamo dal dubbio, e quindi siamo i non deleganti. Viviamo da protagonisti, senza più un canovaccio autorevole da giocare. L’autorevolezza nega l’autorità, la delega al dio pinco e al dio palla.

Dio non opera per gli scalognati e opera solo per i giganti, o viceversa? Dio opera o agisce? È più o meno un dio pagano? A che cosa opera Dio? Non opera al pensato, al già pensato, al mondo fantasticato, alla realtà tale quale, che ognuno cerca di decifrare. Dio opera alla scrittura del fare, perché la verità arriva sulla punta del fare, non c’è già prima la verità, la verità che c’è già prima è una fregatura, è l’idea che ognuno ha della verità.

L’operazione è frastica, sintattica, pragmatica, l’operazione è proprio in direzione della scrittura delle cose, in direzione delle cose che si fanno, in direzione di ciò che si conclude, di ciò che si dice e che dicendo si fa. Ciò che si narra, e che facendosi si scrive: è per l’operare dell’idea ingovernabile.

Dio come fede, come operatore, non è l’improcedibile, non è l’apertura delle cose, corrisponderebbe a tagliarlo in due, a renderlo umano, trasformarlo in un dio buono e un dio cattivo, in un dio onesto in un dio mentitore, in un dio minore e un dio maggiore. Allora, Dio procede. Dio procede dal due, dal dubbio non ontologico, non filosofico, non cartesiano, non amletico. Il dubbio è l’apertura stessa delle cose. Non c’è nessuna chiusura.

Le quattro logiche della parola procedono dalla quinta logica che è l’unica che non sia singolare triale, la logica duale, logica dell’apertura, la relazione, ma come giunzione e separazione. Non le due vie: una destinata al bene e una al male, una con la teologia negativa, dove dio non opera e neanche agisce, e una con la teologia positiva dove Dio agisce. Le cose procedono dal due.

La logica delle idee o logica del pensiero o logica degli enunciati e quindi, Dio come idea dello specchio, come idea dello sguardo, come idea della voce. La trialità di Dio non è come padre, come figlio, come spirito. L’operazione non è la funzione.

La logica delle funzioni: funzione di rimozione, funzione di resistenza, funzione temporale.
La logica delle dimensioni: materia, linguaggio, sembianza.
Logica dell’oggetto: specchio, sguardo, voce.
Queste quattro logiche procedono dalla logica delle relazioni, dove la relazione è il due, non è l’unità colpita dal taglio, che allora darebbe la via ai giganti e agli scalognati, e alle varie mitologie dell’accesso e del passaggio. Può un gigante diventare scalognato? Può uno scalognato diventare gigante? Chi nasce rotondo può morire quadrato? Questa è la genealogia enigmistica o l’enigmistica genealogica.

Dio come operatore sospende l’idea materna, l’idea che ognuno si fa, l’idea di provenire da una certa famiglia e quindi di potere fare certe cose e altre no.

Chi è agente di Dio? L’uomo, in quanto esecutore del delegato, perché lo crea a propria immagine e somiglianza, obliando il suo stesso atto di delega. L’uomo creativo è divino, e quindi crea Dio come animale (questa è l’impossibile blasfemia) e crea la donna come supporto della sua uominizzazione divina (questa è l’impossibile corruzione delle donne).

Chi è agente dell’idea? Colui che si ritiene agente dell’idea tenta di mettere in azione l’idea dell’idea, il fantasma materno, e allora l’idea dell’idea lo governa, è obbligato al luogo comune, al punto che la disobbedienza è l’estrema osservanza del carico. Si tratta del celeberrimo pacco sostanziale e mentale: il tesoro dell’agenzia dell’agente divino, che oscilla tra magia bianca e magia nera, tra ipnosi per il bene e ipnosi per il male. A proposito del cibo e dei dettami personali e sociali del mangiare è curioso che chi mangia ciò che vuole mangia ciò che gli viene detto di mangiare.

Il contrario, chi fa ciò che non vuole, lo schiavo, è nella stessa circolarità, sempre apparentemente nella fantasia di accesso, che occorra accedere al circolo di coloro che fanno ciò che vogliono. Il rifiuto, come non fare ciò che non si vuole, è l’altra faccia dell’accettazione della morte, della sostanza: la sua mentalizzazione. La psichiatria chiama questo rifiuto "anoressia mentale".
Nella circolarità della delega a Dio si tratta di divorare la morte e la sostanza.

Allora, non fare ciò che si vuole (o che non si vuole), non fare ciò che si sa (o che non si sa), non fare ciò che si deve (o che non si deve), non fare ciò che si può (o che non si può): sono le sacralizzazioni (le apoteosi) di fare ciò che si vuole, che si sa, ciò che si deve e ciò che si può.

Dove sta la libertà? Nella parola. La libertà non è del soggetto. Dicendo, la "libertà", anche come libero arbitrio, si tratta della famosa libertà del soggetto. Il libero arbitrio è di colui che fa ciò che vuole, ciò che deve, ciò che sa, ciò che può (e le loro negative). Libertà del soggetto, ossia funzioni magiche e ipnotiche. La libertà è una proprietà della parola, è una proprietà del principio, insieme all’aria, alla leggerezza, all’anoressia, al crimine. E con l’ammissione del figlio, ciascuno fa quel che occorre fare, senza sottoporle alle quattro apparenti funzioni umane: sapere, potere, volere, dovere. Si fa quel che occorre fare, né quel che io penso di fare, né quel che dice l’altro di fare: questa è la rivoluzione cifrematica, occorre fare quel che narrando indica la via.

Gira in tondo chi fa o non fa ciò che Dio è presunto volere. Il Dio della formula "se Dio vuole" è doganiere, controllore dell’accesso.

Non c’è scritto nella Bibbia che Dio sia fatto a immagine e somiglianza dell’uomo. È difficilissima da leggere tale questione, pare scontata, o troppo semplice, ma non è neanche sfiorata dai teologi quando discorrono o ricercano intorno a Dio. E che l’uomo sia fatto a immagine e somiglianza di Dio non è tenuto in considerazione dai filosofi, per i quali l’uomo è fatto a immagine e somiglianza dell’animale ("l’uomo è animale politico"), anche quando è ritenuto divino. L’uomo divino non è l’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio, come nell’istanza del monoteismo. Quattromila anni prima di Aristotele, nel Genesi c’è l’acquisizione che l’uomo non è animale.
Le cose sono irrappresentabili. Eppure le ideologie correnti, anche le discipline note come scienze umane, indicano che l’uomo è aspettato al varco: rappresentato. Anche nella formula "l’uomo è ciò che mangia". La frase è di Feuerbach. Cioè l’uomo è una bestia, significabile e rappresentabile da ciò che mangia. E il mangiare stesso sarebbe rappresentabile, codificabile. Non è così. L’uomo non è fatto a immagine e somiglianza dell’animale, e non è fatto a immagine e somiglianza di se stesso (come "pratica" la filosofia, come "credono" la psicologia e l’antropologia). E non è fatto a immagine e somiglianza dell’idolo, ovvero del dio del teismo, che non è il monoteismo, e rimane nel politeismo sino all’apoteosi nell’ateismo.

L’uomo non può farsi rappresentazioni di ciò che sta in cielo, di ciò che sta in terra e di ciò che sta nell’acqua, quindi, neanche di se stesso e di Dio. L’uomo non può rappresentarsi e non può rappresentare Dio perché se si rappresenta o se lo rappresenta non è più fatto a immagine e somiglianza di Dio. Non è transitiva la formula.
Non c’è più rappresentazione, con la Bibbia cessa l’idolatria. Anche l’uomo è irrappresentabile, in effetti, non è questione di essere, ma questione di figlio, di funzione; e non è funzione dell’essere la funzione del figlio. Freud la chiama funzione di resistenza: il figlio resiste proprio alla rappresentazione di sé. Non c’è più rappresentazione perché il presente è un’impossibile idea del tempo. Il presente è l’ente vicino, quell’ente che si avvicina, l’ente così vicino che noi diciamo che è presente. Questa è l’ontologia. Assente è l’ente che non è qui, ma sempre ente. La presenza è una nozione ontologica, figurarsi la "rappresentazione". Ciò che starebbe al posto della presenza. Siamo nell’ontologia, cioè siamo nell’animalismo greco. L’ontologia, che cos’è? Dio come essere, l’uomo come essere, l’animale come essere. Ovvero, l’ontologia dice che Dio è animale, che l’uomo è divino e che l’animale è umano. Al posto della trinità.
Che non ci sia più rappresentazione indica che la delega a Dio è impossibile.

La lezione di Freud: cosa succede togliendo il padre, o lo zero come nome? Non al posto del padre, ma negando il padre, gli umani erigono l’animale totemico, e sono obbligati al suo ordine, uccidono ritualmente l’animale totemico e sono osservanti dell’idee che hanno di questa bestia che fu padre. La mitologia è narrata in Totem e Tabù, dove Freud chiama l’obbligo, obbedienza a posteriori, nachträglich gehorsam.

Il padre sarebbe padrone delle cose, delle donne, dei soldi. I figli uccidono il padre per avere le donne e i soldi e dividono il territorio, in dentro e fuori, e possono fare solo quello che sta fuori, cioè viene eretto il tabù dell’incesto, tutte meno una, c’è una donna che è posta fuori del giro. Quello che era cercato risulta proibito, e la disobbedienza sacralizza l’obbedienza di poi.
Tolto lo zero, c’è la sua impossibile rappresentazione nell’animale totemico, e tutti sono figli del totem. Che cosa dice Freud? I figli si vestono con la pelle dell’animale totemico, ne imitano la voce. Sono tutti figli dell’animale e quindi sono animali e circolano, e tanto sono felici e tanto sono infelici, alla gioiosa festevolezza segue il lamento funebre. Non è facile capire come fossero sia felici che infelici. Noi lo intendiamo oggi perché sono felici e completamente infelici. Allora, la felicità richiede il funzionamento dello zero, richiede il padre come nome, la funzione, la funzione di rimozione, la funzione di crescita, il lievito della vita. Questo è il lievito: la funzione di nome. Senza lievito, nulla cresce, e tutto circola. E siccome non c’è crescita (negando il nome), c’è la rappresentazione sostanziale, cioè la torta che tutti vedono e la lottizzazione della torta, la battaglia per la torta, anche per esempio per la torta del petrolio.

Tolto lo zero nella sembianza c’è l’idolo, viene adorato l’idolo animale, il vitello d’oro. Dove sta Dio? È fatto fuori, ossia a fatto a immagine dell’uomo per applicarvi il principio del terzo escluso. Però ci sono i paradossi del vitello d’oro, i paradossi di questa logica ternaria, perché ha tre principi ma funziona a catena: è una logica ternaria e non triale, e funziona sul principio d’identità, sul principio di non contraddizione e sul principio di esclusione del terzo, perché senza l’esclusione del terzo non ci potrebbe essere il ritorno al punto di partenza. È la logica rettilinea o circolare, o sferica. Solo così, infatti, il pianeta sembra andare avanti con azioni e animali e non con l’atto di parola.

Dio è pensiero assoluto, ingovernabile, non umano. La negazione del pianeta va avanti nell’animazione e nel naturalismo. Se andasse avanti proprio così, l’umanità si sarebbe già suicidata. Va inteso dove risiede la novità. E proprio perché il tentativo di padroneggiare la vita non riesce, non è il caso di farsi animale, ma di scommettere sul proseguimento della vita intelligente.
Farsi animale non vuole dire come nelle fiabe che ci si trasforma nel lupo mannaro. Basta ritenersi appartenente alla nomenclatura (a una corporazione o a una categoria sociale) e esercitare un funzionariato o una professione per introdurre l’abito dell’animale fantastico, anche come "malato mentale".

Ci sono degli elementi tali e quali nella parola che ciascuna volta ci sono le condizioni per instaurare l’interlocutore come dispositivo. L’interlocutore è sempre ignoto, non perché ci sarà qualche momento che sarà noto, ma perché ciascuno e non ognuno (ognuno scodinzola e è animale), può trovarsi in un itinerario dove ci sia interlocuzione. Noi non sappiamo mai, non conosciamo mai l’interlocutore.

Gli uomini hanno un Dio e una religione perché l’uomo nasce e muore? Gli umani si fondano sull’idea di morte, si creano un Dio fatto a loro immagine e somiglianza per governare la vita con il fantasma di morte, con la paura di morte, con la morte; e quindi si tratta di un Dio morente che è fatto a immagine e somiglianza di un mortale. È per questa via che il discorso della morte arriva sino alla "morte di Dio". Ma qualche annuncio relativo all’immortalità c’è già in Empedocle di Agrigento, "Io vengo a voi come immortale, con nastri e ghirlande". Cioè non interviene come mortale. Empedocle ha colto qualche cosa del discorso della morte e non lo accetta, non sta dicendo: "Io sarò immortale nella durata...". Non sta facendo una caricatura, ma dice che non procede dal discorso della morte: solo pochissimi hanno detto questo.

Quando Dio non è più animale? Questa è la questione per ciascuno. Quando Dio non è più garante, quando Dio non è più fatto a immagine e somiglianza dell’uomo: ovvero, quando si dissipa il fantasma di morte. Quando si dissipa la delega al suo impossibile sostituto.

La morte è indice. Non è la livella di Toto: tutti eguali nella morte. È indice della differenza, impadroneggiabile.
Con la delega a Dio, la verità è teologica, già cifrata e da decifrare, ovvero ogni cosa è un segno. E di cosa? Un segno di morte. Allora: ogni indice si riferisce alla morte annunciata. La logica di Dio, non la teologia, è la logica operazionale. Dio opera in direzione della scrittura delle cose. La scrittura che delega a Dio è la scrittura del discorso. La scrittura delegante, la scrittura della morte. Thot, il dio della scrittura è anche il dio della morte: è il dio figlio sostituto del dio padre Amon. Il dio della scrittura sostitutiva.

Ogni ricerca di Dio è una delega a Dio. Non più Dio che chiede a Adamo: "dove sei?". Ma Adamo che chiede a Dio: "dove sei?". E il Dio a cui si rivolge questo Adamo è il delegato superno, il numero uno, il più grande dei fratelli, il capro premiato, non Dio del monoteismo. Il monoteismo è un’istanza teorematica, annuncia che non c’è più politeismo, paganesimo. E la distinzione tra religioso e laico resta convenzionale.

L’altra faccia del delegato superno è quella del delegato inferno, l’ultimo numero. L’ultimo Dio. Il Dio della vita e il Dio della morte. La gnosi è il discorso della delega. La vita data non è la vita originaria, è ancora una vita in prestito, supplementare, sempre senza autore e pertanto alla sua ricerca.

La delega servirebbe a fissare il legalismo o l’illegalismo del figlio. Il delegante è il legiferante, il portatore della legge: può, vuole, deve, sa.

Delega a Dio e anche delega alla legge e alla religione. Chi legge? Chi legifera? Qual è la nostra alleanza?
La delega è l’altro nome della proiezione non intellettuale. E solo l’ontologo saprebbe di che sostanza è fatta l’ontologia. Per esempio, per Martin Heidegger, il movimento nazista pare connesso alla vera manifestazione dell’essere. Ovvero avrebbe delegato a Adolf Hitler un brandello del proprio itinerario di vita. Certamente, Holzwege,sentieri interrotti o che non portano da nessuna parte.

La cifrematica, la scienza di vita, la vita nella sua logica e nella sua struttura, indica la legge come indelegabile e Dio come idea dell’assoluto, dell’operazione in assenza di soluzione. La delega è l’impossibile soluzione all’idea, alla sua ingovernabilità. La legge della parola dissolve la credenza di poter attribuire a qualcuno (Dio, uomo o animale) l’esercizio di una carica. L’investitura, l’incarico, la designazione non reggono l’irruzione del nome (zero, padre) e della legge come compimento della sua funzione.

La pretesa umana di fissare la legge sulla tavola, sul letto, sulla scrivania, sulla superficie per toglierla dall’intellettualità, per vivere tra legalismo e il legalismo non riesce. L’algebra della legge e quindi la delega come subdelega, surdelega, transdelega si realizzerebbe come equazione della vita uguale a zero. Azzeramento sempre reiterato circolarmente perché lo zero risulta intoglibile. E la lex è inconvenzionale e incontrattuale, più precisamente è inumana, inanimale e indivina (la legge non è di Dio) e non permette di stornare il caso di vita per assumere la cicuta: la bevanda dei deleganti. La soluzione dell’assoluto? La delega sospenderebbe qualcosa che non può essere assolutamente sospeso: l’assoluto.

La legge della parola è il compimento della scrittura della sintassi, e l’indelegabile, l’impensabile, Dio, opera a questa scrittura della ricerca e non solo.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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14.02.2017