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Aborigeni... chissà perché li hanno chiamati così

Tjukurpa, il Tempo del Sogno

Paolo Pianigiani

L’Australia è un paese lontano, di cui si sa pochissimo. L’arte aborigena si esprime attraverso un grande coacervo di stili e linguaggi, ma tutto riconduce al territorio, al rapporto profondo con la Terra, che è sacra.

(3.11.2003)

All’inizio il mondo era solo una pianura desolata e deserta, dove regnavano il nulla e l’oscurità. Dal fondo della terra giunsero gli Antenati, esseri al di fuori del tempo, dotati insieme di natura umana, animale e vegetale, e iniziarono a vagare, cantando, e dai loro canti si formarono le montagne, i fiumi, le piante e tutti gli esseri viventi. Terminato il loro viaggio, gli Antenati se ne tornarono nel profondo della terra, a godersi la gioia per quello che avevano fatto.

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Aborigeno con il corpo dipinto per il "Rito degli uomini"

Ogni angolo dell’Australia, ogni grotta, ogni ansa di fiume, è un luogo sacro, perché ricorda un luogo dove l’Antenato ha lasciato il suo canto e ha portato la vita dove era il nulla.
Questo credono i nativi australiani, gli Aborigeni, e questo hanno tramandato dalla notte dei tempi, attraverso le pitture rupestri e i racconti intorno ai fuochi, dal momento che non conoscevano la scrittura.
Aborigeni... chissà perché li hanno chiamati così.

L’origine di questo termine è in effetti molto discussa: alcuni lo fanno risalire all’antica popolazione del Lazio, gli Aborigenes, che fondendosi, secondo la tradizione, con i Troiani di Enea, dettero vita ai Latini. O più semplicemente vuol dire senza origini, perduti nell’ombra del tempo, oppure ancora dall’origine, che ci sono da sempre.

Di questo splendido popolo, il Popolo degli Uomini come si chiamano tra loro, restano circa 160.000 individui che, nella grande maggioranza, vivono ai margini della società aussie (australiana), dipendono dall’alcool e sono falcidiati dalle malattie.

Restano vivi aggrappandosi ai loro miti e alle loro tradizioni millenarie che, rimandandoli indietro in un tempo dove non esistevano i bianchi, li fanno sentire ancora i discendenti diretti dei mitici creatori del mondo.
Ma come è avvenuto tutto questo?

Il capitano inglese James Cook gettò l’ancora nella baia che si trova a sud dell’attuale città di Sidney nel 1770, e la battezzò Botany Bay, in onore del botanico che accompagnava la sua spedizione, Joseph Banks. Anche questa volta, come altre, fu accolto dagli indigeni a colpi di lancia, e pensò bene di andarsene subito, o quasi. Ma sul giornale di bordo scrisse la solita frase, con la quale prendeva possesso in nome del re inglese Giorgio III di quel continente: terra nullius, terra di nessuno, quindi terra di chi se la prende.

Passarono 17 anni e arrivò una flotta di 11 vascelli, guidata dal capitano Arthur Phillip, con 1.030 persone a bordo: erano forzati, ufficiali, soldati, donne e bambini. Era nata la nuova colonia penale inglese. Gli Aborigeni erano allora circa 300.000, dediti alla caccia e alla raccolta, dispersi in 500 tribù nell’immenso territorio di quella che allora si chiamava Nuova Olanda ed erano fermi all’età della pietra; e probabilmente ci sarebbero restati, assolutamente fermi, felici dei doni della terra e delle loro tradizioni.

E invece fu subito scontro, feroce e ad armi immensamente impari, fra colonizzatori e indigeni.
Appena nel 1860 gli Aborigeni erano rimasti in 50.000, relegati nei territori dove i bianchi non avevano interesse ad arrivare.

Venendo a tempi più vicini a noi, è stato necessario addirittura un referendum, che si è tenuto nel 1967, affinché il 90% degli australiani concedesse il diritto di cittadinanza al Popolo degli Uomini.

Oggi le cose sono cambiate: si è ormai completamente abbandonato, per fortuna, il progetto chiamato Assimilation, che fino alla metà degli anni sessanta prevedeva la civilizzazione più o meno forzata dei nativi australiani.
Nel 1988, intervenendo al raduno annuale degli Aborigeni a Barunga (80 km a sud est di Katherine, nel Northern Territory), dove si tiene una specie di etno-festival, musicale e sportivo, il primo ministro laburista Bob Hawke ha chiesto scusa ai capi lì riuniti per i torti e le violenze del passato e ha solennemente annunciato la restituzione dei territori ancestrali.

Attualmente è stato reso disponibile circa il 12% del territorio australiano, fra cui il Parco Naturale di Ayers Rock, il cui nome aborigeno è Uluru, che vuol dire Madre Terra, e quello di Kakadu, situato nel Northhern Territory.
Su queste terre gli Aborigeni che lo vogliono possono vivere in piena autonomia, secondo le loro antiche leggi.
Ma è difficile per loro dimenticare il sapore del rum e della birra, o recuperare tradizioni perse da anni. Il danno, come si dice, ormai è fatto, e tornare indietro è impossibile.

Ma comunque è una speranza, un segno importante che le cose sono cambiate.
Per altro, ci sono anche Aborigeni perfettamente inseriti, che vivono serenamente i tempi di oggi con la consapevolezza del loro passato. Gli Aussie, con la loro abitudine di abbreviare le parole, li chiamano Abo e, adesso che il turismo è diventato una risorsa importante per il paese, favoriscono in ogni modo la conservazione delle antiche tradizioni, per dare ai turisti un motivo in più per andare in Australia.
Il miglior modo per avvicinarsi a questo mondo straordinario ci viene offerto, come sempre, dalla letteratura e dall’arte.

Le vie dei canti, il bellissimo libro di Bruce Chatwin, pubblicato nel 1987 e tradotto in Italia nel 1988 per le edizioni Adelphi, ha come filo conduttore le vicende di un australiano di origini russe, Ark che, insieme all’autore, vaga per l’Australia a contattare (con rispetto) gli Aborigeni, per individuare i luoghi per loro sacri, dove la Ferrovia non dovrebbe passare. Lavoro quanto mai problematico: per gli Aborigeni tutta l’Australia è un luogo sacro, dove si intrecciano, invisibili a occhi profani, le luminose vie dei canti, le vie percorse dagli Antenati nel Tempo del Sogno.

Da sempre gli Aborigeni usano la pittura per tramandare i loro miti e le loro visioni; esistono siti archeologici con meravigliose pitture dipinte con colori naturali o graffite con scalpelli di pietra. Oppure tracciano sulla sabbia o su supporti naturali (sulla corteccia di eucalipto, o sui celebri didgerjdoo, i bastoni del vento, o direttamente sul proprio corpo ) le rappresentazioni dei loro miti.

Nel 1971, nella regione di Papunya, un maestro di scuola, Geoffrey Bardon, vedendo scomparire alla prima pioggia quei bellissimi lavori, incoraggiò alcuni uomini a dipingere sulle pareti della scuola: da lì il passo alle tele e ai colori acrilici è stato breve. Il successo, anche commerciale, è stato altrettanto rapido e clamoroso, quanto assolutamente imprevedibile: le aste più importanti vedono opere di alcuni artisti aborigeni, diventati famosi, avvicinare le quotazioni degli impressionisti francesi. Recentemente la casa d’aste Sotheby’s ha aggiudicato un’opera di un artista abo per 380.000 dollari.

L’arte degli Aborigeni si trova adesso a Firenze, raccolta in una grande mostra, che ha come nome Il Tempo del Sogno. Promossa dall’assessore alla cultura del Comune di Firenze, Simone Siliani, l’esposizione è stata allestita presso la Biblioteca Nazionale Centrale nei locali del complesso delle Oblate e resterà aperta fino a lunedì 8 Dicembre.
E’ il frutto di un viaggio reale, una immersione dentro l’arte e la cultura aborigena, compiuto recentemente dai due curatori, gli architetti Luca Faccenda e Marco Parri, esperti di arte etnica, che hanno selezionato oltre 75 opere originali di artisti aborigeni, dei quali ci svelano, nelle schede del ricchissimo catalogo, particolari, linguaggi, tradizioni, sogni e anche le speranze.

Ed eccole qui queste pitture a noi contemporanee, ma che hanno origine dentro le più profonde tradizioni aborigene, immutabili dall’inizio del tempo. Sono quasi tutte semplici, realizzate con puntini di colore, hanno da raccontare sogni e visioni, animali e uomini, spiriti della pioggia e territori di caccia. Luca Faccenda socchiude gli occhi quando mi descrive il più complicato dei lavori esposti, "Australia, il sogno della famiglia", di Gary Simon Jagamarra: tutti gli aborigeni credono che le stelle e i pianeti una volta fossero uomini... al Tempo del Sogno sette sorelle stavano raccogliendo le formiche del miele, vicino a Uluru, quando il vecchio Jllbi rapì due di loro...e gli Spiriti del Cielo per salvarle, le trasformarono in quella che noi occidentali chiamiamo la costellazione delle Pleiadi...

Fra queste opere si perde il senso del tempo, si entra in contatto con un mondo che sentiamo vicino perché lontanissimo, dove niente cambia perché tutto è già avvenuto, e serve solo il racconto e il sogno, per viverlo ancora.

Chiediamo a Luca Faccenda e a Marco Parri il perché di questa mostra

Transfinito:
Come vi è venuta l’idea di mettere insieme "Il Tempo del Sogno"? E perché proprio a Firenze?

Luca Faccenda:
Questa mostra è un percorso che continua; siamo partiti da Africa Nera, Cuore Rosso, cercando alcuni degli altri che stavano scomparendo, per celebrarli, per raccontarli qui da noi, in occidente.
La celebrazione doveva essere nel tempio del Rinascimento (come periodo artistico ma anche nel senso della rinascita di valori veri e profondi) e quindi ecco la scelta di Firenze.

Transfinito:
Come vi hanno accolto gli artisti aborigeni? Qualcuno di loro vi ha colpito in modo particolare?

Marco Parri:
Con la grande umiltà dei grandi artisti. Spesso abbiamo avuto la sensazione che ci aspettassero. Il dialogo con loro avveniva in inglese, ma soprattutto si comunicava con i gesti e con gli occhi.
La commozione è stata profonda. Come quando Ada Bird, così chiamata perché il suo nome abo vuol dire Ada che cattura gli uccelli, ci ha chiesto da dove venivamo e subito ha additato una direzione (esatta) e dandoci segno di averci localizzato, nello spazio. È un’artista che non a caso lavora sulla pittura del corpo, che lei interpreta come territorio. Ancora mi chiedo come ha fatto...

Transfinito:
Voi siete specializzati in arte etnica; che cosa ha di particolare l’arte aborigena australiana rispetto alle altre manifestazioni artistiche che avete indagato?

Luca Faccenda:
È quella che più di altre rappresenta lo spirito, senza avere la necessità di rappresentare il corpo.
È l’unica arte assolutamente astratta, pur essendo figurativa; il racconto avviene attraverso il simbolo, come per esempio la raffigurazione della donna attraverso una "U", o degli Emù, segnalati sul territorio dalle tracce che lasciano sulla sabbia.

Transfinito:
Come ha accolto il pubblico fiorentino, di solito abituato esposizioni di arte più tradizionale, questi lavori straordinari che sembrano arrivare dalla notte dei tempi, eppure sono così attuali?

Marco Parri:
Meravigliandosi che ancora non fossero stati scoperti e presentati prima. L’Australia è un paese lontano, di cui si sa pochissimo. L’arte aborigena si esprime attraverso un grande coacervo di stili e linguaggi, ma tutto riconduce al territorio, al rapporto profondo con la Terra, che è sacra.
Quando il pubblico è indotto a sognare, poiché ha bisogno della fase onirica, è comunque il recettore ideale di queste opere. Di cui ciascuno deve prendere il suo proprio messaggio, perché nella loro apparente semplicità, si tratta di opere segrete e rese segretate dai loro autori, perché si tratta di pittura sacra. Lo hanno capito benissimo i bambini: l’arte etnica si rivolge agli spiriti puri.

Transfinito:
Per finire una domanda più personale: cosa è cambiato dentro di voi dopo questa esperienza così coinvolgente?

Luca Faccenda:
Ha confermato la necessità di scambiarmi con gli altri.
Marco Parri:
Mi ha permesso di innestare la retromarcia e affrontare una introspezione "ancestrale" alla ricerca delle ab-origini mie e di loro, del meraviglioso Popolo degli Uomini.

L’arte degli Aborigeni si trova adesso a Firenze, raccolta in una grande mostra, che ha come nome Il Tempo del Sogno. Promossa dall’assessore alla cultura del Comune di Firenze, Simone Siliani, l’esposizione è stata allestita presso la Biblioteca Nazionale Centrale nei locali del complesso delle Oblate e resterà aperta fino a lunedì 8 Dicembre 2003.

Paolo Pianigiani, scrittore, pittore, redattore di "Transfinito".


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