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Rarissimi sono i testi di strategia che analizzano le ragioni della guerra

Quale strategia

Giancarlo Calciolari

Qualche dettaglio pragmatico? Aumentare gli investimenti nel settore dell’invenzione culturale, artistica e scientifica? Questo solitamente è richiesto da chi applica scrupolosamente il discorso della guerra che porta all’eliminazione dell’Altro, e promuove il beneficio della sua distribuzione quantitativa delle risorse economiche e finanziarie. Basterebbe non ostacolare la libera ricerca. Quanto al promuoverla, che ciascun ricercatore ci metta molto di più del suo.

(2.10.2004)

Leggendo libri di strategia trovo che la bibliografia sull’argomento è in buona parte di strategia militare, e che la questione della vittoria della guerra consisterebbe nell’uccidere l’avversario o nel neutralizzare il nemico senza ucciderlo, ovvero riducendolo in schiavitù, mettendo un governatore amico o parente a comandare il tragitto da A a B degli schiavi. La guerra della strategia militare è contro l’Altro, e richiede la dicotomia amico nemico. E i frutti paradossali di questa distinzione, come il re ucciso dal suo migliore amico o viceversa, dovrebbero già porre l’esigenza intellettuale di analizzare i presupposti della strategia militare.

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Hiko Yoshitaka, "Due più due = infinito", 2000, pastelli a olio su carta, cm 23x30

Nel senso corrente, la strategia militare è affiancata dalla strategia religiosa, e nella storia è possibile trarre svariatissimi esempi di combinatoria delle due.
Scorrendo i titoli e alcuni capitoli di molti libri di strategia si può affermare che si tratta quasi sempre di manuali d’uso per vincere la guerra. Rarissimi sono i testi di strategia che analizzano le ragioni della guerra. E il contributo di Einstein e di Freud sul "perché la guerra?" è molto gentile ma non sfiora la questione.

I libri di strategia militare fanno un po’ l’effetto dei manuali per giocare a scacchi o dei libri sulla formazione alla vendita o dei libri di miliardari che spiegano come hanno fatto a diventarlo. Non si può mai capire perché si debba fare la guerra, perché sia il caso di giocare a scacchi nella vita, oppure di vendere o di fare i soldi. Infatti esistono moltissimi casi di persone che non hanno nessun interesse a fare la guerra, a giocare a scacchi, a vendere o a fare i soldi.

Ogni libro di strategia militare è scritto come un trattato di logica: indica come andare da A a B con successo, ovvero identici a sé, non incappando in contraddizioni, applicando il principio del terzo escluso. Si può distruggere il pianeta rispettando la logica. Ma non c’è pressoché nessuna indicazione sul perché gli umani dovrebbero andare da A a B. La logica applica il ragionamento sillogistico a partire da A. La logica scrive: "Dato A...". La filosofia scrive "C’è", in francese "Il y a", il tedesco "Es gibt". E ogni trattato di strategia, non solo militare, risulta un’applicazione dell’ontologia del dare. Anche del dare la guerra. Anche del dare la morte (e della sua variante debole: dare la vita per amministrare meglio la morte).

Ci sono tre testi che s’impongono all’attenzione intellettuale, e battono tre piste differenti. L’arte della guerra di Sun Tzu, datato circa al 500 a.C., De re militari di Niccolò Machiavelli, del 1521, meglio noto come Dell’arte della guerra, e Della guerra di Karl von Clausewitz del 1832. Due generali e uno scriba intellettuale.

A parte la recente lettura del testo di Machiavelli fatta da Armando Verdiglione, un contributo essenziale alla strategia di vita, al quale rinvio, nelle altre letture i tre testi vengono letti entrambi come trattati di guerra più o meno ingegnosi e astuti, dove la guerra è già data per acquisita, senza sconti.

Sun Tzu stabilisce il regno della paura della morte per dirigere un esercito invincibile, anche di donne (è il suo primo esempio), mentre Clausewitz applica la logica di Aristotele, che era balbuziente, diventata mentalità del dare la morte con efficacia. E Aristotele integra l’assunzione della morte necessaria del Socrate di Platone. Sono testi che rispondono alla necessità di fare la guerra: ovvero rispondono alla domanda: "data la guerra, come farla?".

Machiavelli discute dell’opportunità di ciascuna battaglia, al punto che la guerra si può vincere senza mai farla nel modo convenzionale, e la cosa militare si vanifica nelle note del segretario fiorentino. Ma non si tratta del primo testo di strategia di vita.

Forse nemmeno Machiavelli legge la Bibbia come un libro di strategia. Analizza l’impresa di Camillo, ma non quella di Giuditta. Certamente poteva sembrare blasfemo leggere la Bibbia per questo aspetto, ma allora come adesso, leggere è un’istanza intellettuale, non criminale.

Curioso che il Dio di Giuditta sia quello che stronca la guerra (Gdt 16,2). E ancora più curioso che le donne perdono la testa nella strategia di Sun Tzu, mentre a perderla sono gli uomini nella strategia di Giuditta, per altro impossibile contemporanea di Sun Tzu.
Lo scandalo di Giuditta rimane inanalizzabile per i generali e per lo scrivano fiorentino. Certamente, si può leggere l’Antico Testamento e dare ragione ai generali scrittori di trattati di strategia militare, ma si può leggere in un’altra direzione, non religiosa, intellettuale.
La difficoltà è posta dall’oggetto impossibile della teologia, Dio, che nella stessa Bibbia ha tratti e sembianze ancora pagane, ovvero umane: pare fatto a immagine e somiglianza dell’uomo.

Trarre gli elementi della scienza di vita dalla Bibbia è interessante. È anche una via di lettura di Armando Verdiglione. In particolare, leggo la Bibbia rispetto al cibo, al mangiare e al bere, non senza strategia. E dopo le prime acquisizioni di cifrematica, la scienza della parola, propongo qualche annotazione sulla strategia e sulla guerra.

La vita non va da A a B, nel senso che non è predestinata, e la logica universale che pare efficace per questo tragitto non sa più cosa fare quando A non è dato e quando non è più possibile instaurare nessuna ontologia della guerra come nel caso di Giuditta. Già la balbuzie, che pone una questione intellettuale senza analizzarla, ha qualche obiezione sulla presunta datità di A e la taglia, anzi la tartaglia in A-A-A... E il sistema militare ricambia l’obiezione: nessuna carriera per chi balbetta.

La vita va in direzione della qualità, irrappresentabile da qualsiasi sistema, che per l’appunto è di rappresentazione. Ogni rappresentazione della qualità è una sua negazione. E i migliori logici, da Peirce a Gödel, hanno esplorato appunto i paradossi della logica. Per esempio, quello della qualità logica che risulta sempre quantificabile, e che come corollario ha che apparentemente tutto avrebbe un prezzo e la prostituzione albergherebbe in ogni uomo...

La guerra intellettuale va in direzione della qualità e non contro l’Altro, e richiede proprio il terzo, che è dato e non escluso. È il tempo e quindi il pragma a dare e non la logica. Non c’è propriamente logica del dare, ma pragmatica del dare, che non si effettua tra soggetti, bensì richiede l’oggetto come sua condizione. Pragmatica dell’ospite che dissipa la credenza nella dicotomia amico nemico.

Ogni guerra non intellettuale è ingiusta e crea una rappresentazione dell’Altro per sopprimerlo. Ogni guerra è sbagliata: preventiva, ventiva o postventiva. Ogni guerra è infame, anche se avvallata dalle più alte autorità delle infinite galassie.

Qualche dettaglio pragmatico? Aumentare gli investimenti nel settore dell’invenzione culturale, artistica e scientifica? Questo solitamente è richiesto da chi applica scrupolosamente il discorso della guerra che porta all’eliminazione dell’Altro, e promuove il beneficio della sua distribuzione quantitativa delle risorse economiche e finanziarie. Basterebbe non ostacolare la libera ricerca. Quanto al promuoverla, che ciascun ricercatore ci metta molto di più del suo.

Ottobre 2004

Testo scritto per la rivista "Rue des Consuls" di Marsiglia..

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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