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La spia dell’albero che non c’è (più)

Non c’è più paura

Giancarlo Calciolari

Pirandello dice: guai a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome. Diventerebbe corpo e nome dell’Altro, diventerebbe la sua copia conforme, e anche, talvolta, la sua copia anticonformista. Ma le cose non procedono dalla copia dell’uno. Dire la "copia" implica già il due. Davanti non ci sono né giganti né nani. Gulliver irride la piccineria e la grandigia, senza paura. Con l’estrema ironia di Swift, gigante nano è animale di fantasia, anfibologico. Figura del due, dell’apertura, della questione aperta.

(9.06.2016)

Il capitano non mostra la paura perché il mito della madre come mito del tempo ha il suo teorema: non c’è più paura. Allora, e solo allora: "Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto". Altrimenti, senza canto e senza canzone c’è la lingua dei litiganti, quella dei travestiti a somiglianza del totem, che ne imitano la voce e i movimenti, dice Freud.

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Hiko Yoshitaka, "Metafisica del ladrone", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Senza canto c’è l’incanto, la credenza nel mago e nell’ipnotista, nel padrone della parola "gigante ad altri, ad altri un villan parve,/ ad altri un cavalier di faccia rea/ Ogniuno in quella forma in che gli apparve/ nel bosco il mago, il paladin vedea". Non ci sono due capitani in uno: uno che ha paura e l’altro no, di modo che il primo si nasconde dietro il secondo, col risultato che questo capitano bifronte parlerebbe una lingua doppia, attuando così una economia della menzogna e della verità.

Chi ritiene che il capitano è doppio ("due pesi e due misure") è l’ultimo soggetto doppio prima dell’avvento del soggetto unico e unificante, che poi si moltiplicherà sul principio di somiglianza. Il soggetto doppio dovrebbe dire sempre una cosa al posto di un’altra, sognando la sostituzione completa nel terzo sesso, nell’androgino, nell’animale totemico, la forma corrente di nascondimento sociale, di conformismo.

Freud scrive in Totem e tabù che l’animale fantastico è il sostituto del padre, quindi il nome del nome, fondamento di una nuova genealogia. Il sostituto del padre, come insegna Schreber, ha una relazione esclusiva con un dio doppio, Ormuzd e Ariman, ne consegue che per ridurre ciascun fratello all’inconsistenza degli uomini fatti fugacemente è sempre preso nella lotta di tutti contro tutti. Se l’altro figlio appare all’orizzonte, come è il caso per il presidente Schreber col significante Flechsig, allora può prenderlo per il "dio Flechsig" o per il "piccolo Flechsig": come segno della grande differenza o della piccola.

Il travestitismo sociale come ordalia quotidiana per l’elezione nella gerarchia divina, alla destra del padre, incarna la differenza asessuata, ovvero l’indifferenza erotica. L’orrore della differenza sessuale è il tabù, l’istituzione di un non del fare: l’incesto come "santificazione del sangue comune" sino al sangue bianco della paura di morte, e ancora di più: sino alla trasparenza del sangue come segno del trionfo della metafora del potere invisibile.

Epurazione completa della vita: la morte trasparente a se stessa. Il gigantismo, gonfiato dalla vittoria, la grande differenza, è ottenuto al prezzo della disobbedienza a posteriori: nel ciclo della disobbedienza ordinaria e dell’obbedienza straordinaria: il gigante lavora sempre nei giorni di festa. Il nanismo, sgonfiato dalla sconfitta, la piccola differenza, è ottenuto al prezzo dell’obbedienza a posteriori: nel ciclo dell’obbedienza ordinaria e della disobbedienza straordinaria.

Il gigante e il nano cercano l’algebra della relazione. Ma nel loro cerchio vizioso non c’è né passaggio né accesso al posto di capitano. Il più grande dei fratelli cerca con arroganza di sorpassare il capitano, e il giorno della vittoria è la disfatta: si fa nano, modesto, ordinario. Mentre il più piccolo dei fratelli attende con modestia il trapasso del capitano, per avanzare di un gradino nella gerarchia militare. E il giorno di festa si prende per un gigante: tutto è straordinario. Peccato per il resto della settimana quando il nano è un gigante della fatica. Sisifo. Non si tratta di diventare gigante né di farsi nano per evitare i giganti. Né di restare nano in omaggio al popolo degli scalognati.

Se i grandi stanno davanti, la paura trionfa, e ognuno diventa il fantoccio di quel che crede di essere stato, o di quel che crede d’essere, o di quel che crede che sarà. Se i nani stanno davanti, la paranoia trionfa, e ognuno prende l’interlocutore per un uomo fatto fugacemente, e gli prende pure i suoi averi facendone la caricatura, imitandone la voce e anche la firma.

Pirandello dice: guai a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome. Diventerebbe corpo e nome dell’Altro, diventerebbe la sua copia conforme, e anche, talvolta, la sua copia anticonformista. Ma le cose non procedono dalla copia dell’uno. Dire la "copia" implica già il due. Davanti non ci sono né giganti né nani.

Gulliver irride la piccineria e la grandigia, senza paura. Con l’estrema ironia di Swift, gigante nano è animale di fantasia, anfibologico. Figura del due, dell’apertura, della questione aperta.

(1996)

Prima pubblicazione su "Transfinito": 1.10.2001.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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14.02.2017