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La questione donna è la questione dell’enigma della differenza sessuale e non del suo segno

Il mito di Pandora

Giancarlo Calciolari

L’enigma della donna si scrive sulla via della semplicità, con l’enigma della differenza sessuale: l’enigma della differenza che ciascuna volta s’instaura dicendo, facendo, inventando, secondo la scrittura dell’esperienza, secondo la pressione pulsionale alla qualità. Senza più repressione né depressione, senza più velamento né svelamento, il mito di Pandora pone l’enigma della donna come dispositivo artistico e intellettuale.

(2.10.2001)

La questione donna è sempre stata posta in connessione con la madre e con la materia. La donna come matrice della vita e della morte. Versione canonizzata dal mito greco delle tre Parche: la prima dà il filo della vita, la seconda lo misura e la terza lo taglia. Si può dire che questa mitologia è l’altra faccia della medaglia dell’enunciazione di Aristotele: tutti gli uomini sono mortali. In ogni caso, vivere sarebbe un’agonia, un’attesa della morte.

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Alessandro Taglioni, "Favola"

Ovvero si tratta della riduzione dell’umano alle funzioni animali, in particolare di riproduzione. E quindi il divenire donna equivale al divenire madre, al divenire - per questo aspetto - matrice e materia della riproduzione umana. Questa donna fattrice è la compagna dell’animale uomo, dell’animale politico di Aristotele. L’uomo come capro espiatorio o come capro premiato, coronato per il suo conformismo nel gregge richiede la donna come mediazione della ruota della vita. La Parca come mediazione del tempo, toglie la sessualità come politica del tempo per una erotizzazione della vita. Qui l’uomo vede doppio: Eva come madre di tutti gli uomini, come donna domestica, che alla lunga risulta asessuata, e Lilith, l’amante che non sarà mai madre, l’indomestica, l’indomabile.

E qui l’uomo si doppia: Prometeo (che vuol dire colui che vede prima) vede che Pandora sarà una fonte di guai, la evita, e dovrà sopravvivere con uno straccio di sessualità cannibalesca con l’animale fantastico, l’aquila che ama il suo fegato più che il suo cuore. L’animale uomo, anche quando è prometeico, è condannato all’algebra della sessualità, ossia alla macelleria amorosa. Epimeteo (che vuol dire quello che vede dopo) accoglie Pandora, e come ciascuno sa, quando scoperchia il vaso di tutti i doni (è l’etimo di Pandora) cominciano i guai per gli uomini, per gli animali politici.

Detto altrimenti, nella zoologia fantastica, l’uomo è sempre inguaiato. Insomma, Prometeo e Epimeteo sono degli animali: vedono, non ascoltano, non si attengono alla parola e alla sua esperienza, alla sua arte, al suo artificio. Non si tratta di leggere il mito greco di Pandora alla lettera, che deve giustificare l’artificialità di Pandora, Zeus che la crea d’argilla per vendicarsi del furto del fuoco...

Si può anche leggere Pandora come appartenente alla schiera delle donne automa, delle bambole meccaniche che trovano il loro compimento profano in quelle gonfiabili della degradazione della vita sessuale. Per questa via, la donna automa è il corollario del tentativo estremo di padroneggiare il tempo, per un erotismo che fonda l’uomo come robot. La danza del Casanova di Fellini è questo ballo umano, troppo umano, sotto il marchio della bestia trionfante di cui parla san Giovanni.

Per un altro verso, Pandora è il mito della donna artificiale, della donna che non ha più da sdoppiarsi in domestica e indomestica, domata o indomita, che sottendono sempre il postulato dell’uomo domatore e dominatore. La donna artificiale pone l’enigma stesso dell’artificio, di come divenire artista, poeta di una vita da inventare, in tal senso "artificiale". La questione donna non ha nulla a che vedere con la questione del divenire donna, su cui tanto si sgrullano i professionisti femminilisti o antifemminilisti che cercano di tagliarle su misura l’abito del conformismo, che si ammanta di naturalismo. Ne uscirebbe una donna come negativa dell’uomo: a lei la passione, a lui la razionalità, e via così con le varie rappresentazioni della differenza sessuale.

Freud inciampa in questa che chiama roccia basilare, costituita dall’invidia del pene per la donna e dalla protesta virile per l’uomo. E tuttavia l’inciampo appartiene all’itinerario intellettuale, e esige un’altra lettura per la sua articolazione. La questione del divenire esiste, ma in altri termini: come divenire dispositivo di vita artificiale. Come divenire artista, stile e cifra della parola. Come divenire qualità di vita e non algebra della quantità. La questione della cosiddetta parità elude ancora il divenire qualità che riguarda ciascuno. Con il dispositivo artificiale termina la credenza nella "specie" umana, nel darwinismo su cui si sono appoggiati i pregiudizi sull’inferiorità della donna. Quello che Machiavelli chiama il principe, che Nietzsche chiama il superuomo, che Verdiglione chiama il dispositivo, annunciano il ritmo politico e non l’animale politico.

Non c’è nessuna matematica naturale dell’uomo che ne faccia quell’animale fantastico di cui parla Hobbes col suo homo homini lupus e che crea la donna come sua preda. Il conflitto gnostico tra l’uomo e la donna non finisce con la giusta spartizione della differenza sessuale. La guerra dei sessi tramonta quando s’instaura la guerra intellettuale, quando la battaglia di vita poetica è una costante. Quando maschile e femminile sono maschere inindossabili nel carnevale della vita, nella sua aritmetica.

La donna come continente nero in Freud e come buco nero in Lacan è ancora una "spazializzazione" della donna. Una visione della donna che è madre per Freud, per via della sua tradizione ebraica e è la morte per Lacan, per via della sua tradizione cattolica. Per questo aspetto, la psicanalisi non ha integrato l’apporto della parola ebraica e di quella cattolica, risultandone una psicotizzazione delle donne, la credenza che siano materie da animare. La donna come sostanza è il perno per crearla come rimedio o come veleno, come stimolo dell’ascesa, la Beatrice di Dante, o come quello della caduta, l’angelo azzurro di Heinrich Mann.

Freud e Lacan hanno in comune il "nero", l’equivalenza tra la donna, la madre e la morte. La donna significata dalla terza delle Parche, Atropo. E l’ironia di qualche botanico ha voluto che dalla "belladonna" si estragga un veleno: l’"atropina".

La questione donna è la questione dell’enigma della differenza sessuale e non del suo segno. L’enigma della donna si scrive sulla via della semplicità, con l’enigma della differenza sessuale: l’enigma della differenza che ciascuna volta s’instaura dicendo, facendo, inventando, secondo la scrittura dell’esperienza, secondo la pressione pulsionale alla qualità. Senza più repressione né depressione, senza più velamento né svelamento, il mito di Pandora pone l’enigma della donna come dispositivo artistico e intellettuale.

("Helios", n. 5, 1996)

Giancarlo Calciolari, direttore di "Transfinito".


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19.05.2017