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Leggere il discorso della morte

Come cessa il massacro

Giancarlo Calciolari

Come cessa il massacro? Con il progetto di vita. E ciascun istante è essenziale, nessuno appartiene alla morte. Vivere è un’avventura pulsionale, sessuale, intellettuale. Vivere senza pathos, senza erotismo, senza malattia mentale. Chi può intendere questa novella?

(20.05.2005)

Pensare Auschwitz è pensare la morte. Chiedersi come ha potuto prodursi, come rischia di riprodursi, quello che bisogna fare per evitare che si riproduca è il modo di continuare a morire telecomandati dalla stessa morte che parla la lingua del luogo comune.

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Hiko Yoshitaka, "Omaggio a Piazza Armerina", 1999, pastelli a olio su carta, cm 23 x 30

Si tratta del tentativo di padroneggiare la morte, che s’inscrive nello stesso programma di Auschwitz quale variante del discorso occidentale, consistente nel dimostrare il postulato di Aristotele: tutti gli uomini sono mortali. In questo senso lo sterminio scientifico degli ebrei è un compimento del logos, in particolare del principio del terzo escluso. Secondo i propositi di Hitler a tavola, lo sterminio doveva proseguire con quello dei cattolici, dei mussulmani. Diciamo: fino all’ebreo che era in lui. Non si tratta di una aberrazione.

Persino Heidegger aveva creduto nel sogno di palingenesi nazista in quanto filosofo neogreco e in quanto paranoico ordinario, con tanto di botte piena, moglie ubriaca e amante intellettuale. È in quanto paranoia ordinaria che Auschwitz può ricrearsi, ma non ripetersi: non c’è mai la riproduzione dell’identico. Piuttosto ci sarà un massacro su scala ancora più grande, non più straordinario ma ordinario. Che è già in atto come calma planetaria, come morte bianca, che si profila oggi come morte trasparente dei soggetti ormai liberi dall’arte, dalla cultura e dalla scienza.

L’epoca è quella new age, dove tutti sanno tutto nella trasparenza del presente. E basta divertirsi, fare massa, esserci in questo scorcio di millennio e dire, senza alcun itinerario intellettuale: c’ero anch’io. Essere Forest Gump, testimone della storia. E correre veloci, sempre più veloci, sempre più in tondo, senza direzione, smarriti e nomadi delle galassie. Circolare e scodinzolare sino a mangiarsi la coda, fare cerchio. Quel cerchio magico e ipnotico che, dice Freud, il soggetto si forgia con le sue stesse mani.

Il conformismo è oggi assoluto, assimilato come medicina per vivere senza affanni, e invece divora psicofarmaci. E in qualsiasi sguardo vede la morte che verrà con gli occhi di mamma. Mamma la paura. La new age è un suicidio generalizzato sotto forma di calma universale. Ognuno divora i luoghi comuni, i suoi luoghi comuni, quelli che dice nella sua lingua, parlandosi addosso, talvolta mordendosi la lingua. E così facendo diviene morte bianca: senza sogno, senza avventura, senza poesia, senza aria.

Ognuno diviene carnefice di se stesso,e quindi si fonda come vittima, come animale sacrificale. Questa santificazione del sangue comune sino al sangue bianco trova una prima elaborazione in Totem e tabù di Freud, e un rilancio estremo con l’elaborazione della morte bianca condotta da Armando Verdiglione, in particolare nel suo libro Niccolò Machiavelli, edito da Spirali. Il discorso della morte prende due vie che costituiscono la biforcazione di un otto, al punto di realizzare lo stesso omeomorfismo del cerchio di morte. La prima via è quella della morte dell’altro, l’omicidio. La seconda via è quella della morte di sé, il suicidio. E ci sono topologie della morte molto più sofisticate.

L’imperativo categorico formulato da Theodor Adorno ha trovato compimento: abbiamo fatto tutto affinché Auschwitz non possa ripetersi, e non si ripeterà più. Perché cuocere l’altro al forno quando ognuno si cucina al fuoco lento della calma, senza più porsi nessuna questione intellettuale? E talvolta i migliori bruciano in fretta. Kurt Cobain, carnefice-vittima dell’epoca new age, ha detto: meglio bruciare veloce che morire a fuoco lento.

Chi ha gli strumenti teorici oggi per intendere che nell’accumulazione del capitale e nella sua circolazione è in atto la stessa logica dell’accumulazione di droga e della sua circolazione nelle vene? Come intendere che ciascuno, imperatore e schiavo, primo e ultimo, esibisce le tracce del perfetto controllo della materia, del sogno, della vita? Ossia la traccia del cerchio di morte dove si ritorna sempre sugli stessi passi, gli stessi gesti, la stessa vita.

Come intendere il messaggio di San Paolo sul mito di Cristo, che se c’è il figlio, non c’è più padrone, non c’è più schiavo, non c’è più greco, non c’è più ebreo? Invece l’epoca propone l’infanticidio generalizzato, la morte del figlio, la morte della speranza, la morte del rischio di vita, e si rappresenta il nemico nel padrone o nello schiavo, nel gigante o nel nano. Negando il padre e il figlio, siamo tutti fratelli nel cannibalismo: il simile divora il simile e elimina il dissimile. Pesce grande mangia pesce piccolo, e la vita si riduce a un bestiario poco fantastico. Auschwitz è la parte solare e bruciante, il viso illuminato della civiltà che rifiuta la modernità, tra passatismo e futurismo, tra premoderno e postmoderno, tra old age e new age. Tra sogni nuovi e antichi di palingenesi, in altri termini della caricatura del rinascimento della parola, del moderno stesso.

E i demistificatori del discorso della morte, che lo vedono sempre in opera nel discorso dell’altro, appartengono al discorso della morte. Si candidano come i nuovi carnefici dal volto umano, sempre molto umano. E consigliano il male minore, invitano alla calma, oppure a circolare. Propongono di non sognare più, di non scrivere più, di non muoversi più.

Adorno: scrivere un poema dopo Auschwitz è barbaro. No, è barbaro non scrivere, naturalistico, senza parola. Infatti barbaro è il senza parola, la sua lingua propria è un ba-ba-ba. Non è questione di narcisismo delle piccole o delle grandi differenze. Il crimine industriale e scientifico di Auschwitz non rappresenta la differenza nel grande o nel piccolo. Sei milioni le vittime della rivoluzione nazional-socialista? Sessanta milioni di vittime della rivoluzione marxista-leninista? Non c’è questa algebra della morte. Crederci, e proporre la più piccola morte tollerabile, come l’eutanasia di un vecchio ultracentenario, corrisponde nella pratica a rappresentare su più grande scala l’inesistenza di questa algebra. Il fallimento del tentativo di impero del pianeta nazista porta nella sua scia milioni e milioni di morti di niente. Morti per un teorema piccolo piccolo sull’altro congiurato da un idiota.

A nessuno sfugge che la rappresentazione politica - che nega la politica dell’altro, dell’ospite, per divorarsi tutto in casa propria parlando nella propria lingua - crea un bestiario impolitico dove la congiura degli idioti, la congiura di palazzo, la congiura dei pazzi si compie oggi nella congiura di ognuno contro la sua vita, arrivando sino al suicidio deambulante, quello dei morti affacendati di cui parla Pirandello.

Quindi come leggere, come analizzare il discorso della morte necessaria? E non come contabilizzare la morte o come comparare un crimine con altri atti barbari. La morte è irrapresentabile, non è ciò che uguaglia gli umani: è l’indice della differenza estrema. E’ dunque incomparabile, fuori dalla portata dell’algebra. La pulsione di morte non è la pulsione di uccidere. La scrittura della pulsione di morte è quella della frase. E il figlio si ammente a questa struttura della frase, senza mai essere servo della metafrase (è anche il nome per indicare il sapere a disposizione nel pianeta su internet), ovvero del luogo comune. È con questa funzione di figlio, che per Verdiglione è la funzione di resistenza, che non c’è più rappresentazione del figlio mostro, pazzo, aborto o morente, divino o diabolico, amico o nemico.

Il testo ebraico, non la religione, ha portato il padre, il nome. Il testo cristiano, non la religione, ha portato il figlio, il significante. Il testo islamico, non la religione, ha portato l’Altro, l’intervallo. In tal senso, il testo greco non è riducibile alla formalizzazione del logos di Aristotele. Ora il discorso preso come principio del fare è sempre discorso della morte: non ammette il padre, il figlio e l’Altro e accetta solo l’umano in quanto mortale. Per mantenere la posizione di figlio unico, ovvero di unico figlio del pianeta, bisogna che ammazzi tutti i fratelli, tutti gli altri figli. Così il discorso nazista è una variante del discorso della morte che si fonda sul principio del terzo escluso, essenziale per non incappare nella contraddizione e per mantenere l’identità. Quindi è un compimento del logos, della sua civiltà pagana, e non una rottura.

(?)realizzare la stessa animalità politica. Non è uno strappo della storia, che lascerebbe innocenti gli attori attuali, ma la più completa assenza di squarcio per fondare la stessa storia per soggetti ipnotizzati, calmi. Non è che ci sia un accecamento generale e che qualcuno miracolosamente scampato sia illuminato dalla luce della verità.

I dotti di Auschwitz, gli esperti dell’olocausto sono forse più smarriti di altri. Si tratta di una lettura che interroga ciascuno. E quindi di una lettura della macchina di morte, tal’ora fredda e tal’altra calda, che si è installata anche dopo Auschwitz e Hiroshima. Il discorso nazista non è una resistenza irrazionale alla modernizzazione ma al moderno, al rinascimento sostituito con una palingenesi germanica fondata sullo sterminio delle altre genesi. Non è né il residuo di una barbarie atavica, che lascerebbe pure inelaborato il logos come discorso della morte, né manifestazione patologica della modernità, che quindi non toccherebbe tale modernità una volta nettata dal patologico. Non è la faccia nascosta e infernale della civiltà occidentale, ma la sua unica maschera che resta sempre da elaborare. Non è il rovesciamento della ragione occidentale ma il suo unico verso, il suo universo, lo stesso universalismo dell’Illuminismo, da cui nessuno può scappare, legato com’è alla fraternità, all’eguaglianza. Libertà obbligatoria.

Chi alzerà la testa, il figlio che si ammette alla frase della sua vita, l’avrà mozzata. Nessuno deve uscire dalla monofrase universale. E pertanto bisogna correre il rischio di vita. è la lezione di Kafka: lo scrittore è colui che balza fuori dalla fila degli assassini. Non ha mai detto che si debba restare all’interno del circolo, della nomenclatura, della chiusura della parola. Assassino legale e quindi innocente. L’assassino innnocente, quello che ammazza per la buona causa, è il sogno e la pratica di ogni criminale.

Anche il filosofo Althusser ha campato su questa scusa: strangola la moglie e si dichiare innocente. Ma non è una eccezione, piuttosto è legione, la banalità del male come discorso della morte ordinaria e straordinaria. Il crimine giustificato. Anche quello della madre che uccide la figlia anoressica per evitare che soffra, o quello del figlio che ammazza padre e madre che hanno scannato la sua pecora. Il nazismo e la sua realizzazione nella guerra e nel genocidio non è un prodotto della storia dell’irrazionalismo tedesco, come crede Georges Lukacs, per altro razionalmente mortifero. Questo varrebbe a non leggere il razionalismo e l’irrazionalismo come componenti del discorso della morte, che non è una specialità tedesca. Il discorso e il testo tedesco restano da leggere. Il nazismo non costituisce l’uscita della Germania dalla culla dell’Occidente, come crede Jürgen Habermas, che per liberarsi della tomba crea la culla come sarcofago della parola. Questo corrisponde a non leggere il discorso dell’Occidente e ancor meno il testo dell’Occidente.

Il nazismo non è nemmeno un movimento di decivilizzazione ispirato da una ideologia preindustriale, come crede Norbert Elias, per salvare il suo illuminismo industriale. Questo varrebbe a lasciare intatta la bontà della civiltà industrializzata (l’industria della parola è un’altra cosa), compreso l’umanesimo e l’universalismo illuminista, che per altro partecipano al discorso della morte. Come cessa il massacro? Con il progetto di vita. E ciascun istante è essenziale, nessuno appartiene alla morte.

Vivere è un’avventura pulsionale, sessuale, intellettuale. Vivere senza pathos, senza erotismo, senza malattia mentale. Chi può intendere questa novella? Quale angelo tra gli angeli si chiede Rainer Maria Rilke. L’angelo è immagine del dispositivo di vita che non è sfiorato dalla pesantezza dei terrestri, degli umani quali uomini d’argilla, come indica l’etimo di uomo. Certamente gli uomini non comprenderanno ciò che si scrive secondo un dispositivo. Ma talvolta gli immortali, i bambini, le sentinelle dell’infinito: sì.

Pubblicato su "Il Secondo Rinascimento", n. 53, 1998.

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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